Tre milioni di persone in Italia convivono ogni giorno con un disturbo del comportamento alimentare. Non si tratta di una cifra statica: negli ultimi anni i casi tra bambini e adolescenti sono aumentati fino al 35% a livello nazionale, con una tendenza che preoccupa sempre di più gli specialisti. A lanciare l’allarme è la Sinpia, la Società italiana di neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza.
Il dato più inquietante riguarda l’età. Se un tempo i disturbi alimentari si manifestavano prevalentemente nell’adolescenza, oggi i segnali compaiono sempre più spesso intorno agli 11-12 anni, con casi segnalati persino tra gli 8 e i 9 anni. Anoressia e bulimia colpiscono l’8-10% delle ragazze e lo 0,5-1% dei ragazzi, ma il panorama clinico si è notevolmente ampliato rispetto alla percezione comune.
Accanto ai disturbi più noti, gli esperti rivolgono una crescente attenzione all’Arfid, acronimo di Avoidant/Restrictive Food Intake Disorder, ovvero il disturbo evitante/restrittivo dell’assunzione di cibo. Interessa tra il 5 e il 14% dei bambini, più frequentemente i maschi, e si manifesta soprattutto in età scolare, tra i 6 e i 10 anni. A differenza dell’anoressia, l’Arfid non è legato all’immagine corporea: chi ne soffre evita determinati alimenti per le loro caratteristiche sensoriali — aspetto, odore, consistenza, temperatura — oppure per la paura di soffocare o vomitare. Le conseguenze possono essere serie: deficit nutrizionali, difficoltà di crescita e ripercussioni sulla vita scolastica e sociale.

“I disturbi del comportamento alimentare non riguardano soltanto il rapporto con il cibo“, sottolinea Elisa Fazzi, presidente Sinpia, “ma coinvolgono aspetti psicologici, emotivi e relazionali profondi“. Riconoscere precocemente i segnali è fondamentale: cambiamenti improvvisi nelle abitudini alimentari, aumento eccessivo dell’attività fisica, perdita o aumento significativo di peso, isolamento sociale e forte preoccupazione per il corpo sono campanelli d’allarme da non sottovalutare.
Sul fronte della cura, Maria Pia Riccio, neuropsichiatra infantile presso l’Aou Federico II di Napoli, chiarisce un punto cruciale: l’ambiente – famiglia, società, media – contribuisce all’insorgenza di questi disturbi, ma non ne è la causa esclusiva. La famiglia, al contrario, deve essere messa al centro del percorso terapeutico, perché i protocolli basati sul coinvolgimento familiare si sono dimostrati i più efficaci, anche in presenza di una diagnosi già conclamata.

A complicare il quadro clinico si aggiunge spesso la presenza simultanea di altre condizioni psicopatologiche: ansia, depressione, disturbi dell’umore, comportamenti ossessivi e autolesionismo. Secondo i dati statunitensi, l’anoressia nervosa rappresenta circa il 60% dei disturbi alimentari in adolescenza e, sempre più frequentemente, si presenta in combinazione con queste fragilità.
C’è poi una trasformazione culturale che gli esperti non possono ignorare. “Se in passato i disturbi dell’alimentazione erano spesso legati a un ideale di rinuncia e controllo“, osserva Martina Mensi, ricercatrice dell’Università di Pavia, “oggi osserviamo forme in cui il corpo diventa un oggetto da modellare e perfezionare“. Non si tratta più solo di inseguire la magrezza, ma di aderire a standard estetici e performativi sempre più rigidi, alimentati dalla pressione dei social media. Bambini e adolescenti si sentono obbligati a essere sempre forti, perfetti, vincenti; e in questo clima, intercettare precocemente il disagio diventa una priorità non solo sanitaria, ma culturale.
