Dalla “Maturità” all’“Esame di Stato” e ritorno, cosa cambia

Un ritorno che è anche una dichiarazione d’intenti, le voci degli studenti

APPROFONDIMENTO
Prof. Francesca Galati
Dalla “Maturità” all’“Esame di Stato” e ritorno, cosa cambia

Un ritorno che è anche una dichiarazione d’intenti, le voci degli studenti

Dopo oltre vent’anni, il termine “Esame di Maturità” torna ufficialmente nel linguaggio della scuola italiana. Il Consiglio dei Ministri, su proposta del ministro Giuseppe Valditara, ha approvato la riforma che ridefinisce la prova conclusiva della scuola secondaria di secondo grado, destinata a entrare in vigore dal 2026.

Non si tratta,tuttavia, di un semplice cambio di nome. Dietro la parola maturità si cela una precisa visione pedagogica e culturale: il tentativo di restituire alla scuola il compito di misurare non solo ciò che uno studente sa, ma ciò che è diventato.

Per capire il significato di questo cambiamento, vale la pena ascoltare chi lo vivrà in prima persona.

«Mi piace che si torni a chiamarla “maturità”. Suona più umano, più vero. Non è solo un esame, è la fine di un periodo della vita», racconta Gloria, studentessa di un istituto tecnico di Vibo Valentia.

«Il fatto che l’orale sia obbligatorio mi mette un po’ d’ansia, soffro di attacchi di panico… spero di riuscire a gestire la paura”, ribatte Rossana.

Più scettica, invece, Federica: «Ogni anno cambiano qualcosa. A noi interessa capire come prepararci, non solo il nome che cambia. La scuola dovrebbe darci continuità, non confusione».

Le loro parole mostrano bene l’ambivalenza del momento: tra entusiasmo per un ritorno simbolico e incertezza per ciò che ancora non è del tutto definito.

Dal tecnicismo all’esperienza

Il termine Esame di Stato, introdotto negli anni Novanta, rispondeva all’esigenza di dare rigore e valore legale al diploma. Col tempo, però, ha finito per evocare più un atto burocratico che un rito di passaggio.

Il ritorno alla Maturità vuole riaccendere un immaginario: quello della crescita, della consapevolezza, dell’ingresso nel mondo adulto. Un gesto linguistico ma anche politico, che cerca di restituire valore simbolico a un momento fondante della vita scolastica.

Come sottolinea il Ministero, la riforma punta a «valorizzare il percorso formativo complessivo dello studente, non solo la prestazione d’esame».

Le novità principali

La riforma interviene su vari aspetti dell’esame: struttura, prove, commissioni, orientamento.

1. Il nome: ritorno alla Maturità
L’esame tornerà a chiamarsi Esame di Maturità. È un atto simbolico, che intende rimettere al centro la dimensione umana e formativa della scuola.

2. Un orale obbligatorio e più incisivo
Chi non sostiene l’orale sarà bocciato, anche in presenza di prove scritte positive. Il colloquio verterà su quattro discipline, individuate dal Ministero a gennaio. L’obiettivo è ridare senso a un momento spesso vissuto come formale: un dialogo autentico sul percorso compiuto.

3. Esiti delle prove scritte dopo l’orale
I risultati degli scritti saranno comunicati solo dopo il colloquio, per evitare condizionamenti e spostare l’attenzione sulla valutazione complessiva.

4. Commissioni più snelle
Da sette membri a cinque: un presidente, due commissari interni e due esterni. La scelta mira a snellire le procedure e alleggerire il carico organizzativo per le scuole.

5. Addio alla sigla PCTO
I Percorsi per le Competenze Trasversali e per l’Orientamento cambiano nome: diventano formazione scuola-lavoro. Una scelta lessicale che vuole riportare concretezza e chiarezza, sottolineando l’integrazione fra scuola e territorio, fra conoscenza ed esperienza.

6.Valutazione del percorso formativo complessivo
Il colloquio e la valutazione finale terranno conto anche di elementi come educazione civica, formazione scuola-lavoro, partecipazione, condotta.

Cosa non cambia (o cambia poco)

Non tutto viene rivoluzionato. Le due prove scritte – quella di italiano e la seconda prova disciplinare – restano nella sostanza. Restano invariati anche i crediti di ammissione, basati su crediti scolastici e condotta.

Non è ancora completamente definito il contenuto dettagliato della seconda prova per ciascun indirizzo: sono previste ulteriori precisazioni nei prossimi mesi.

Un rito che resiste

In un’epoca in cui tutto tende a smaterializzarsi, l’esame di maturità conserva una forza simbolica rara. Nonostante le sue contraddizioni, resta uno dei pochi riti collettivi della nostra società laica.

Per gli studenti è un banco di prova, per i docenti un momento di bilancio, per le famiglie una soglia affettiva.

«È un momento che unisce tutti — liceali, tecnici, professionali — nella stessa ansia e nella stessa attesa», racconta Francesco, 18 anni .

«Forse è anche questo il suo fascino: ci ricorda che, nonostante le differenze, facciamo parte di una stessa storia scolastica».

Conclusione

Il ritorno alla Maturità non è solo un’operazione linguistica, ma un segnale culturale. Rimettere al centro la persona, l’esperienza, il percorso: questa è la promessa della nuova riforma.

Il cambiamento richiede una preparazione più ampia: non solo saper “rispondere” ,ma saper argomentare, collegare saperi, raccontare il proprio cammino di crescita.

Il fatto che chi fa “scena muta” rischi la bocciatura – anche con scritti ottimi – introduce un elemento di tensione: come gestire la paura, l’ansia da prestazione? È qui che entra in gioco la dimensione educativa ed emotiva.

Rendere effettive le competenze trasversali e l’autonomia è un obiettivo ambizioso, che richiede formazione, supporto e risorse nelle scuole.

Resta da vedere se il sistema scolastico, nei suoi tempi e nei suoi spazi reali, saprà raccogliere questa sfida.

Perché maturi — davvero — non si diventa con un decreto, ma con una visione condivisa di ciò che educare significa.