È il primo uomo italiano ad aver terminato il Roadsign Continental Challenge, il campionato mondiale di ultra maratone in autosufficienza. Giuseppe De Rosa, 45 anni, originario di Sala Consilina, Comune di poco più di 11mila abitanti della provincia di Salerno, è riuscito a concludere le 5 gare della competizione mondiale più dura del pianeta organizzata in 5 diversi continenti nell’arco di tre anni.
E ora potremmo iniziare a parlare di tempi, podi, medaglie e del “Superman” della gara più estrema dell’universo. E ancora, se volessimo, di interviste, popolarità, cronometri e altro ancora. La storia di Giuseppe invece profuma, prima di tutto e soprattutto, di riscatto. Ma anche di tenacia, resilienza, forza. E ancora di sogni, coraggio e di quella sana voglia di capovolgere un destino che sembrava scritto quando, a poco meno di 17 anni, ha sfiorato i quasi 140 chilogrammi e la diagnosi di obesità non lasciava spazio ad equivoci.
“Se ce l’ho fatta io può farcela chiunque!” Lo dice con spietata lealtà Giuseppe, oggi 45 anni, un wine-bar nel suo paese natale e tanti giorni di sacrifici, allenamento, costanza, perseveranza e privazioni. Proprio lui che non aveva mai fatto sport e che è arrivato laddove nessun italiano era mai riuscito senza un allenatore, un massaggiatore, un fisioterapista o un nutrizionista. “Volevo dimostrare a tutti – ma prima di tutto a me stesso – che potevo farcela. Che quel ragazzino un po’sfigato che non veniva chiamato neppure per giocare in porta alle partitelle di calcio nel mio quartiere era riuscito a coronare un sogno”
Un’infanzia non sempre facile, una famiglia che investiva solo nel lavoro, 4 fratelli e una sorella e qualche presa in giro di troppo dai coetanei durante gli anni scolastici. Poi un bel giorno cambia tutto. La molla scatta nel cervello quando Giuseppe capisce che non può più continuare così. Non riuscire a salire le scale per raggiungere il primo piano del suo appartamento non è accettabile. Impossibile per tutti. Specie per lui che ha da poco compiuto 17 anni.
Se in quel periodo, a lui che veniva considerato da più o meno o tutti lo “sfigato” del paese, avessero detto che un giorno sarebbe diventato il super-man della maratona più massacrante del pianeta, sicuramente avrebbe pensato che si stesse trattando dell’ennesimo sfottò.
Eppure c’è chi ha creduto in lui, chi lo ha sostenuto, chi gli ha lanciato delle sfide che si sono rivelate salvifiche e chi gli ha teso la mano quando pensava di non farcela. Il resto è storia: ultramaratona in autosufficienza in Africa, America Latina, Europa, Australia, notti insonni, smarrimento ed effetti dell’altitudine, intemperie, dolori fisici, uno zaino in spalle che deve contenere letteralmente tutta la sua vita. Non esistono hotel, agi, riposo e cibo pronto: si deve correre in autosufficienza alimentare.
Eppure Giuseppe, grazie a questo percorso, ha ripreso in mano la sua vita e le ha dato un significato diverso. Più intimo, più viscerale. Forse addirittura più autentico. Ed ha fatto ciò che oggi, ai più, potrebbe sembrare assurdo. Giuseppe, infatti, ha deciso di liberarsi di tanti beni materiali, ha venduto la macchina, la moto e oggi vive più “leggero”. Perché dopo che ha visto con i suoi occhi la sofferenza, la fame e gli stenti in Africa e in molti altri paesi poveri ha capito che tutto ciò che aveva non lo meritava ma, soprattutto, che le cose che realmente contano nella vita non sono affatto cose.

Ne parliamo con lui e cerchiamo di capire meglio la sua storia.
Non è un sogno ma se hai un sogno e ci credi fortemente puoi fare di tutto per realizzarlo. Se ci sono riuscito io può veramente farcela chiunque. È questo il messaggio che vorrei che passasse, specie in questo delicato momento storico, tra gli adolescenti e i ragazzi. Se credi fortemente in qualcosa, se vuoi realizzarlo a tutti i costi, la forza e le capacità si sprigionano da sole.
Sappi che io non avevo mai fatto sport, mai atletica, mai nessuna attività sportiva. I ragazzi del mio paese, talmente ero grasso, non mi volevano neppure in porta quando facevano le partitelle amichevoli di calcetto. Io, a quel tempo, mi occupavo solo ed esclusivamente delle attività di mio padre che aveva un grande salone di ricevimenti. Ebbene, a 16 anni sono arrivato a pesare 137 kg… Non potevo continuare così.
“Non avevo altra scelta. Gioco forza ho dovuto rimboccarmi le maniche quando mi sono accorto che non ero capace di salire neppure 20 scalini consecutivi. Ho contattato un dietologo, mi sono fatto dare un piano nutrizionale e ho imparato a mangiare sano. Poi un bel giorno un flash…”.
“Mi è capitato sotto gli occhi e per caso un post della maratona di New York, ho visto un fiume di gente correre e ho notato che tra i partecipanti c’erano anche molte persone fuori forma come me. Lì mi è scattata la molla: anche io volevo correre la maratona di New York e così, senza alcun tipo di allenamento, ho iniziato piano piano a correre da autodidatta anche io. Mi sono dato un obiettivo, nel 2009 sono volato negli Stati Uniti e ce l’ho fatta. Dal 2009 al 2015 ho fatto ben 86 gare: Chicago, Boston, Vienna, tre volte Berlino e poi Venezia, 3 volte Roma, Napoli, Firenze. Correvo da solo, non facevo parte di alcuna società sportiva. Lo facevo perché stavo bene. Poi, così come tutto è iniziato, alla fine del 2015 è finito. Mi sono accorto che non mi divertivo più e, con i tempi dello stesso guizzo che mi aveva fatto scegliere di iniziare, ho smesso di correre le maratone”.
“È proprio così. Ma in questo caso si sta parlando del salto nel vuoto che ha cambiato, rivoluzionato totalmente la mia vita. Un mio amico mi telefona e mi lancia la sfida di provare una nuova esperienza correndo nel deserto. Nello specifico mi dice di prender parte ad una competizione organizzata da Adriano Zito. Accetto e faccio 100 km in Senegal al fianco di altri runners. Mi affascina l’autosufficienza, l’idea di un percorso a tappe e, soprattutto, mi cattura definitivamente l’incontro con Jérôme Lollier che, col senno di poi, ha cambiato la mia vita. E da lì ho corso le tappe in Africa, Asia, Norvegia in coppia con Herve Seuin che ormai è come un fratello e poi 220 km in Mozambico e ancora in altura in Bolivia fino ad arrivare in Australia che ospita la gara più lunga e difficile al mondo”.
“Posso solo dirti che quando sono tornato dall’Asia ero sconvolto: la giungla, l’umidità, il cucinarsi in posti di fortuna. In 5 giorni ho percorso – in circostanze assai insolite – 160 km a corsa. E, seppur pensassi che fossero tutti “pazzi” ero così affascinato, stavo bene come non capitava da tanti anni. Ed è lì che Jerome mi ha lanciato la seconda sfida…”.
“Giuseppe, dal momento che nessuno uomo italiano è mai riuscito a terminarlo, perché non fai il Continental?”
“Il continental o lo odi o lo ami. Devi entrare tra i primi 7 per prendere i punti.
Se non entri tra i primi 7 non puoi proseguire perché sei fuori dalla classifica. Non ho dovuto pensarci molto e ho detto nuovamente a me stesso: <<quando c’è un obiettivo da raggiungere io posso farcela>>. E così sono riuscito a completare anche l’Australia. Pensa, 550 km in 9 giorni. Lì mi sono reso conto di esser riuscito laddove nessun uomo italiano era mai riuscito. A farcela solo una donna, Ita Marzotto, ma mai nessun uomo prima di me. Ad onor del vero siamo solo in 5 uomini al mondo ad aver completato tutto il Continental. Se pensi da dove sono partito… Non è forse questa la prova più bella? Volere è potere: se ci sono riuscito io può farcela chiunque”

“Certamente. Ho delle immagini indelebili dentro di me. Aver visto la sofferenza in certi paesi, il dolore, aver sopportato anche le pene fisiche. Oppure fare i conti a casa con familiari e amici che pensavano fossi impazzito quando in pieno lock-down e con l’Italia in zona rossa mi allenavo andando avanti indietro nel cortile di casa. Oppure pensa a chi mi vedeva dalle finestre, in pieno lock-down, correre avanti indietro con borsone in spalla, materassino e borracce. Avevano tutti gli occhi sospetti, forse posso esser sembrato lo stupido del paese. Mi svegliavo alle 3 del mattino e come un criceto mi allenavo in questo mini spazio delimitato da un cancello. Del resto non si poteva uscire se non per motivi di comprovata emergenza. Ma l’obiettivo era più forte di qualsiasi cosa e non si è mai affievolito: perseveranza, costanza e l’idea di competere con campioni che fanno questo di professione”
“Con la determinazione e la forza di volontà. La cosa che mi ha dato sempre fastidio, fin da quando sono piccolo, è che alcune persone potessero dirmi che io non potessi fare qualcosa. Da bambino i miei amici mi dicevano che non potevo giocare con loro perché ero grasso. Mi hanno sempre etichettato dicendo che non ero capace. E invece lo sport è stato il mio riscatto, la mia salvezza. Mi ha proprio migliorato come persona…”
“Beh sì. Dopo l’Africa, dopo aver visto certe situazioni, ho stravolto la mia vita. Ho pensato di non meritare certi agi e certi comfort. Una scelta personalissima che non ho certo la pretesa che altri la compiano. Per quanto riguarda la mia quotidianità, da quel giorno, ho staccato l’acqua calda, ho venduto tutto ciò che era superfluo: macchina, moto e altri beni materiali. Pensa che non dormo ancora nel letto perché penso per ora di non meritarlo (sorride ndr). Dopo che in Finaldia sono stato a – 31 gradi o a 70 gradi in Iran ho imparato ad apprezzare le piccole cose e a non lamentarmi ingiustificatamente. Oggi mi sento migliore come persona e non voglio tornare in certi meccanismi che non fanno più parte di me. Pensa che, ancora oggi, quando torno da queste gare, immaginati l’India, la Costa d’Avorio, l’America Latina o la Namibia mia madre mi chiede come mi sono trovato nei vari hotel… (ride ndr)”.
“È proprio così. Una sera Renato Auleta, che mi ha visto crescere, mi chiama dicendomi di passare nella sua Concessionaria Cosilinauto per parlare di questa ultramaratona. Lui e l’imprenditore Carmine Cardinale mi invitano poi a cena in una serata di pioggia. Io mi sono presentato al ristorante con l’ombrello e mezzo bagnato perché, appunto, non possiedo la macchina. Renato Auleta e Cardinale Group hanno deciso spontaneamente di credere in questa disciplina singolare e ancora oggi poco conosciuta e sono diventati i miei sponsor: da quel giorno sostengono ogni mia tappa”
“Prima di tutto vorrei dire a tutti che io sono caduto tantissime volte. Poi vorrei che un bambino, appena conosciuta la mia storia, potesse dire: “Caspita, se c’è riuscito Giuseppe De Rosa che era uno sfigato cicciotto posso riuscirci anche io!”. Al tempo stesso vorrei che tutti quanti coltivassero e nutrissero i propri sogni. Vorrei che ognuno di noi insistesse soprattutto quando è tentato di lasciar perdere tutto. Crederci e perseverare: quando hai un grande perché il come si fa sempre spazio. Quando hai una motivazione gigante troverai senza dubbio la forza e il modo per andare a prenderti ciò per cui vale la pena vivere”.
