COMUNITÀ ENERGETICHE: COSA SONO E PERCHÉ FARLE

Produrre energia da fonti rinnovabili organizzati in comunità, risparmiando sulle bollette e addirittura facendo profitto.

AMBIENTE
Redazione
COMUNITÀ ENERGETICHE: COSA SONO E PERCHÉ FARLE

Produrre energia da fonti rinnovabili organizzati in comunità, risparmiando sulle bollette e addirittura facendo profitto.

Rispettare l’ambiente abbattendo le emissioni e creando socialità “dal basso”. Utopia? No: si può fare, adesso. Con le comunità energetiche. Ma cosa sono? In pochissime parole, la risposta più concreta al caro-energia e alla crisi climatica ed ambientale. Una risposta che è pensata per arrivare dall’azione dei cittadini e della collettività: dal basso, quindi. Azioni pratiche, dirette e collettive che rappresentano la strada migliore per introdurre un cambiamento reale nelle abitudini di tutti i giorni. E raggiungere questo obiettivo così grande non è nemmeno impresa impossibile. Stiamo parlando, appunto, del sistema delle comunità energetiche, istituito in Italia su impulso dell’Unione Europea che sta interessando sempre più persone in seguito alle conseguenze economiche devastanti della pandemia e della guerra in Ucraina. L’aumento dei costi dell’energia è un problema reale, con cui la gente si confronta ogni giorno. Insieme all’emergenza climatica e ambientale, a cui è strettamente legato, rappresenta il tema su cui è necessario concentrarsi senza perdere tempo. E le comunità energetiche possono essere uno dei modi con cui intervenire.

La comunità energetica
Un gruppo di persone, una collettività, un insieme di famiglie, una piccola azienda che decide di produrre energia in autonomia utilizzando fonti rinnovabili. E magari, perché no, massimizzando il profitto attraverso l’energia in eccesso prodotta, che può essere venduta. Risparmio, tutela dell’ambiente e anche guadagno. Una soluzione sostenibile che appare ottima per rispondere con l’autoproduzione agli stimoli della fase storica ed economica che viviamo: crisi energetica, emergenza ambientale, aumento dei costi. Le comunità energetiche trasformano i consumatori in “prosumers”, cioè consumatori e produttori allo stesso tempo.

Le comunità energetiche? Le prevede la legge!
Il sistema delle comunità energetiche ha una cornice legislativa ormai strutturata. Sono state formalmente introdotte con il decreto Milleproroghe 162/2019 che ha recepito la Direttiva Europea RED II 2001/2018. Sono poi arrivati i decreti attuativi: la delibera 318/2020/R/EEL dell’ARERA e il DM 16 settembre 2020 del MISE.

Come si crea una comunità energetica
La comunità energetica nasce dalla volontà di alcuni soggetti di associarsi per produrre energia in autonomia: questi soggetti possono essere persone fisiche, enti territoriali, piccole e medie imprese, amministrazioni locali o pubbliche. Queste soggettività, una volta deciso di unirsi per dare vita alla comunità energetica, devono costituire una entità che abbia valore legale: le forme più comuni che vengono utilizzate sono l’associazione riconosciuta o la cooperativa. Una volta espletato questo passo, è necessario individuare la tipologia di impianto che si vuole installare ed individuare il luogo fisico. Questo passaggio naturalmente è più semplice per le comunità energetiche al cui interno sia presente una amministrazione pubblica, che ha a disposizione più spazi da dedicare all’installazione di impianti. Ma anche una PMI od un gruppo di privati cittadini che siano prossimi a livello territoriale possono abbastanza agevolmente trovare la soluzione logistica per diventare autoproduttori di energia.  La titolarità dell’impianto non deve essere per forza intestata alla comunità, o a tutta la comunità: può appartenere di fatto solo ad alcuni associati o addirittura essere di proprietà di un soggetto terzo. Saranno poi accordi di diritto privato a definire i rapporti economici interni alla comunità.

Caratteristiche tecniche
Gli impianti devono essere di potenza non superiore ai 200 kW, e devono essere ubicati in prossimità dei membri della comunità energetica. Il concetto di “vicinanza”, che è previsto dalla legge, si riferisce anche alla cabina elettrica di trasformazione di media/bassa tensione: sono considerati “vicini” tutti gli utenti le cui connessioni sono alimentate dalla stessa cabina. Gli impianti di autoproduzione energetica sostenibile sono, al momento, sostanzialmente fotovoltaici ed eolici: possono essere condivisi in maniera più ampia, come ad esempio nel caso – già illustrato – di una comunità energetica che annoveri al suo interno una amministrazione pubblica, o più ristretta, come nel caso di impianti installati sul tetto di un condominio. Ogni membro della comunità energetica dovrà poi installare uno smart meter, un contatore, che rileverà in tempo reale le informazioni sulla produzione, l’autoconsumo, la cessione e il prelievo dalla rete dell’energia.

Incentivi e profitto
L’autoproduzione di energia da diritto a ricevere degli incentivi economici: per ottenerli bisogna, una volta messo in funzione l’impianto, fare istanza al Gestore dei Servizi Energetici (GSE). Gli incentivi sono sia in forma di contributo che di detrazione fiscale. Una prima forma di profitto arriva già con queste due forme di incentivazione. Esiste poi la possibilità di cedere l’energia eventualmente prodotta in surplus: su quella non sono previsti incentivi ed il valore economico della cessione (dalla comunità ad altri soggetti) sarà definito da ulteriori accordi di diritto privato.