ISOLE DI CALORE: IL CASO DI MILANO

Il traffico, l’attività industriale, l’abuso di condizionatori, la carenza di aree verdi sembrano incidere molto sull’inquinamento delle città. L’esempio di Milano

AMBIENTE
Redazione
ISOLE DI CALORE: IL CASO DI MILANO

Il traffico, l’attività industriale, l’abuso di condizionatori, la carenza di aree verdi sembrano incidere molto sull’inquinamento delle città. L’esempio di Milano

Le attività umane, ovviamente soprattutto quelle che producono emissioni inquinanti, sono decisive nel determinare i cambiamenti climatici: una affermazione che appare quasi banale, per chi segue con attenzione gli sviluppi del dibattito sull’emergenza ambientale. Ma nonostante le evidenze schiaccianti ed i numerosi studi scientifici, c’è ancora chi nutre dei dubbi, o che quantomeno minimizza la gravità della situazione. Questo tipo di approccio tende anche, di conseguenza, a considerare tutto sommato poco funzionali i cambiamenti e gli interventi che l’uomo stesso può effettuare per modificare il proprio impatto sulla realtà. Quando invece è vero l’esatto contrario: ed un ottimo esempio, concreto e chiaro, è l’involontario “esperimento” che è stato realizzato a Milano prima, durante e dopo la pandemia.

Milano “isola di calore”, tranne che durante il lockdown

Nel mese di aprile del 2020, durante il lockdown, la temperatura media rilevata al suolo a Milano è stata di quasi 4,8 gradi più bassa rispetto allo stesso periodo del 2018. Ancora più significativa la differenza se invece si concentra l’analisi alla sola superficie edificata del capoluogo lombardo, escludendo dunque le aree verdi, le acque e gli sprazzi di terreno non «cementificato». In questo caso lo scostamento è ancora più marcato: 5,4 gradi in meno rispetto alla stessa stagione, due anni prima. Numeri che indicano chiaramente cosa ha comportato «spegnere» le attività umane: un abbattimento del calore generato e persistente nella città, che va a formare le cosiddette “isole di calore”. Evidentemente, a rendere così differenti le rilevazioni e quindi a determinare l’incremento delle temperature, sono le attività dell’uomo: sono quelle a trasformare l’ambiente urbano in una fornace di calore destinata a diventare sempre più invivibile. Un esempio di questo?  L’estate appena trascorsa, quella del 2022. Il dato di Milano è stato poi comparato con quello di altre città: a Roma la riduzione tra “prima e dopo” il lockdown è stata inferiore, di 1,44 gradi. A Wuhan, in Cina, dove è esplosa la pandemia da Covid, il gap è stato di 1,73 gradi. Cosa significa questa ulteriore evidenza?  Che nel capoluogo lombardo, per una serie di motivi relativi ai modelli di cementificazione e alla morfologia del territorio, le attività dell’uomo contribuiscono in maniera decisiva nel trasformare la metropoli in una maxi isola di calore.

Da “zone verdi” a “zone grigie”

Questo studio è riportato in un articolo che a breve sarà pubblicato sulla rivista scientifica Advances in Space Research, dal titolo «Esplorare gli effetti del lockdown sul rinfrescamento urbano: la storia di tre città». Si tratta di un report a cura di tre atenei universitari, Teheran, Berlino e Copenaghen. Il tema è la trasformazione dei territori, ed in particolare delle aree cittadine, da zone prevalentemente “verdi” ad aree edificate, e dunque “grigie”. Un mutamento che, anche a livello intuitivo, comporta una diminuzione di aria fresca ed un surriscaldamento maggiore: parliamo di un «flusso di calore antropogenico» che oggi è possibile osservare e addirittura quantificare ed analizzare, stimando la quota di calore che le attività umane immettono nell’atmosfera di una determinata città. Comprendendo anche quali sono le fonti di questo aumento delle temperature del tutto innaturale: il riscaldamento ed il condizionamento degli edifici, il traffico, i trasporti, i processi industriali. Lo spiegano bene anche i ricercatori che hanno realizzato lo studio: «Le attività umane hanno un contributo decisivo nel creare ed alimentare le isole di calore. Comprendere e governare i flussi di calore antropogenico in un determinato spazio e tempo è fondamentale per definire gli effetti dell’urbanizzazione sulla società e l’ambiente».

Il satellite che “misura” la temperatura della terra

Lo studio dei tre atenei si basa in buona parte su materiale ed immagini che arrivano dallo spazio: a misurare la temperatura della terra, o meglio della superficie terrestre, è il satellite Landsat 8. Dopo una serie di correzioni apportate dai ricercatori, utili a tarare le molte variabili, è stato possibile rendere i dati comparabili, arrivando a comprendere ed evidenziare quello che è accaduto nel 2020 rispetto alla situazione del 2018. I risultati sono decisamente significativi: durante il lockdown, iniziato in Italia il 9 marzo 2020 l’effetto “isola di calore” – cioè la differenza tra la temperatura dell’ambiente urbano e quella dell’area circostante – si è ridotto del 23 per cento a Milano, del 34 per cento a Roma e del 54 per cento a Wuhan. Una evidenza che porta dritta ad una prima, importante conclusione: il lockdown e la conseguente drastica riduzione di attività umana ha portato a una significativa diminuzione delle temperature nelle città. Di conseguenza, sarebbe necessario rivedere i modelli di comportamento individuale e collettivo all’interno delle aree urbane con l’obiettivo di mitigare gli effetti dei cambiamenti climatici, particolarmente rilevanti nelle zone ad alta concentrazione di traffico e di cementificazione. Il lockdown è stata un’occasione inattesa e straordinaria – al netto della tragedia sanitaria che l’ha determinata – per studiare le città “vuote” e “spente”. Uno dei pochi lasciti positivi del dramma della pandemia, che non andrebbero sprecati ma anzi utilizzati per correggere abitudini evidentemente deleterie per tutti, a partire dai più deboli: l’effetto “isola di calore” nelle città è molto pericoloso per gli effetti che provoca, ad esempio, sulla salute degli anziani.