C’è un filo invisibile, ma robustissimo, che collega il cucchiaio alla parola. Spesso i genitori, per fretta o per evitare piccoli disastri in cucina, tendono a imboccare i propri figli. Tuttavia, una nuova ricerca scientifica suggerisce che lasciare ai più piccoli la libertà di sporcarsi e di gestire il cibo in autonomia sia uno dei migliori investimenti per il loro futuro linguaggio.
Lo studio, pubblicato sulla prestigiosa rivista Child Development, rivela come i bambini che mangiano da soli più spesso mostrino, già al compimento del primo anno di età, competenze comunicative decisamente più avanzate rispetto ai coetanei.
Una sinergia tutta italiana
La ricerca è il risultato di un’importante collaborazione tra eccellenze accademiche romane: l’Università di Roma Tor Vergata, la Sapienza Università di Roma e l’Istituto di scienze e tecnologie della cognizione del Cnr.
Il gruppo di ricercatori ha esaminato come l’atto a prima vista semplice di afferrare il cibo, portarlo alla bocca e coordinare i movimenti non sia solo un esercizio fisico, ma una vera e propria palestra per il cervello. Secondo gli esperti coinvolti: “Queste abilità motorie sono strettamente legate ad altri processi cognitivi rilevanti che contribuiscono allo sviluppo del linguaggio, come l’attenzione condivisa, l’imitazione, l’uso di strumenti e l’autoregolazione”.
Ma perché un’abilità motoria dovrebbe influenzare la capacità di parlare? La risposta risiede nella complessità dei processi cognitivi che il bambino attiva durante il pasto autonomo. Il bambino che gestisce il proprio pasto deve: riconoscere visivamente gli oggetti (il cibo, la posata, il piatto), imparare i nomi degli alimenti attraverso l’esperienza diretta e sviluppare l’attenzione condivisa, guardando il genitore mentre sperimenta nuovi sapori e consistenze.

La tavola come laboratorio di apprendimento
L’autonomia a tavola insegna al bambino l’uso degli strumenti (come il cucchiaio), che è un precursore cognitivo fondamentale per capire come funziona il mondo e, di riflesso, come funzionano i simboli e le parole. Inoltre, il controllo motorio fine richiesto per manipolare piccoli pezzi di cibo sembra stimolare le stesse aree cerebrali che presiedono alla coordinazione necessaria per l’articolazione dei suoni.
“Il momento del pasto non rappresenta solamente un’occasione per soddisfare il bisogno di nutrirsi, ma è un contesto in cui si attivano molteplici processi evolutivi, che coinvolgono lo sviluppo motorio, cognitivo e socio-emotivo del bambino”, spiega Giulia Pecora, dell’università di Roma Tor Vergata. “Quando il bambino può condividere il pasto con il resto della famiglia, ha la possibilità di osservare i comportamenti altrui, di imitarli e di assumere un ruolo attivo all’interno delle interazioni sociali”.
Invece di temere le macchie sui vestiti o sul pavimento, i ricercatori suggeriscono di incoraggiare l’iniziativa dei piccoli, seguendo magari tre semplici regole:
- Pazienza: Lasciate che il bambino provi ad afferrare il cibo, anche se i primi tentativi sono goffi.
- Varietà: Proponete cibi di diverse consistenze che richiedano diverse abilità di manipolazione.
- Dialogo: Commentate ciò che accade a tavola (“Ecco la mela”, “Senti com’è morbida?”), sfruttando l’attenzione del bambino sull’azione che sta compiendo.
È fondamentale che questa relazione tra autonomia nel mangiare e sviluppo comunicativo si mantenga anche a distanza di tempo. Infatti, i bambini che più spesso mangiano da soli a un anno presentano una probabilità circa due volte maggiore di produrre frasi a 24 mesi.
“Pediatri, operatori sanitari e genitori possono trarre vantaggio da queste evidenze per integrare strategie di promozione dell’alimentazione autonoma nelle proprie routine quotidiane e nei programmi di intervento”, concludono i ricercatori.
In definitiva, un bambino che impara a padroneggiare il proprio piatto sta, in realtà, imparando a padroneggiare il mondo delle parole.
Alfredo Staglianò
