Una nuova etica ambientale
L’etica ambientale si sviluppa intorno agli anni ’60, da quando abbiamo appreso che le nostre azioni, come umanità, hanno delle conseguenze sull’intero pianeta, quasi sempre disastrose. Si interroga, perciò, su quali operati dell’essere umano possano essere abbandonati e, per rispondersi, approfondisce la natura dei rapporti che l’umanità intraprende. Nello sguardo antropocentrico che ha caratterizzato il XX secolo, l’essere umano si trova su un piedistallo: è l’unico che ha un valore perché dotato di raziocinio, ha degli interessi che risultano più validi rispetto a quelli degli altri viventi, a cui viene riconosciuto esclusivamente un valore strumentale – utili cioè a soddisfare gli interessi umani. Già Aldo Leopold, nel 1949, criticò questo modo di porsi nella sua raccolta di saggi “A Sand County Almanac”: discusse un nuovo modo di concepire l’ambiente, identificandolo come una “comunità biotica” necessaria per la sopravvivenza di tutti gli elementi che la compongono, incluse le relazioni tra gli stessi. Leopold gettò le basi per le etiche ambientali estensioniste di tipo eco-centriche, che si distaccavano da quelle antropocentriche, il cui nome deriva appunto dalla volontà di estendere a tutte le “entità olistiche” la nostra considerazione morale, cioè di pensarle e trattarle come gli altri esseri umani.
C’è di più
Nel corso degli anni ’60 ha inizio la “seconda ondata” del Femminismo – a cui si devono vittorie giuridiche come quella dell’aborto – durante la quale le filosofie femministe hanno abbracciato quelle ambientaliste e viceversa, sviluppando l’Eco–Femminismo, un movimento che si colloca tra le ecologie radicali e acquista ufficialmente questo nome nel 1974, quando venne coniato da Françoise d’Eaubonne. Per le ecologie radicali ampliare i propri orizzonti non basta: viene rifiutato, interamente, il paradigma della cultura occidentale che, in vesti dominanti, conduce alla gerarchizzazione del mondo dal basso verso l’alto, associando alcune caratteristiche alla superiorità ed altre all’inferiorità. Per “paradigma occidentale” si intende quella tendenza, dell’Occidente, alla classificazione delle diversità: l’antropologia, la disciplina volta allo studio della dimensione sociale e culturale dell’essere umano, nasce proprio a questo scopo e si occupò di catalogare le popolazioni in un ordine gerarchico che sale da uno stato selvaggio ad uno di civiltà, identificato con la struttura sociale della popolazione europea.

La logica del dominio
Nel suo saggio “Potere e potenzialità del femminismo ecologico” del 1990, Karen Warren ci introduce l’argomento facendo riferimento alle cornici concettuali: sono come delle lenti attraverso cui osserviamo il mondo, ma anche noi stessi, perciò rappresentano l’insieme delle credenze, dei pregiudizi e dei valori che ci aiutano a schematizzare la realtà – allo stesso modo in cui lo fanno gli stereotipi. Le cornici concettuali, però, non sono neutre e, soprattutto, sono costruite socialmente dall’educazione e dalla cultura che riceviamo e assorbiamo, in accordo con le teorie sviluppate da Margaret Mead e Ruth Benedict a proposito della socializzazione infantile. Warren ritiene che queste lenti occidentali siano oppressive in quanto premiano i pensieri di tipo piramidale, che giustificano gli atti di dominazione e che sono guidati da una logica del dominio, la stessa che pone le medesime basi sia all’oppressione della donna da parte dell’uomo che a quella della natura non-umana da parte dell’umanità. Il pensiero di fondo è “per ogni X e Y, se X è superiore a Y allora X è giustificato a subordinare Y a sé”: è lo stesso schema del razzismo, del classismo, dell’abilismo ma anche dello specismo e di tutte le altre discriminazioni.
Possiamo ancora rimediare!
Decostruendo la logica del dominio alla base delle nostre cornici concettuali, potremmo avere una relazione con la natura circostante che sia appagante per tutti gli elementi della comunità biotica, lo stesso vale per i rapporti con gli altri esseri umani. Negli ultimi anni, la consapevolezza della crisi ecologica si è fatta strada negli animi di ognuno di noi, ha portato a dei cambiamenti nelle nostre abitudini – magari nella limitazione dei viaggi in macchina, nella consumazione di carne e pesce o nell’evitare i prodotti di fast fashion – che sono importanti, certo, ma non sufficienti a limitare i danni dei decenni di sconsideratezza se non verranno concretizzati anche dal mercato mondiale, rinunciando a qualcosa, ovviamente, ma per ottenere molto altro.
“Un’etica, in termini ecologici, è una limitazione della libertà d’azione nella lotta per l’esistenza”. – Citazione di Leopold in “The Land Ethic
