È una mostra che ti sbatte in faccia la realtà: la plastica non sparisce, non si disintegra, resta con noi nei decenni e torna. Torna dal mare, sulle nostre spiagge, soprattutto durante le mareggiate invernali, sotto forma di contenitori, tubetti, oggetti vari monouso. Se non ce ne accorgiamo è solo perché le spiagge vengono pulite, spesso con l’aiuto di gruppi di volontari che si alternano durante l’anno e raccolgono con pazienza tutto. Ma il progetto ‘Archeoplastica’? Il museo degli antichi rifiuti spiaggiati’, una esposizione virtuale e anche una raccolta di oggetti in plastica, provenienti dalle spiagge, che è anche possibile trovare esposti nei musei sensibili al tema, serve proprio a renderci consapevoli che la plastica non si distrugge.
La raccolta di ‘Archeoplastica’ è nata a partire dalle spiagge della Puglia e dall’idea di Enzo Suma, guida ambientale pugliese che da anni è tra quei volontari che puliscono le dune e che nel 2018 ha deciso di farne una collezione ‘ragionata’ – siamo oggi ad alcune centinaia di esemplari – con l’intento di svegliare le coscienze.
‘Già da tempo percorrevo le spiagge per raccogliere la plastica, ma quell’anno mi trovai in mano un flacone col tappo, una crema solare con l’etichetta leggibile per metà, il brand riconoscibile e il prezzo in lire, che mi consentì di stabilire che si trattava di un oggetto che poteva essere della fine degli anni ’60 – spiega – pubblicai la foto sui social e mi colpirono i commenti, tra lo stupito e il preoccupato: come poteva essere ancora pressoché intatto? La dimostrazione che la plastica resta. E da lì iniziai a raccogliere per conservare e mostrare per far capire i tempi lunghissimi con cui si degrada.

Oggi ‘Archeoplastica’ è una rete, un progetto collettivo di raccolta e catalogazione dei ‘reperti’ archeologici in plastica un po’ in tutta Italia, cercando di stabile per ogni oggetto la data di emissione sul mercato e la provenienza. I pezzi forti, riconoscibilissimi, sono tanti: il pallone dei Mondiali di Italia’90, coppette di gelato di marchi che oggi non esistono più ma che abbiamo ben impressi nella memoria, sacchetti di patatine, il contenitore verde di un notissimo borotalco, quello giallo di una altrettanto nota polvere di cacao. Un barbapapà. Tutto questo in mezzo a tanti altri pezzi qualunque che non finiscono nella collezione principale ma che Suma e i suoi raccolgono in quantità smisurate e che danno l’idea del nostro modello di consumo: spazzolini da denti, puntali di ombrelli e ombrelloni, accendini. ‘ Tutti oggetti di cui facciamo un largo consumo – racconta Suma – e per i quali talvolta ci sono validi sostituti non in plastica, sui quali occorrerebbe convergere’.
Archeoplastica è anche un blog con tanti approfondimenti tematici e la voglia di crescere. Essendo una rete è un progetto aperto a chi ha voglia di dare una mano, sia nella raccolta che nelle ricerche, non sempre semplici, sull’origine dei reperti. E sono in partenza collaborazioni importanti con centri di ricerca, spiega Suma: ‘ una collaborazione è con l’Università Milano Bicocca per individuare le origini degli oggetti in plastica che restano incastrati negli accumuli di catrame in mare e in questo modo avere maggiori informazioni proprio sulle sostanze che inquinano le nostre acque’.
Approfondimento: Sito del museo virtuale www.archeoplastica.it
