“Comunità energetiche”, il modello virtuoso e innovativo di produzione, distribuzione e consumo di fonti energetiche pulite. Per favorire la condivisione di risorse e ridurre la dipendenza dalle fluttuazioni del mercato dell’energia. Da alcuni mesi una delle principali fonti di preoccupazione per gli europei è il caro bollette: i costi di luce e gas sono cresciuti in modo esponenziale mettendo in difficoltà molte famiglie e imprese. Una situazione critica dovuta alla forte dipendenza dell’UE dal gas russo che, con il conflitto in Ucraina tuttora in corso, non sembra destinato a ridursi. Anzi, e, a pochi mesi dall’arrivo dell’inverno, l’incertezza e la preoccupazione per ulteriori aumenti di prezzi dell’energia e le possibili interruzioni delle forniture, sono realtà.
Il primo rimedio che viene in mente per risparmiare è indubbiamente la riduzione del consumo di energia; un’opzione non sempre percorribile però. Un’altra possibilità in grado di limitare l’impatto economico ma anche di rafforzare le relazioni sociali e sentirsi autosufficienti è rappresentata dalle comunità energetiche.

Cosa sono e come funzionano
Nelle comunità energetiche cittadini, aziende, enti pubblici producono la propria energia rinnovabile e condividono i proventi (energia e denaro) sul loro territorio. Si costituiscono in cooperative, generano energia da fonti rinnovabili, ottengono una quota dei profitti e decidono collettivamente prezzi e investimenti,Attualmente sono circa un milione gli europei che fanno parte di una comunità energetica, in qualità di membro, investitore o semplice cliente; si stima che entro il 2050 questa cifra possa raggiungere i 250 milioni di persone e generare fino al 45% dell’elettricità europea.
Tali comunità producono energia elettrica attraverso lo sfruttamento di impianti fotovoltaici o eolici condivisi (come nel caso di una centrale a disposizione della collettività), o individuali (ad esempio un impianto fotovoltaico installato sul tetto di un edificio privato o pubblico). L’energia non consumata viene messa a disposizione della collettività diventando una risorsa per tutti. La co-gestione avviene utilizzando un’infrastruttura digitalizzata, una rete che collega tutti i partecipanti, dotata di tecnologie all’avanguardia per ottimizzare ogni fase di produzione, consumo e scambio dell’energia.
Un sistema vantaggioso per gli enti pubblici con molti edifici ma con un consumo scarso e discontinuo. Anche per quei privati i cui consumi sono concentrati in specifici periodi dell’anno, come avviene nel settore agricolo o turistico; in questo caso durante i mesi di inattività il surplus di produzione energetica va a beneficio della comunità locale.
I benefici delle comunità energetiche sono vari, innanzitutto economici: le realtà che vi aderiscono siano imprese, enti locali e cittadini godono di sconti sulle bollette tanto maggiori, quanto più aumenta il prezzo dell’energia. Più sono grandi maggiori sono le ricadute positive sui partecipanti.
Inoltre condividendo la produzione dell’impianto della comunità i cittadini diventano oltre che consumatori anche produttori di energia elettrica.
I guadagni generati sono anche di natura sociale, tra cui una maggiore inclusione e un aumento della consapevolezza su temi universali quali il contrasto della povertà energetica, ma anche la creazione di nuove opportunità di lavoro sul territorio.
Presenza in Europa e in Italia
Le comunità energetiche rappresentano un modello consolidato in alcuni paesi del nord Europa tra cui Paesi Bassi e Germania, in particolare nella Bassa Sassonia, dove è attivo dal 2004 il Bioenergy Village di Jühnde,
In Italia la loro presenza è invece ancora limitata, seppure regolata da specifiche norme. Con il Decreto Milleproroghe 162/2019 il nostro paese ha recepito la Direttiva Europea RED II 2001/2018, con cui si riconosce valenza giuridica alle Comunità Energetiche Rinnovabili (REC), introducendo la figura del prosumer (al tempo stesso consumatore e produttore di energia). Un modello, quello italiano, basato unicamente sull’autoconsumo: ai nuclei familiari è permesso associarsi alle comunità senza limiti, non però alle aziende per le quali la produzione di energia rappresenta l’attività principale.

Esempi pratici dalla Sardegna
Quanto regolato formalmente è stato messo in pratica recentemente in Sardegna, regione che non dispone di gas; falliti alcuni tentativi di costruire gasdotti, gli abitanti di alcuni comuni hanno scelto alternative innovative per provvedere al proprio fabbisogno energetico. Senza attendere soluzioni dall’alto, dimostrando determinazione e perseveranza, qualità di cui gli abitanti dell’isola sono ricchi. È quanto accaduto a Ussaramanna, un comune della provincia di Medio Campidano e a Villanovaforru nella provincia del Sulcis. Si tratta di esperimenti ancora in corso ma che promettono di essere un successo e un modello per altre realtà.
A Ussaramanna all’inizio dello scorso anno il sindaco ha organizzato un incontro per discutere con i cittadini la possibilità di posare pannelli fotovoltaici sul tetto di una scuola locale e i vantaggi conseguenti. Fugando le perplessità di quanti erano preoccupati per il potenziale costo che questa misura avrebbe comportato e sorprendendoli con la notizia che, come membri della comunità energetica, non solo non avrebbero subito pagare alcunché ma che dalla vendita dell’energia alla rete avrebbero addirittura guadagnato. Inoltre ha rassicurato chi temeva di doversi rassegnare all’ installazione dei pannelli solari sui tetti delle proprie abitazioni, indicandola come una scelta, non un obbligo. A differenza delle turbine eoliche, spesso viste con diffidenza e giudicate da molti uno “scempio estetico”, gli impianti fotovoltaici sono stati accolti piuttosto favorevolmente dai residenti del comune sardo, rivelatisi entusiasti e orgogliosi di poter contribuire al fabbisogno energetico locale. Al punto che entro tre mesi dall’incontro col sindaco si sono iscritte 55 famiglie e 5 imprese e a fine anno gli impianti, finanziati dall’UE, risultavano già installati. A Ussaramanna e Villanovaforru tuttavia non esiste ancora un collegamento alla rete per ritardi burocratici; al momento l’energia solare generata può essere utilizzata dalle famiglie solo per l’autoconsumo. I lavori però procedono e a breve è previsto il loro completamento.
Avviare una comunità energetica
In tutta Europa esistono molte organizzazioni che forniscono gratis consulenza e supporto a quanti vogliano realizzare una comunità energetica. Rescoop è uno dei punti di riferimento nel settore, una Federazione che riunisce 1.900 cooperative energetiche cittadine, che rappresentano oltre 1,25 milioni di cittadini e diffonde le migliori pratiche delle cooperative energetiche in tutto il continente. È possibile iscriversi come membro o investitore anche se non si vive nella zona in cui è attivo il progetto: sul sito web della Federazione è possibile trovare le iniziative in corso nel proprio territorio e parteciparvi, oltre che come membro o investitore anche in qualità di volontario o come personale retribuito.
Quello delle comunità energetiche è un modello presente “a macchia di leopardo”; una diffusione capillare sul territorio richiede impegno sia nel coinvolgere il tessuto sociale, prima di tutto della cittadinanza, che nel cambiare mentalità. Si è ancor legati al modello classico di approvvigionamento e consumo di energia: ci si rifornisce dai “colossi” energetici a cui si regalano con il pagamento delle bollette ingenti guadagni. Non si riflette invece sulla possibilità di diventare da consumatori passivi e fortemente dipendenti da altri (spesso fornitori stranieri) attori consapevoli e autosufficienti. Produttori oltre che consumatori, in grado di contribuire al proprio fabbisogno energetico, sfruttando l’energia pulita degli ambienti in cui si vive, e persino scaricare i costi dell’eventuale energia in eccesso proprio su quei “colossi” da cui ancora troppo dipendiamo.
Serve un cambio di prospettiva e di ruoli per virare verso un nuovo modello energetico che, oltre che a livello economico ha risvolti positivi anche sull’ambiente e sulla società. Gli esempi virtuosi ci sono, le condizioni per un ulteriore sviluppo anche. Basta solo lungimiranza, impegno e perseveranza.
