SMART ECONOMY. Un termine usato per definire un approccio alla gestione dei processi produttivi che incoraggia lo sviluppo di nuove idee e soluzioni innovative a favore della crescita e competitività. Con l’obiettivo di orientare verso l’efficienza il tessuto economico e sociale, cercando di soddisfare le esigenze di cittadini, imprese e territorio. Insomma realizzare società sostenibili.
La digitalizzazione a servizio della sostenibilità
Nel contesto attuale il mondo produttivo (includendo in questo imprese, banche e istituti finanziari) si pone precisi obiettivi di sostenibilità assumendosi impegni concreti nella riduzione dell’impatto del proprio business, sia dal punto di vista ambientale che sociale. Nonostante disposizioni legislative europee e nazionali impongano vincoli e requisiti specifici, per molte realtà produttive del nostro paese tali obiettivi sono difficilmente raggiungibili. Le cause sono da ricercare negli oneri burocratici nella misurazione dell’impatto delle attività e nella carenza di competenze in una materia complessa, come la sostenibilità, che racchiude aspetti ambientali energetici, sociali e di governance. Si tratta di traguardi ambiziosi che richiedono non uno sguardo rivolto all’interno quanto una visione ampia che abbracci l’intera filiera produttiva. L’esigenza di affrontare questi limiti è indifferibile e la modalità preferita sembra essere la digitalizzazione, un processo già avviato da alcuni anni ma acceleratosi nell’ultimo biennio con la pandemia da Covid-19. Il lavoro, le attività ludiche, gli acquisti si sono trasferiti in larga parte sul web. Ma non solo: l’online si è diffuso ampiamente anche nei servizi alle imprese, ai professionisti, alle associazioni e ai cittadini. Insomma la partecipazione alle attività più diverse avviene sempre di più in modalità virtuale.
Lo sviluppo delle tecnologie digitali -e in particolare dell’intelligenza artificiale- rende operazioni che fino a poco tempo fa richiedevano tempo e presenza fisica semplici, rapide e gestibili in autonomia, da remoto. Ciò è particolarmente evidente nella tecnofinanza che comprende servizi bancari, finanziari e assicurativi. Il Fintech con le sue soluzioni innovative suscita interesse e stimola la riflessione sul ruolo del digitale per un futuro sostenibile, proponendo prodotti e servizi innovativi in un settore dominato fino a poco fa da banche tradizionali. Quella in atto è una vera e propria rivoluzione nelle relazioni con i clienti: niente più file agli sportelli per pagare tasse o utenze, effettuare bonifici, ricevere l’estratto conto e altro. E se per il cittadino i benefici si traducono in una semplificazione notevole delle procedure, per le imprese -soprattutto per le start -up innovative e le piccole e medie imprese (PMI), cuore pulsante del tessuto economico italiano-, il vantaggio è anche nell’aiuto offerto per orientare, monitorare e valutare il proprio business. Tra i principali strumenti a loro supporto ci sono le piattaforme digitali, luoghi virtuali che riuniscono attori del mondo imprenditoriale, finanziario e associativo per contribuire agli obiettivi e strategie, alla condivisione di idee, suggerire strumenti e opportunità di miglioramento e favorire l’autovalutazione. Tramite l’aggregazione delle proposte di vari partner finanziari gli attori del fintech superano il tradizionale approccio reattivo, risolutivo di problemi già manifestatisi, a favore di uno proattivo e preventivo. E rispondono alle esigenze senza trascurare l’elemento umano integrato in un approccio human tech, che combina l’efficienza e la velocità della macchina con la capacità di ascolto e di valutazione di consulenti e specialisti. Integrando fornitori di servizi, enti certificatori, agenzie di rating e formatori aiutano le imprese a stimare il proprio rating di sostenibilità (noto anche come ESG), ossia l’impatto ambientale, sociale e di governance delle attività. Inoltre accompagnano l’impresa nelle sue scelte offrendo procedure di identificazione e accesso online semplificate e rapide.

Sostenere le imprese e in particolare le giovani start up e le PMI offre un ritorno importante in termini di occupazione nei territori e con un potenziale effetto traino sulle imprese tradizionali tutt’altro che trascurabile. In Italia negli ultimi tempi gli investimenti sia pubblici che privati (soprattutto con capitali di rischio) per l’innovazione e la digitalizzazione delle imprese rappresentano un segnale positivo. Ma c’è molto ancora da fare. Un dato su tutti: attualmente solo il 5% delle imprese italiane conosce e usa i prodotti digitali in alternativa a quelli della finanza tradizionale. Per questo occorre integrare i comportamenti digitali all’interno delle imprese, superando la logica ‘emergenziale ed educando all’uso collaborativo delle tecnologie.
Le carenze digitali italiane: tra sviluppo di tecnologie e competenze
Come per il mondo produttivo lo sviluppo di ecosistemi di impresa che facilitano l’erogazione di servizi digitali rappresenta un’opportunità di crescita, così quello di ampi ecosistemi relazionali intersettoriali fornisce occasioni interessanti oltre che nel privato anche in ambito pubblico e istituzionale, nel terzo settore e più in generale nella società. In breve servendosi del digitale la smart economy può contribuire a uno sviluppo sostenibile, beneficiando non solo il settore privato. Eppure affinché gli strumenti digitali dispieghino la loro efficacia occorre che siano applicati in diversi ambiti e che si realizzi una collaborazione efficace tra diverse realtà.
L’Italia purtroppo, soffre di un forte divario digitale (il cosiddetto digital gap) che riguarda non solo le tecnologie ma soprattutto le competenze. Uno sviluppo sostenibile globale richiede innanzitutto politiche di supporto che non solo facilitino l’acquisizione di capacità tecniche, ma consentano anche di individuare gli obiettivi da perseguire con il ricorso al digitale, facendone uno strumento a servizio di questi. Insomma una cornice che contribuisca a creare strumenti culturali adeguati per impiegare le nuove tecnologie nel comprendere un sempre più corposo e complesso flusso di informazioni e di dati che non devono solo essere ricevuti ma anche compresi, elaborati e contestualizzati.
Lo scambio di informazioni in modalità digitale incentivato su ampia scala. Se alcune imprese, soprattutto quelle snelle e flessibili (ma anche in parte il terzo settore) hanno già avviato il percorso, non vale lo stesso per la pubblica amministrazione, che nella gestione dei rapporti al suo interno che in quello con gli utenti- cittadini resta ancora legata a un approccio relazionale di tipo tradizionale. Nonostante il richiamo dell’UE nel promuovere l’uso degli apparati digitali nelle politiche pubbliche e l’esempio virtuoso di paesi europei vicini.
Alla luce delle varie sfide che la congiuntura attuale di mercato presenta, considerare lo sviluppo sostenibile come un obiettivo che richiede una mera conformità a norme nazionali o europee o un onere che comporta procedure complesse e lunghe è inefficace. Occorre invece sfruttare la tecnologia digitale con un approccio collaborativo e inclusivo per creare infrastrutture di competenze, tecnologie e servizi, facilitando lo scambio di informazioni e conoscenze. Guardando ai casi di successo nel nostro paese e facendone un modello per le istituzioni e il settore pubblico, ancora indietro in questo campo. Perché una concezione davvero “intelligente” dell’economia è l’unica opzione per rendere effettiva la transizione verso modelli sostenibili e verso una società migliore.
