SOLITUDINE E MEMORIA, UN PERICOLOSO BINOMIO

Uno studio dell’Università Sapienza ha dimostrato che gli individui affetti da solitudine difettano in memoria. La solitudine cronica provoca tra gli anziani un maggiore tasso di mortalità.

SALUTE
Maria Grazia Ardito
SOLITUDINE E MEMORIA, UN PERICOLOSO BINOMIO

Uno studio dell’Università Sapienza ha dimostrato che gli individui affetti da solitudine difettano in memoria. La solitudine cronica provoca tra gli anziani un maggiore tasso di mortalità.

Stare da soli non peggiora solo il nostro umore, ma soprattutto la nostra memoria.

Una ricerca internazionale ha, infatti dimostrato che la solitudine può influire sulla memoria, riducendo nelle persone la capacità di riconoscimento di volti già visti.

Realizzato dal Dipartimento di Psicologia della Sapienza, in collaborazione con la Bournmouth University in Inghilterra, lo studio, pubblicato rivista Scientific Reports. ha dimostrato che esiste questa connessione. La ricerca si basa infatti sul presupposto che l’essere umano ha una forte necessità di collegamenti sociali, un bisogno di affiliazione, “di appartenere, di essere parte di “.

Il senso di solitudine arriva nel momento in cui questo bisogno non viene soddisfatto, sia per mancanza di contatti sociali sia perché i contatti sociali intrattenuti vengano ritenuti insoddisfacenti.

Partendo da questi elementi, attraverso la ricerca, finanziata dalla società scientifica “Experimental Psycology Society”, gli studiosi hanno investigato in che misura il numero di rapporti sociali e la solitudine, riportata da giovani studenti, influenzino la capacità di riconoscere volti di coetanei e volti di persone anziane, entrambi sconosciuti, ma incontrati in precedenza.

I risultati ottenuti rivelano che gli studenti con basso livello di solitudine, invece, mostrano un riconoscimento superiore rispetto ai colleghi soli.

L’analisi si basa su un effetto conosciuto in psicologia come l’Owen Age Bias, che consiste nel vantaggio umano di riconoscere i volti di persone coetanee. I ricercatori hanno articolato l’esperimento in due fasi: nella prima sono stati presentati agli studenti volti giovani e anziani con espressioni felici, incollerite o neutre per capire la memorizzazione dei volti e la loro classificazione in giovani e anziani. In seguito, nella seconda fase le immagini sono state ripetute ma a metà, alcuni volti sono stati tolti. Focus di questa fase era il riconoscimento di volti già visti.

“In pratica” spiega Anna Pecchinenda del team della Sapienza “ci siamo chiesti se la solitudine, motivando le persone a ristabilire connessioni sociali, potenzia il riconoscimento di volti felici che rappresentano segnali di affiliazione sociale, o quelli di volti arrabbiati che rappresentano segnali di minaccia sociale, rispetto al riconoscimento di volti neutri della propria età, viste in precedenza”. I risultati dimostrano un effetto della solitudine sulla memoria, ovvero la solitudine influenza la capacità di riconoscere persone a noi non familiari, che potrebbero essere importanti per creare rapporti sociali e, soprattutto, suggerisce un fenomeno di perpetuazione della solitudine.

Negli ultimi anni, gli studi nell’ambito delle neuroscienze affettive, hanno evidenziato che il sentirsi socialmente isolati incide in maniera negativa non solo sul benessere emozionale, ma anche sulle funzioni cognitive dell’individuo. Così assistiamo al fatto che le persone anziane, affette da solitudine cronica hanno un tasso di mortalità più elevato del 20%.