Daniela D’Amico racconta il Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise

«Ogni passo sul sentiero è un invito a rallentare, osservare, ascoltare, “sentire” che la Natura è la nostra vera casa.»

AMBIENTE
Alessio Mariani
Daniela D’Amico racconta il Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise

«Ogni passo sul sentiero è un invito a rallentare, osservare, ascoltare, “sentire” che la Natura è la nostra vera casa.»

Cominciamo dall’inizio. Dove è cresciuta?

Sono cresciuta in un Paese del Parco e precisamente a Barrea (L’Aquila). Quando ero piccola andavo sempre in montagna con mio nonno che mi ha insegnato veramente molto in termini di Natura perché ha fatto il pastore da quando aveva otto anni, percorrendo il tratturo, per portare le pecore dall’Abruzzo, fino al Tavoliere delle Puglie. Devo a lui la tenacia ma soprattutto la consapevolezza che non siamo i padroni del mondo. Non conosceva molto, perché non aveva avuto la possibilità di studiare ma ne sapeva abbastanza per comprendere quanto fossimo legati alla terra e a quello che ci dona, per cui mi ha insegnato il valore della Natura.

Crediti fotografici del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise
Quale percorso di formazione ha seguito?

Dopo aver finito il Liceo Scientifico mi sono iscritta a Scienze Naturali ma non ho mai concluso gli studi per una serie di problemi familiari. Ho continuato a professionalizzarmi facendo diversi corsi, dal tutoraggio, per oltre un anno, al master sulla Comunicazione Ambientale a Milano presso la Scuola Superiore di Comunicazione a diversi altri, sulla Comunicazione ambientale, l’Heritage Interpretation. Inoltre, ho lavorato, su progetti, con dei mediatori di conflitti tra fauna e comunità locali.

Poi è arrivata al Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise.

Sono arrivata al Parco facendo la volontaria e poi per brevi periodi dell’anno (primavera, estate) la Guida. In quello stesso periodo l’ho fatta anche per un tour operator che faceva e fa, ancora oggi, viaggi a piedi nel mondo. Accompagnare le persone a scoprire la Natura mi ha insegnato veramente molto. È un mestiere che richiede competenza, empatia, passione. Ma soprattutto, richiede occhi capaci di “vedere oltre il sentiero” di cogliere la bellezza fragile che ci circonda e di trasmettere il desiderio di proteggerla. Non è solo un lavoro: è una vocazione, che serve a riconnettere noi esseri umani alla terra che ci ospita. Ogni passo sul sentiero è un invito a rallentare, osservare, ascoltare, “sentire” che la Natura è la nostra vera casa. Immersi nel bosco, la Guida diventa narratrice di storie antiche e moderne, interprete di paesaggi mutevoli e custode di biodiversità. Spero, che da queste parole traspaia tutto l’amore per questo mestiere praticato in gioventù, che, in molti modi mi ha aiutata a gettare le basi per il lavoro che svolgo oggi.

Crediti fotografici del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise
E all’ufficio Comunicazione. Comunità locali, promozione turistica, pubblico ampio, con chi comunica? Cosa fa l’Ufficio Comunicazione di un Parco?

Dopo diversi anni di lavoro, sia come Guida, sia come Interprete Ambientale, il Parco ha aperto la possibilità di organizzare un Ufficio che si occupasse, in maniera organica e strutturata, della comunicazione istituzionale, per far conoscere la propria mission: le attività di ricerca per la conservazione di specie e habitat e l’attività di divulgazione e sensibilizzazione verso questi temi. Oggi, grazie ad una squadra affiatata e competente, l’Ufficio Comunicazione del Parco svolge un ruolo centrale nel costruire e mantenere relazioni con tutti coloro che si interfacciano con l’Ente, un pubblico caratterizzato da una grande varietà di motivazioni e interessi.

La comunicazione avviene attraverso l’utilizzo di diversi strumenti: dai social media alle pubblicazioni ufficiali (come libri tematici, il Rapporto Orso annuale, volantini e depliant informativi), dagli incontri pubblici agli appuntamenti dedicati a specifiche categorie di fruitori, ad esempio fotografi naturalisti, guide ambientali o operatori turistici, fino a progetti Life, come l’ultimo, in cui stiamo lavorando in alcuni Paesi del Parco per creare delle Comunità a Misura d’Orso.

Non si tratta di un compito semplice, soprattutto quando si affrontano temi complessi legati alle specie emblematiche del Parco – come i grandi carnivori – che possono generare opinioni contrastanti e quasi mai neutre. In questi casi, l’obiettivo è fornire informazioni chiare, basate su dati scientifici, e promuovere una comunicazione costruttiva capace di favorire la comprensione e il rispetto del patrimonio naturale.

Quindi, una parte del lavoro riguarda orsi e lupi. Le specie come stanno?

La situazione è molto diversa tra le due specie, in termini di stato di conservazione e, se vogliamo, anche di prospettive.

La popolazione di lupo appenninico (Canis lupus italicus) in Italia oggi conta circa 3.300 esemplari ed è in aumento, secondo i dati del monitoraggio fatto da ISPRA nel 2022. Non bisogna dimenticare, però, che fino agli anni ’70 la specie era in pericolo d’estinzione. Proprio il Parco ha svolto un ruolo decisivo nella sua sopravvivenza, grazie alla storica campagna di sensibilizzazione: “Operazione San Francesco”. Per secoli il lupo è stato perseguitato e abbattuto (i lupari venivano addirittura pagati e celebrati per le loro uccisioni), ma oggi è tornato a occupare gran parte del suo areale originario. Tuttavia, episodi recenti di conflitto con le attività umane dimostrano che la coesistenza non è così scontata e non è qualcosa che si raggiunge ma un continuo divenire in cui non bisogna mai abbassare la guardia.

L’orso bruno marsicano (Ursus arctos marsicanus), invece, ha una storia molto diversa. Si tratta di una sottospecie unica al mondo, in pericolo critico di estinzione, con soli 50-60 individui stimati nel 2014. Negli ultimi anni la popolazione è in leggera espansione e sempre più esemplari occupano territori limitrofi al Parco. Questo è un segnale positivo, perché il futuro della specie dipende dalla sua capacità di colonizzare nuove aree dell’Appennino centrale. Nei primi mesi del 2026, dopo 10 anni dal precedente censimento genetico, dovremmo avere i risultati della nuova stima di popolazione e conoscere il trend della stessa.

Crediti fotografici del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise
Di recente, ha partecipato al documentario The wolf within. L’Unione Europea ha declassato il livello di protezione del lupo. Stati e regioni potranno stabilire quando uccidere i lupi. Cosa ne pensa?

Il declassamento del lupo da “specie rigorosamente protetta” a “specie protetta” lo trovo pericoloso in termini di conservazione, ma soprattutto inutile rispetto al fatto che questo stratagemma, perché di questo si tratta, porti reali benefici alla conflittualità legata ai danni che il lupo fa al bestiame. La comunità scientifica internazionale è unanime su questo concetto e lo ha dimostrato con studi in diversi Paesi. L’abbattimento dei lupi, infatti, non risolve il problema dei danni al bestiame perché ha un impatto minimo o nullo nella riduzione delle predazioni. Inoltre, la rimozione dei lupi spesso destabilizza le strutture sociali dei branchi, spingendo i lupi giovani e solitari a predare più bestiame, causando un aumento dei danni a lungo termine. I lupi eliminati vengono rapidamente sostituiti da altri individui, facendo riaccendere i conflitti senza una prevenzione adeguata. Quindi, meglio non affidarsi ai prelievi indiscriminati, ma utilizzare metodi consolidati come l’uso di cani da pastore, recinzioni elettrificate e tecniche di deterrenza visiva che però impongono attenzione e impegno da parte degli allevatori.

Ma questo ovviamente a noi Sapiens crea qualche problema perché noi vogliamo risolvere i problemi con metodi veloci e senza troppo impegno, cioè massimo risultato col minimo sforzo. L’abbattimento, inoltre, può avere conseguenze negative sull’ecosistema, poiché i lupi controllano le popolazioni di altri animali selvatici che possono danneggiare foreste e coltivazioni se in sovrannumero. In sintesi: la presenza del lupo può talvolta generare difficoltà per alcune attività umane, ma con i metodi descritti si possono evitare i danni da predazione. Quello che invece dobbiamo assolutamente comprendere è il ruolo ecologico del lupo di gran lunga più importante per noi esseri umani dei danni che procura.

I lupi italiani sono troppi?

Forse la domanda da porsi è un’altra: siamo noi ad essere troppi? Il concetto di “troppo” appartiene alla prospettiva umana, non alla natura. In natura, le popolazioni animali tendono ad autoregolarsi. Quando una specie raggiunge un numero elevato di individui, intervengono meccanismi naturali come una minore natalità, una maggiore mortalità giovanile o la diffusione di malattie. Ad esempio, se i lupi diventano numerosi, la loro riproduzione rallenta; se i camosci sono in sovrannumero, aumenta la vulnerabilità alle epidemie.

Guardando alla storia recente del lupo in Europa, passare in soli cinquant’anni dallo stato di rischio di estinzione alla percezione di “eccesso” appare poco logico. È più utile concentrarsi su una gestione scientifica e responsabile della specie, piuttosto che ricorrere a definizioni che rispecchiano più le nostre paure o interessi che la realtà ecologica.

Crediti fotografici del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise
Il lavoro di comunicazione è importante per costruire la convivenza?

Direi che la comunicazione non è solo importante, ma assolutamente essenziale. Come afferma Marshall Rosenberg nel suo famoso libro Le parole sono finestre (oppure muri), le parole possono costruire ponti di comprensione oppure erigere muri di divisione e di conflitto. Immaginiamo una società come un’orchestra: ogni individuo è uno strumento diverso e la comunicazione è la partitura che li fa suonare insieme in armonia. Senza dialogo, ascolto e confronto, le note si perdono nel caos, creando discordia anziché melodia. La convivenza – o meglio, la coesistenza – con la natura si fonda su una comunicazione efficace che promuove empatia e rispetto, riconoscendo il valore intrinseco di tutti gli esseri viventi con cui condividiamo il nostro pianeta.

Quindi?

Un buon lavoro comunicativo aiuta a gestire i conflitti che inevitabilmente sorgono tra attività umane e fauna selvatica, favorendo la fiducia che è alla base della ricerca e dell’adozione di soluzioni condivise e sostenibili per il futuro. Tuttavia, non è affatto un percorso semplice né scontato. La coesistenza tra umani e fauna selvatica è, infatti, complessa e dinamica, spesso ostacolata da percezioni sbagliate, da luoghi comuni e credenze assurde e dalla distanza fisica e culturale tra le parti. La separazione tra “spazi antropici” e “spazi della fauna selvatica” è spesso vista come un confine netto, e il superamento di questo confine genera paura, conflitti e ritorsioni.

Questa percezione è ulteriormente complicata dall’espansione umana negli habitat naturali e dall’ingresso degli animali nelle aree urbane, che minano le barriere fisiche e psicologiche tra esseri umani e fauna. Inoltre, la mancanza di conoscenza e spesso di fiducia nella scienza contribuisce ad ostacolare i percorsi di crescita di una cultura della conservazione che in tempi di crisi climatica e perdita della biodiversità è vitale per la nostra stessa sopravvivenza.

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Escursionisti, allevatori, abitanti dei borghi. Come dovrebbe essere una buona comunicazione istituzionale con le persone che hanno davvero a che fare con i lupi?

Una buona comunicazione istituzionale deve partire dalla consapevolezza che il dialogo è fondamentale per costruire fiducia e collaborazione con chi convive quotidianamente con i lupi. Il primo passo è sfatare i molti falsi miti che ancora circolano, come l’idea che i lupi siano pericolosi per l’uomo o che scendano dai boschi per fame, avvicinandosi ai centri abitati o alle aziende agricole.

La comunicazione deve essere educativa, ma mai paternalistica: significa parlare in modo chiaro e rispettoso, senza creare distanza o alimentare conflitti. Utilizziamo incontri pubblici, materiale informativo semplice e diretto, e ascoltiamo le preoccupazioni delle persone, cercando soluzioni condivise e basate su dati scientifici. Ci vuole tempo e perseveranza senza mai arrendersi. Solo così si può favorire una coesistenza reale e concreta.

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È utile comunicare anche con il pubblico più ampio? Persone che non incontrano animali selvatici...

Certo. Comunicare è sempre utile e la comunicazione può fare grande differenza. Il nostro obiettivo è che le persone con cui comunichiamo ed entriamo in contatto possano diventare a loro volta degli “ambasciatori” o “moltiplicatori di coesistenza”. Comunicare con il pubblico più ampio, che non è mai entrato in contatto con gli animali selvatici, è un’ottima forma di prevenzione, perché aiuta a diffondere informazioni corrette, a ridurre paure e malintesi, e a costruire un senso di responsabilità collettiva verso la tutela della Natura.

Media tradizionali e online. Trattano bene orsi e lupi?

Quando si parla di orsi e lupi, i media tradizionali e online non hanno sempre la dovuta attenzione e questo, spesso genera “racconti” non molto equilibrati e reali. Più che veri e propri reportage, sembrano show sensazionalisti dove le parole chiave sono “inseguimenti”, “stragi” o “attacchi violenti”. Questo linguaggio allarmistico, sebbene attragga facilmente attenzione e click, finisce per alimentare paure e stereotipi piuttosto che informare.

In realtà, dietro ogni notizia c’è un ecosistema complesso, fatto di equilibri delicati e misure di coesistenza che raramente trovano spazio nelle prime pagine. Sarebbe auspicabile un giornalismo più responsabile, che sappia spiegare il contesto ecologico e sociale, che non va di fretta come sui social, che sappia raccontare l’importanza delle strategie di prevenzione e la realtà scientifica senza ricorrere all’effetto “shock”.

Purtroppo, l’epoca digitale e i social network spesso premiano le polarizzazioni e i conflitti, trasformando la comunicazione in una spettacolarizzazione delle paure anziché in un’opportunità di crescita culturale e di consapevolezza. Ecco perché è fondamentale riscoprire un modo di raccontare questi animali che metta al centro la conoscenza e il rispetto, e non solo il sensazionalismo.

Solo così i media possono diventare un alleato prezioso nella costruzione di una coesistenza reale e concreta tra uomo e fauna selvatica.

Crediti fotografici del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise
Il Parco ha una pagina Facebook molto curata e seguita...

Dedichiamo molto tempo e risorse a curare la nostra comunicazione online, perché oggi i social media sono il mezzo più usato per raggiungere un pubblico vasto e diversificato. Attraverso la pagina Facebook, e altri canali social, possiamo raccontare in modo diretto e immediato le storie del Parco, aggiornare sulle attività di conservazione, sensibilizzare sulle specie protette come orsi e lupi, e coinvolgere la comunità con contenuti educativi e interattivi. I social ci permettono anche di ascoltare e dialogare con il pubblico, raccogliere feedback e costruire una relazione di fiducia e credibilità che va ben oltre la semplice informazione. Tutto questo costa fatica e richiede un lavoro di squadra continuo per poter intercettare le percezioni del pubblico e rispondere concretamente alle sollecitazioni, positive e non.

Troppo spesso, la comunicazione verde parla a chi è già convinto. La vostra pagina dà l’impressione di parlare anche con un pubblico distante dall’ambiente. Come si fa? È un valore? Può cambiare i comportamenti?

È vero: troppo spesso la comunicazione ambientale si rivolge a chi è già “dentro”, a chi condivide valori ecologici e ha già fatto proprie scelte. Ma il vero cambiamento nasce quando si riesce a coinvolgere chi è distante, curioso, magari persino scettico. Con le nostre pagine social proviamo costantemente a parlare a tutti intercettando anche il pubblico apparentemente distratto o palesemente contrario.

Per noi, comunicare davvero significa unire cuore e mente, emozione e ragione. Solo così possiamo aprire le porte anche a chi guarda la questione con scetticismo o diffidenza. Non imponiamo verità, ma raccontiamo la realtà con chiarezza e rispetto, perché la comprensione nasce dal riconoscimento delle paure e delle esperienze di ognuno.

La comunicazione che emoziona, senza perdere la razionalità, che racconta storie vere, che mostra la bellezza e la fragilità della natura, ha il potere di generare empatia. E l’empatia è il primo passo verso il cambiamento. Quando una persona si sente coinvolta, quando capisce che anche lei può fare la differenza – magari evitando di disturbare un animale, scegliendo un’escursione consapevole, o semplicemente condividendo un post – allora la comunicazione ha raggiunto il suo scopo. In questo modo, comunicare è anche un modo per costruire fiducia reale e promuovere cambiamenti concreti nei comportamenti di chi ci ascolta. Ci riusciamo? Beh! Non è facile dirlo da dentro, sicuramente è il nostro obiettivo e come squadra ce la mettiamo tutta affinché passino questi messaggi.

Crediti fotografici del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise
Lei si occupa anche di turismo sostenibile?

Certo, il turismo è un settore fondamentale per un territorio come il nostro anche se può rappresentare un fenomeno dalle molteplici contraddizioni. Le aree protette sono concepite per preservare l’integrità ecologica di habitat delicati e di specie in via d’estinzione, ma contemporaneamente devono aprirsi alla fruizione pubblica. Questo genera, a volte, un equilibrio difficile da mantenere, poiché la presenza umana inevitabilmente modifica il territorio, anche quando fruito in modo responsabile. Inoltre, il turismo può portare anche a problemi di “overtourism”, con grandi flussi concentrati in un dato periodo che mettono a dura prova la capacità di accoglienza degli ambienti naturali. Per questo è importante promuovere un turismo sostenibile, che rispetti cioè l’ambiente e contribuisca alla conservazione della biodiversità. Nel nostro territorio, molte strutture ricettive hanno aderito alla Carta Europea del Turismo Sostenibile (CETS). Questo è un impegno concreto, che prevede il raggiungimento di obiettivi sostenibili anno dopo anno, per garantire un approccio di precauzione verso la Natura e un impatto positivo sulla qualità dell’esperienza turistica. In questo modo il turismo diventa un’opportunità economica, ma anche uno strumento per diffondere consapevolezza e favorire la cultura della conservazione.

Il Piano Strategico Nazionale per le Aree Interne si arrende allo “spopolamento irreversibile” dei paesi più compromessi. È giusto? Come va nel Parco e dintorni?

Non so se definire giusta o sbagliata la situazione attuale, ma sono convinta che il futuro potrà essere diverso. È vero che molte persone lasciano questi territori per studiare o lavorare altrove, ma sempre più giovani tornano, spesso con la volontà di intraprendere una vita diversa, più vicina alla natura e lontana dallo stress delle grandi città.

Il vero obiettivo sarà offrire a questi giovani opportunità concrete: una comunità accogliente, servizi di base indispensabili (sanità, trasporti, scuola), attività socioculturali stimolanti e un ambiente che valorizzi le risorse locali. In questo senso, il Parco, insieme alle amministrazioni locali, si impegna attivamente per sostenere progetti di sviluppo sostenibile e coesione sociale.

Inoltre, il cambiamento climatico potrebbe “lavorare” in tal senso, rendendo i piccoli paesi montani mete più attraenti per chi cerca condizioni climatiche più favorevoli, contribuendo così a un possibile aumento della popolazione nelle aree interne a patto che si riesca a mantenere i servizi di base e a integrarli con le innovazioni tecnologiche. Condizioni irrinunciabili per rendere appetibili i territori delle aree interne. Ad oggi, possiamo dire senza possibilità di essere smentiti che nel Parco, proprio grazie all’Area Protetta, lo spopolamento si sente meno che in altri luoghi simili sull’Appenino dove i Parchi non ci sono.

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Ha progetti di comunicazione per il futuro?

Sempre di più in futuro la comunicazione ambientale giocherà un ruolo cruciale per diffondere e consolidare la conoscenza e l’impegno verso la tutela della biodiversità. La Strategia Nazionale per la Biodiversità 2030, adottata recentemente dal governo italiano, rappresenta un traguardo importante per la conservazione degli ecosistemi e delle specie animali e vegetali presenti nel nostro Paese. Per comunicare efficacemente questa strategia, è fondamentale puntare su un approccio che unisca informazione trasparente, coinvolgimento diretto della cittadinanza e collaborazione con le istituzioni locali e nazionali. La comunicazione dovrà focalizzarsi su quattro pilastri chiave della strategia: la conservazione degli habitat, la protezione delle specie, la promozione della biodiversità nelle attività umane e il monitoraggio continuo degli interventi.

In particolare, i messaggi devono essere calibrati per mostrare come la biodiversità non sia solo un valore ambientale, ma un capitale naturale essenziale per il benessere umano, l’economia e la sostenibilità sociale. Attraverso campagne di sensibilizzazione, strumenti digitali interattivi e iniziative partecipative, sarà necessario far comprendere l’importanza di tutte le azioni previste nella strategia, sottolineando il ruolo di ciascun cittadino e di ciascuna comunità nella protezione del patrimonio naturale. Un ulteriore elemento chiave della comunicazione sarà la trasparenza nel condividere i risultati delle misure attuate e la verifica periodica dell’efficacia della strategia, prevista per il 2026.

Oltre a questo, continueremo il lavoro sulla coesistenza che abbiamo iniziato con il progetto Life Be Smart Corridors. Un progetto europeo che attraverso la creazione di Comunità a Misura d’Orso mira a trasformare i territori in luoghi sicuri per l’orso bruno marsicano e per le comunità locali. Un passo concreto verso un futuro di coesistenza, dove natura e persone camminano insieme per il benessere di entrambi.

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In un mondo che cambia rapidamente, la coesistenza con la fauna selvatica e la sostenibilità non sono più un’opzione ma una necessità. La nostra specie per troppo tempo ha pensato di poter “gestire” la Natura a proprio uso e consumo. Dobbiamo imprimere nella nostra mente che ogni scelta quotidiana può diventare un atto di cura verso l’unico pianeta che abbiamo. Grazie a StradeNuove che affronta temi importanti perché solo attraverso la consapevolezza del nostro ruolo ecologico possiamo costruire un futuro più sicuro ed equo per noi e per tutti gli altri esseri viventi. Il cambiamento comincia da ognuno di noi!

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