COP 27: APPENA INIZIATA E GIÀ RISCHIA UN FALLIMENTO

Dopo il deludente esito della precedente edizione di Glasgow, la Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici sbarca in Egitto. Ma il tempo a disposizione è sempre meno.

AMBIENTE
Redazione
COP 27: APPENA INIZIATA E GIÀ RISCHIA UN FALLIMENTO

Dopo il deludente esito della precedente edizione di Glasgow, la Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici sbarca in Egitto. Ma il tempo a disposizione è sempre meno.

Eravamo rimasti a Glasgow, quasi esattamente un anno fa: la Cop 26 – la conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici – si era chiusa tra la delusione di chi si aspettava decisioni strutturali ed immediate per fermare il riscaldamento globale e la moderata soddisfazione di chi, comunque, era soddisfatto dei piccoli passi avanti nonostante i contrasti politici globali. L’impressione generale era che i leader mondiali avessero sostanzialmente rinviato all’anno successivo (le conferenze hanno cadenza annuale) le decisioni più gravose per contenere l’aumento delle temperature entro 1,5° C. Per decisioni gravose si intende l’azzeramento delle emissioni inquinanti entro il 2050, se non prima. Il “Patto per il Clima di Glasgow”, prodotto al termine di quella conferenza, aveva comunque l’enorme pregio di indicare chiaramente nei combustibili fossili una delle cause principali dell’innalzamento delle temperature, e di conseguenza di individuare nell’abbattimento del loro utilizzo la strada maestra per affrontare l’emergenza clima.

Un appuntamento da non fallire, nonostante le polemiche e le difficoltà

“Ci pensiamo tra un anno” era il messaggio che traspariva dalle risoluzioni finali della Conferenza di Glasgow: ebbene, ci siamo! “L’anno prossimo” è arrivato, è adesso. La COP 27 è iniziata infatti il 6 novembre e proseguirà fino al 18, nella sede di Sharm el-Sheik, in Egitto. Ma la congiuntura economico-politica non sembra essere rassicurante, per sperare nel buon esito, stavolta, del confronto globale. Nel 2021, infatti, c’era “solo” la pandemia (e le sue conseguenze) da gestire. Adesso, oltre al post pandemia, c’è la guerra e tutto quello che essa comporta: crisi economica, energetica, alimentare, una recessione ormai alle porte ed i timori di una escalation militare…  E non solo: negli ultimi mesi sta emergendo un preoccupante atteggiamento autoreferenziale e politicamente egoistico di tanti Stati che, di fronte all’aumento incontrollato dei prezzi di energia e materie prime stanno anteponendo logiche di sopravvivenza interne rispetto ad un atteggiamento di condivisione e di risoluzione collettiva dei problemi. Sta avvenendo all’interno dell’Unione Europea, ma anche a livello più globale. È una modalità che va esattamente nella direzione contraria rispetto a quello che andrebbe fatto per affrontare seriamente la questione del riscaldamento globale. Sono stati proprio gli atteggiamenti “nazionalistici” a far fallire del tutto o in parte i precedenti tentativi di trovare un accordo generale che rendesse reali in breve tempo le politiche – già ampiamente valutate e decise – di contrasto all’emergenza climatica. A partire dalla messa al bando del carbone, cosa che ad oggi, al netto della crisi energetica, appare addirittura più difficile di un anno fa.

La questione dei diritti civili

C’è poi un altro aspetto che sta inasprendo il dibattito intorno alla COP 27, ormai da mesi. È la questione dei diritti umani, e riguarda il paese che ospita l’incontro. L’Egitto infatti è oggetto di forti polemiche internazionali: le accuse fanno riferimento alla soppressione delle libertà politiche e civili, all’ arresto e detenzione di attivisti e militanti, ad una gestione del potere autoritaria e repressiva. Sono tante le proteste che si sono levate dai quattro angoli del globo riguardo l’esclusione dall’evento di tante ONG e associazioni per i diritti umani. Le autorità egiziane, da parte loro, appaiono molto preoccupate da possibili manifestazioni collettive di dissenso proprio durante i giorni del vertice: il timore diffuso è quello di un ulteriore stretta repressiva che sarebbe innescata proprio dalla presenza della COP 27. Tra l’altro l’Italia è direttamente coinvolta dalle forti polemiche contro il governo militare di Al Sisi in Egitto: c’è la questione della morte di Giulio Regeni ed il caso di Patrick Zaki, di cui ha discusso proprio con il presidente egiziano la premier Giorgia Meloni, che sta partecipando alle prime fasi della Conferenza.

L’impegno dell’Italia a fronte delle difficoltà globali

La neo eletta presidente del Consiglio dei Ministri si è espressa molto chiaramente, nel corso dei suoi incontri istituzionali di questi giorni a Sharm el-Sheik: L’Italia ha aumentato il contributo dei propri finanziamenti alla lotta al cambiamento climatico, abbiamo triplicato il nostro impegno su questo fronte con un impegno di 1,4 miliardi di dollari in 5 anni” ha detto Giorgia Meloni sottolineando la portata dell’impegno italiano. Nell’UE, prevediamo di ridurre le emissioni nette di gas serra di almeno il 55% entro il 2030 e di raggiungere la neutralità climatica al più tardi entro il 2050. In questa prospettiva, l’Italia ha recentemente rafforzato la propria capacità installata di energia rinnovabile e accelererà questo trend in linea con gli obiettivi di RepowerEU”, ha aggiunto, sottolineando anche la coerenza con gli impegni presi come membri dell’UE.  Ma la premier italiana ha anche evidenziato quello che è l’enorme nodo da sciogliere: “Non possiamo nascondere che le nazioni più impegnate su questi obiettivi rischiano di pagare un prezzo a discapito di quelli responsabili della maggiore emissione di gas a effetto serra. Quindi servono ulteriori misure per rafforzare questo disequilibrio, altrimenti i nostri sforzi saranno vani e conferenze come queste rischiano di non produrre i risultati che la storia si aspetta da noi”.

Crisi energetica, guerra e particolarismi: ecco come la COP 27 rischia di nascere già morta

La questione ribadita dalla presidente del Consiglio Meloni è assolutamente centrale: come garantire equilibrio e risultati se non c’è un allineamento mondiale sui principi fondamentali alla lotta contro il riscaldamento globale? La crisi energetica e delle materie prime, innescata dalla guerra, ha creato una situazione di emergenza che appare incompatibile con tagli drastici all’utilizzo del carbone o comunque dei combustibili fossili. Anzi, il difficile approvvigionamento di gas potrebbe spingere tanti paesi a tornare indietro, affidandosi a protocolli di distribuzione energetica affidabili anche se molto inquinanti, rimandando la costosa riconversione ecologica che sarebbe indispensabile per contrastare in maniera decisa l’inquinamento. Ma se un accordo realmente efficace era difficile l’anno scorso, per quale motivo dovrebbe essere raggiunto adesso, al netto di quel che sta avvenendo dallo scorso 24 febbraio alle porte d’Europa? Già con la questione della creazione di un “tetto” ai costi dell’energia abbiamo potuto constatare un pericoloso “si salvi chi può”: la Germania, ad esempio, ha deciso di fare da sola, a fronte della parziale inerzia dell’Unione Europea. Stiamo parlando dell’Europa, che comunque può fare affidamento sui soldi del Recovery Fund: ma se – nonostante ciò – nel Vecchio Continente non riusciamo a trovare un accordo, come sarà possibile raggiungerlo con i paesi in via di sviluppo, o con quelli che si trovano a gestire una crisi alimentare? Questa è la domanda: dalla risposta dipende il futuro del pianeta.