ChatGPT, INSIDIA O RISORSA A SCUOLA?

Guido Cassinadri, dottorando della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, propone una riflessione sul chatbot più famoso del momento.

APPROFONDIMENTO
Susanna Bagnoli
ChatGPT, INSIDIA O RISORSA A SCUOLA?

Guido Cassinadri, dottorando della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, propone una riflessione sul chatbot più famoso del momento.

ChatGPT, il chatBot che dà risposte testuali, è nell’occhio del ciclone. Si discute molto della sua utilità, degli ambiti in cui può essere utilizzato, delle insidie legate ad un uso indiscriminato. Questa tecnologia sta avendo un grande impatto, tra gli altri, sui sistemi scolastici in tutto il mondo. E all’inizio di quest’anno la notizia è stata che molte scuole, in paesi diversi, dagli Stati Uniti all’Australia, fino all’Italia hanno vietato l’uso di ChatGPT.

Negli ultimi tempi il dibattito si è spostato su come regolamentarne l’uso e come sviluppare metodologie didattiche innovative che permettano di educare le nuove generazioni a un mondo in cui questo tipo di tecnologie saranno sempre più pervasive. ChatGPT non più insidia ma anche possibile risorsa, in ambito educativo, quindi. Guido Cassinadri, dottorando in Health Science, Technology and Management alla Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, si sta occupando del bot più famoso del momento, proprio nella sua dimensione potenziale di risorsa da utilizzare in contesti educativi.

Non ha senso bandirlo – dice –  come è successo a all’estero e anche in Italia. ChatGPT esiste, si tratta di capire come utilizzarlo e introdurlo a scuola. L’insidia per gli studenti  è che lo usino in modo passivo, delegando alla macchina compiti che invece devono essere svolti in prima persona. Farli fare al bot potrebbe comportare, nel lungo periodo, perdere alcune capacità cognitive”. Eppure possono esserci anche delle opportunità, dall’utilizzo di Chat GPT, Cassinadri ha delle proposte, “ il bot può essere un possibile interlocutore in un dialogo e confronto per fare in modo che gli studenti critichino gli output prodotti da Chat GPT – spiega lo studioso – il bot, se è chiamato a insegnare concetti e ragionamenti, fa ancora errori, quindi non dobbiamo delegargli compiti da insegnante ma lo possiamo usare come strumento per testare la conoscenza dei ragazzi, per mettere alla prova la loro padronanza dei concetti”.

Guido Cassinadri, dottorando in Health Science, Technology and Management alla Scuola Superiore Sant'Anna di Pisa
Guido Cassinadri, dottorando in Health Science, Technology and Management alla Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa

Il rapporto col bot può diventare un allenamento, una palestra in cui lo studente mette alla prova l’intelligenza artificiale e al tempo stesso corregge i suoi errori, azione che implica il saperli riconoscere. “Lo studente diventa l’insegnante di ChatGPT e può criticare le risposte della macchina. Niente di diverso da quello che gli studenti devono saper fare quando cercano e selezionano informazioni in rete, adottando spirito critico e valutando le fonti. Allenare gli studenti a riconoscere i bot, quando producono informazioni sbagliate, è un buon modo per prepararli a interagire correttamente con strumenti di intelligenza artificiale che saranno sempre più presenti nel loro quotidiano”, sostiene Cassinadri. La prospettiva è proprio quella di veder incrementare il panorama dei chatbot e fermarli non sarà possibile, invece sviluppare una interazione corretta sì.

Finchè ChatGPT farà errori,  possiamo allenare gli studenti, a riconoscerli. È quando la macchina non farà  più errori che la sfida diventerà più grande”, specifica Cassinadri.