Si sa che ogni anno sono gettati o comunque entrano negli oceani tra i 5 e i 13 milioni di tonnellate di plastica. Sono numeri impressionanti ai quali vanno aggiunte le 640mila tonnellate di attrezzature utilizzate per le pesca commerciale che, anche qui ogni anno, si perdono sempre negli oceani.
È il macro scenario che fotografa in grande il problema ambientale della pulizia del mare sempre più evidente anche lungo le nostre coste o sulle nostre spiagge da sempre meta di relitti, peraltro recuperabili e recuperati, ma ben minima conseguenza rispetto ai danni provocati soprattutto dalla plastica che, studi recenti sempre più allarmanti, nella forma micro provocano rischiose metamorfosi nella fauna ittica.
Di fronte a questo enorme problema che continua ad aggravarsi la tecnologia attuale prevede che occorrerebbero 120 anni e più di 36 milioni di euro per eliminare una sola delle cinque maxi isole di plastica che sono presenti negli oceani.
Se ne è parlato anche al grande incubatore di proposte della recente Naples Shipping Week ma, fortunatamente, non solo per lanciare l’ennesimo grido di dolore, bensì per valutare, con la ricerca, quali sono le possibili vie di uscite, non solo economicamente e temporalmente utili ma, in pieno processo di transizione ecologica, anche vantaggiose dal punto di vista energetico, il grande tema che sta scuotendo le nostre esistenze quotidiane.
Ma andiamo con ordine. All’evento di Napoli dedicato al mare-ambiente e alla blu economy, declinati in tutti gli aspetti, un realizzabile progetto, che ha attirato uno straordinario interesse, di due unità di gassificazione per convertire la plastica raccolta in combustibile a zero emissione di carbonio che alimenterebbe ovviamente le navi stesse.
Navi specializzate che potrebbero rimediare in soli cinque anni (contro i 120 preventivati) nate da Gaia First, la società fondata da Gianni Valenti, che si sostanzia in una organizzazione non governativa internazionale con sede a Parigi, e con volontari in 25 Paesi del mondo, che sta raccogliendo donazioni a questo proposito.
Al progetto partecipa come partner anche il Rina (Registro Navale Italiano con sede a Genova) che è, come si sa, una significativa garanzia per la sua fattibilità. Sulle due navi sarà applicata la migliore tecnologia per individuare e raccogliere intanto le macro plastiche fino a 3 metri profondità e convertirle in energia verde al ritmo di 25 tonnellate al giorno.
L’operatività è garantita dalla combinazione di immagini radar, satellitari e Gps per fare il percorso migliore nelle quali gettare reti galleggianti e barriere a bolle d’aria. L’abbattimento dei tempi di smaltimento dipende dal fatto che la nave può rimanere in mare sempre, lavorando ventiquattro ore su ventiquattro per raccogliere la spazzatura convertendola in idrogeno verde o ammoniaca verde.
Nel progetto attuale, la nave avrebbe a disposizione già a bordo tutta la tecnologia trattare i rifiuti per trasformarli in gas e conservarli.
Altri numeri interessanti? A Napoli si è assicurato che le due navi potranno arrivare a raccogliere 50 tonnellate al giorno di rifiuti plastici misti con le quali produrre 7,5 tonnellate di idrogeno, che in un anno arriveranno a 2.700 tonnellate.
E questo accadeva mentre, sempre dalla Naples Shipping Week, arrivava il grido di allarme per un’Italia che sta perdendo la partita della costruzione dei parchi eolici offshore, un settore che al 2050 prevede lo sviluppo di progetti per miliardi di euro. I porti e le infrastrutture, gli armatori la cantieristica nazionali non sono attrezzati – ha rivelato l’ingegner Luigi Severini, iLStudio Engineering & Consulting Studio e membro della Associazione Ingegneria Offshore e Marina – per far fronte allo sviluppo che questo comparto avrà, a differenza di quanto invece stanno facendo Stati Uniti, Francia e Spagna e molti altri Paesi europei.
“Così l’Italia corre il rischio di vedere progetti che verranno realizzati da imprese estere. Mancano sia le navi, sia le banchine e le strutture portuali adatte per realizzare questi impianti e raggiungere l’obiettivo di 30 GW entro il 2030. Tanto per capirci, l’agenzia Usa dedicata al settore prevede la necessità di 80 navi, 2100 turbine e 12mila km di cavi, con una stima occupazionale da 12mila a 50mila posti di lavoro”.
