Quando si parla di rifiuti in Italia si racconta una storia che, come la proverbiale medaglia, presenta due facce. Da una parte infatti il nostro Paese si conferma assai virtuoso quando si parla di riciclo di vetro, carta e plastica, ponendosi in testa alle classifiche europee.
Dall’altra però, se spostiamo l’attenzione sul trattamento dell’ organico e degli scarti, scopriamo il pesante ritardo rispetto alla tabella di marcia imposta dall’Unione Europea.
Il report “Rifiuti urbani, fabbisogni impiantistici attuali e al 2035” di Utilitalia, la federazione delle imprese dei servizi pubblici idrici, energetici e ambientale che in questi giorni è presente alla Fiera Ecomondo di Rimini, evidenzia come nel nostro Paese servano almeno 30 impianti all’ avanguardia per smaltire tutto ciò che non può essere recuperato, riducendo al minimo il cosiddetto “turismo dei rifiuti”.
Gli impianti esistenti infatti, basti pensare solamente al caso della Capitale, sono pochi e mal distribuiti lungo lo Stivale, con 26 termovalorizzatori situati nel Nord Italia, 5 al Centro e solamente 6 per tutto il Meridione. Gli obiettivi europei per il trattamento dei rifiuti urbani parlano chiaro e sono ambiziosi: prevedono infatti di raggiungere il 60% di recupero di materia entro il 2030 e il 65% entro il 2035, il 70% per i rifiuti da imballaggio e che, entro il 2050, la percentuale di rifiuti smaltiti in discarica non superi il 10%.

Ora, nel 2019 la situazione italiana appariva lontana dal raggiungimento degli stessi, ferma a quota 46,9% rispetto al recupero di materia, ed un conferimento del 20,9% dei propri rifiuti in discarica. Discariche che, in un quadro virtuoso di altri paesi UE, sono decisamente troppe, piene fino all’inverosimile e costringono le regioni a quel turismo di cui parlavamo poc’anzi.
In pratica una regione, trovandosi in sofferenza nello smaltimento della propria immondizia, prende accordi con un’altra che ha maggiore disponibilità di smaltimento, carica i rifiuti su treni o camion speciali e li conferisce fino all’impianto di destinazione: spesso sono dei viaggi (se ne contano circa 120mila all’anno) che dal Centro-Sud Italia finiscono nel Nord, con costi esorbitanti che si abbattono sulla popolazione.
Le multe da parte dell’Unione non si fanno attendere e così paghiamo 67 milioni di euro all’anno per un eccessivo impiego delle discariche.
Eppure il costo maggiore non si traduce in euro, bensì in gas serra ed inquinamento ambientale, basti pensare che nel 2020 in Italia sono state prodotte 28,9 milioni di tonnellate di rifiuti urbani di cui 5,8 milioni sono conferite in discarica e 3,1 milioni sono state trattate in regioni diverse da quelle di produzione.
“Senza impianti di digestione anaerobica e termovalorizzatori – spiega Filippo Brandolini, vicepresidente di Utilitalia – non è possibile chiudere il ciclo dei rifiuti in un’ottica di economia circolare. I dati dimostrano che la raccolta differenziata per il riciclo e gli impianti non sono due elementi contrapposti, anzi: i territori che registrano le percentuali più alte di raccolta differenziata, non a caso, sono proprio quelli in cui è presente il maggior numero di impianti. Quest’anno, alla terza edizione del nostro studio, evidenziamo finalmente un’inversione di tendenza sul fronte della digestione anaerobica: alcuni nuovi impianti stanno per entrare in esercizio e per altri, grazie anche al PNRR, ci sono buone prospettive di realizzazione. L’auspicio è che nella prossima edizione dello studio potremo rendicontare una situazione diversa, in cui quel gap che in questi anni è sostanzialmente rimasto immutato cominci a ridursi”
Per il momento però le discariche sono ormai sature ed anche quelle più libere hanno in fondo pochi anni di vita. Dunque, da quanto emerge nel rapporto, una soluzione più vicina come tempistica che andrebbe incontro anche ai desiderata UE, starebbe proprio in nuovi impianti di termovalorizzazione. I vantaggi? La decarbonizzazione, di cui si sta parlando molto in questi anni, e la produzione di biometano, con il quale attraverso il trattamento della frazione organica e l’energia elettrica rinnovabile degli inceneritori, si potrebbero soddisfare rispettivamente le necessità energetiche di circa 700.000 e 1,4 milioni di abitanti ogni anno.
“Realizzando – conclude Brandolini – gli impianti di incenerimento con recupero di energia necessari alla corretta gestione dei rifiuti e al raggiungimento degli obiettivi delle direttive sull’economia circolare, e valorizzando al contempo tutto il potenziale del biometano dai rifiuti a matrice organica, si otterrebbe un risparmio nelle importazioni di gas equivalenti al 5% di quelle dalla Russia precedenti al conflitto”.

