DOVE SI GUARDA È DOVE POCHI SONO CAPACI DI GUARDARE

Dal 1995 un gruppo di frati danno il loro sostegno nelle zone più ardue del pianeta.

APPROFONDIMENTO
Andrea Maddalosso
DOVE SI GUARDA È DOVE POCHI SONO CAPACI DI GUARDARE

Dal 1995 un gruppo di frati danno il loro sostegno nelle zone più ardue del pianeta.

C’è un luogo dalle origini secolari sui colli livornesi che ha sempre costituito una colonna portante per la vita degli abitanti dei suoi dintorni.

La sua attività concentrata sin dalle origini della sua costruzione, in attività caritatevoli e solidali in un raggio d’azione molto ristretto, si è negli anni contemporaneamente a una crescente evoluzione del proprio nucleo interno di discepoli, impegnata ad esportare il proprio aiuto, il proprio sostegno verso orizzonti più lontani, dal Brasile all’Angola, in India e in Honduras.

Il “Faggio Vallombrosano”

Si parla del famoso santuario della Madonna di Montenero e la sua associazione umanitaria il “Faggio Vallombrosano” fondato nell’ormai remoto 1995 da Don Rodolfo Cherubini, un monaco Vallombrosano di istanza a Livorno che a partire dagli anni ’70 partirà numerose volte per il Brasile andando a conoscere le difficili situazioni nelle favelas.

Il monaco fece ritorno in Italia con l’idea di fondare un’associazione che si occupasse di migliorare le complicatissime condizioni di vita che affrontavano quei piccoli “Meninos de rua”, i bambini di quelle zone dimenticate del Brasile, cercando di strappare alla malavita alla quale era condannata questa innocente gioventù, e in cui l’organizzazione si prestava ad organizzare corsi di Capoeira e numerose altre attività di insegnamento alle arti creative.

Enorme è l’impegno che ogni anno viene svolto dai frati Vallombrosani di Montenero, che per inciso all’interno del santuario sono oggi tutti di origini indiane, di quelle regioni dell’India in cui la cristianità costituisce senz’altro una presenza minoritaria.

In occasione della prima serata dell’evento cittadino “Effetto Veneziadal 2 al 6 agosto 2023 e che ogni estate anima il quartiere “la Venezia” di Livorno, tra le varie iniziative ci ha colpito la mostra che questa associazione ha allestito in una delle “vecchie cantine” degli Scali del Ponte di Marmo”, in cui abbiamo potuto incontrare due giovani ragazze dell’associazione, Sara Lardani e Luisa Daniele, impegnate recentemente in missione in Angola dove hanno svolto una interessante attività di fotoreportage, che hanno poi trasposto all’interno della mostra fotografica tal titolo “Prospettive”.

FAGGIO VALLOMBROSANO

Gli scatti esposti rappresentavano proprio la quotidianità di una tribù. Vediamo immortalate alcune delle piccole azioni svolte maggiormente da bambini molto piccoli, cose che in occidente non sono neppure pensabili. Bambini in cerchio a pompare la poca acqua che riescono a tirare su dal pozzo, un bambino che cucina il “Funge”, in mezzo ad altri amichetti, Luisa ci spiega che il Funge, una polenta di manioca, è un pasto molto povero e il più comune tra le tribù angolane.

L’associazione è sempre alla ricerca di volontari

L’associazione è sempre alla ricerca di volontari, persone con cui condividere questo grande progetto, qualcuno pronto a partecipare attivamente dove serve, chiunque voglia mettere le proprie competenze, in ambito amministrativo, linguistico per tradurre ad esempio le lettere che i bambini scrivono alle famiglie che decidono di sostenerli a distanza, di marketing e di comunicazione e ad accompagnare, con la giusta sensibilità e passione per la solidarietà, nei sempre più frequenti viaggi di monitoraggio.

I fondi utilizzati sono per la maggior parte destinati oltre che al fabbisogno di cibo e acqua, anche all’istruzione, infatti tra gli obbiettivi primari dell’associazione è far apprendere ad ogni bambino a leggere e a scrivere.

In queste zone remote rispetto all’occidente ci spiega Sara, le priorità sono altre e gli obbiettivi più grandi sono diventati per noi quasi effimeri rispetto alla nostra concezione di grandezza, infatti aggiunge Luisa, noi dell’associazione abbiamo imparato che la “normalità” è soggettiva. Osservando la loro vita dalla nostra prospettiva la loro quotidianità ci risulta assurda, a tratti illegale. Dalla loro prospettiva invece non è altro che normalità, una quotidianità fatta di responsabilità di privazioni e doveri ma anche di gioco, scherzi e divertimento.

Quando ci troviamo di fronte a queste assolute realtà, viene quasi da pensare se veramente ci troviamo invece noi nella direzione corretta, se forse occorre iniziare a rivalutare quali siano le cose che contano davvero, provando a conoscerci meglio da dentro e quanto forse è necessario ripristinare ciò che a noi manca, quei valori che questi bambini sperimentano ogni giorno nella loro esistenza priva di comodità, e che sono appunto le parole chiave, l’esperienza che si sono portate dietro le due ragazze al loro viaggio di ritorno.

PERSONE, DIVERTIMENTO, RESPONSABILITÀ.