COP 27, LA LOTTA AI CAMBIAMENTI CLIMATICI PUÒ ATTENDERE

Un’altra delusione come lo scorso anno e le enormi aspettative per un cambio di passo nella lotta all’emergenza ambientale si infrangono sugli scogli dell’equilibrismo politico.

APPROFONDIMENTO
Redazione
COP 27, LA LOTTA AI CAMBIAMENTI CLIMATICI PUÒ ATTENDERE

Un’altra delusione come lo scorso anno e le enormi aspettative per un cambio di passo nella lotta all’emergenza ambientale si infrangono sugli scogli dell’equilibrismo politico.

Vale ancora la pena avere fiducia nelle Conferenze internazionali sul clima? Visti i risultati, verrebbe da rispondere di no. Ma d’altronde, quale strada è possibile percorrere per evitare il disastro, se non quella del confronto e degli accordi globali? Se in Italia – per ipotesi – tagliassimo le emissioni in maniera consistente ma fossimo tra i pochi a farlo, quale sarebbe il guadagno complessivo reale per tutto l’ecosistema? E, d’altra parte, come è possibile chiedere alle economie in via di sviluppo di rinunciare a fare quello che i paesi più sviluppati (tra cui noi) hanno fatto nell’ultimo secolo, e cioè inquinare a rotta di collo per garantire una crescita ogni anno superiore a quella precedente? Queste sono le domande a cui i grandi della terra sono tenuti a rispondere ogni anno, da quando – a metà degli anni ’90 – ha avuto inizio la ritualità delle Conferenze delle Parti, o appunto COP. Qualche risultato, nel tempo, è stato raggiunto: il Protocollo di Kyoto nel ’97, o gli accordi di Parigi nel 2015, per fare i due esempi più importanti. Ma da quando le decisioni sono diventate urgenti ed improcrastinabili, e le scelte da fare nette e definitive, ogni anno la conclusione è la stessa: un passo avanti, uno indietro e arrivederci a fra dodici mesi.

Finale ai tempi supplementari

 Che gli accordi fossero complessi da raggiungere lo si sapeva in apertura, e si è compreso ancora meglio nella fase di chiusura dei lavori: la conclusione, prevista per venerdì 18, è stata infatti spostata di ben trenta ore. Una sorta di “tempo supplementare” necessario per ottenere qualcosa, un risultato minimo che permettesse di non parlare di fallimento. L’enorme questione sul tavolo era sempre la stessa: impedire un aumento della temperatura di oltre 1,5 gradi, che rappresenta il limite invalicabile da non oltrepassare. Un innalzamento superiore avrebbe – a detta della scienza – un impatto devastante sul clima, sui ghiacciai, sull’ambiente globale e dunque sulla biodiversità e sulla vita umana. Come fare ad evitare questo disastro? L’unica strada realistica è abbattere drasticamente le emissioni, e quindi innanzitutto mettere al bando i combustibili fossili. Era questo uno dei punti da porre come ineludibili. L’altra grande questione era la creazione del fondo “Loss and Damage”, ossia un sistema di compensazioni per i paesi che stanno subendo i danni più pesanti dovuti ai cambiamenti climatici.

Missione 1,5 gradi: il rischio è che sia troppo tardi

Per evitare il disastro ambientale bisogna evitare l’innalzamento delle temperature oltre il grado e mezzo. Per ottenere questo risultato bisogna tagliare immediatamente le emissioni inquinanti: l’obiettivo è di ridurle del 43% entro il 2030, cioè tra poco più di sette anni. Ma, con i ritmi di riduzione attuali, la percentuale di abbattimento di qui al 2030 non è nemmeno lontanamente vicina a quella indicata come necessaria: secondo alcuni studi il risultato realisticamente ottenibile è lo 0,3% in meno. Dati che spaventano, o che almeno dovrebbero farlo: perché – così come avvenne nel 2021 a Glasgow – anche stavolta l’impressione è di aver perso del tutto l’occasione. Perchè, di nuovo, rispetto all’utilizzo dei combustibili fossili ed in particolare del carbone, il documento finale non parla di “eliminazione” ma di “riduzione”. Cosa significa? Che, così come con la COP 26, anche stavolta si è deciso di non decidere. Rimandando nuovamente alla prossima volta: “Il nostro pianeta è ancora al pronto soccorso. Dobbiamo ridurre drasticamente le emissioni ora, e questo è un problema che COP27 non ha affrontato”, ha commentato il segretario generale dell’ONU Antonio Guterres, esprimendo chiaramente la sua insoddisfazione per l’esito della Conferenza. Molto simile il tono del commento di Frans Timmermans, capo delegazione dell’Unione Europea: “Sulle riduzioni delle emissioni qui abbiamo perso una occasione e molto tempo, rispetto alla COP26 di Glasgow. Da domani ci metteremo al lavoro per rimediare alla COP28 di Dubai. Siamo a 1.2 gradi di riscaldamento e abbiamo sentito in questi giorni quali effetti questo stia già provocando”.

Il Fondo “Loss and Damage”

Qualche risultato è stato ottenuto, invece, rispetto l’altro grande tema in discussione: il sostegno ai paesi che maggiormente stanno pagando il prezzo dell’emergenza climatica. In questo caso un accordo è stato raggiunto: i paesi più ricchi contribuiranno alla realizzazione di un fondo, denominato “Loss and Damage” (letteralmente “Perdita e Danno”) che servirà a rimborsare i paesi in via di sviluppo che subiscono con più violenza gli effetti dell’innalzamento delle temperature. La presidenza egiziana ha sottolineato fin da subito l’importanza del tema e la necessità di giungere ad un accordo: il fatto che la COP 27 si sia svolta in Africa ha evidentemente influito sull’importanza attribuita ai vari punti dell’ordine dei lavori. Anche qui, i tempi comunque saranno lunghi: dovrà essere costituito un comitato, al quale sarà affidato il compito di decidere quali sono i paesi considerati economicamente deboli e quindi meritevoli di attingere alle risorse del fondo Loss and damage. Il comitato deciderà anche quali saranno i paesi che dovranno riempirlo, il fondo. L’esito di queste considerazioni sarà presentato l’anno prossimo alla COP 28 che si terrà a Dubai. Importante risultato raggiunto, certo: ma il problema principale è un altro, come ha ribadito il già citato Frans Timmermans: “La soluzione non è finanziare un fondo per rimediare ai danni, è investire le nostre risorse per ridurre drasticamente il rilascio di gas serra nell’atmosfera”.