La soluzione all’inquinamento degli oceani potrebbe arrivare direttamente dai suoi abitanti. Un team di ricercatori tedeschi (Università di Bonn e Fraunhofer Institute) ha messo a punto un filtro bio-inspired capace di trattenere il 99% delle microplastiche rilasciate durante i lavaggi domestici.
Oggi il 69% dei nostri abiti è composto da fibre sintetiche, con il poliestere a farla da padrone. Secondo l’UNEP, il lavaggio di questi capi è responsabile di oltre il 30% delle microplastiche globali presenti nelle acque. Per i cittadini europei, questo si traduce in 13mila tonnellate di particelle disperse ogni anno nei tubi di scarico: circa 25 grammi a persona che finiscono inevitabilmente negli ecosistemi marini.
La natura come modello e il prossimo mercato
L’innovazione nasce dall’osservazione di pesci come sgombri, sardine e acciughe. Questi animali si nutrono nuotando a bocca aperta: l’acqua attraversa archi branchiali con strutture a pettine che agiscono come una griglia fittissima, trattenendo il plancton ed espellendo l’acqua pulita. Gli scienziati hanno replicato questo meccanismo di filtrazione a flusso incrociato in un dispositivo per lavatrici. A differenza dei filtri tradizionali che si intasano rapidamente, questo sistema “bio-based” permette all’acqua di scorrere catturando le particelle in un imbuto centrale.

Il prototipo, finanziato dall’Unione Europea, promette di essere economico e duraturo, poiché privo di parti mobili complesse. Una volta raccolte, le microplastiche vengono pressate in un residuo solido, facilmente smaltibile nella raccolta differenziata. Con il supporto del centro enaCom, la squadra sta ora lavorando alla protezione brevettuale e alla commercializzazione, segnando un passo decisivo verso una moda realmente sostenibile. La speranza dei ricercatori è che i produttori sviluppino ulteriormente il filtro in modo da inserirlo nelle future lavatrici: “Questo arginerebbe, almeno in parte, la diffusione delle microplastiche dai tessuti. E questo è anche necessario: le analisi indicano che le particelle possono causare gravi danni alla salute. Sono già state trovate nel latte materno e nella placenta, e persino nel cervello”, concludono gli autori.
