Emanuela Dattolo, le Figlie di Nettuno e la Stazione Zoologica Anton Dohrn

«Le microalghe crescono con la Co2. Quando poi muoiono, cadono in profondità e il carbonio viene reso indisponibile»

AMBIENTE
Alessio Mariani
Emanuela Dattolo, le Figlie di Nettuno e la Stazione Zoologica Anton Dohrn

«Le microalghe crescono con la Co2. Quando poi muoiono, cadono in profondità e il carbonio viene reso indisponibile»

Emanuela Dattolo, lei è nata e cresciuta vicino al mare?

Non sono nata vicino al mare. Sono nata e vivo ad Avellino. Una zona a cavallo tra due mari. Quasi sull’Appennino. Distante dal Tirreno. Distante dall’Adriatico. Però lavoro in una città di mare, Napoli. La mia formazione non è stata neanche del tutto scientifica. Perché io ho frequentato il liceo classico. La scelta di approfondire materie scientifiche è venuta dopo.

Prima degli studi specifici, il mare l’affascinava?

Certo! Il mare affascina, credo, la maggior parte delle persone. Ci piace per diversi motivi. Forse sentiamo di essere legati. Perché è la culla della vita. Ancora non sappiamo dove la vita sia cominciata. Se come dicono alcune teorie, nelle profondità degli oceani, vicino ai camini chimici ad alta temperatura. Oppure, se come dicono altri, nelle pozze di marea. Però sappiamo tutti che il nostro collegamento con l’acqua è antico e profondo.

Poi ha scelto di studiare…

Ho scelto di studiare biologia. Di formazione sono biologa molecolare. All’Università ho studiato biologia e ho approfondito il ramo della biologia molecolare. Infine, quando è venuto il momento della tesi di laurea. Ho deciso di guardare quello che c’è al di fuori della specie umana e approfondire le tematiche ecologiche ed evolutive.

Oggi, il suo laboratorio è alla Stazione Zoologica Anton Dohrn…

La Stazione Zoologica Anton Dohrn è un luogo particolare. È un istituto di ricerca di biologia marina tra i più antichi al mondo. È stato fondato nel 1872, da un naturalista tedesco, Anton Dohrn. Che era rimasto affascinato dalle idee di Darwin. Aveva deciso di fondare un istituto per approfondirle. Alla fine dell’Ottocento, non era semplice lavorare con organismi vivi. Quindi, l’idea di Dohrn era creare un luogo vicino a un ambiente naturale. Dove i ricercatori di istituti lontani, potessero trovare gli organismi che servivano per le ricerche. La Stazione era quasi una stazione ferroviaria. Un hotel per scienziati. Dove affittare, letteralmente, tavoli di lavoro, con tutte le attrezzature necessarie. Avere scambi con colleghi di tutta Europa. E scambi di vario tipo, la Stazione Zoologica ha sempre avuto anche spazi culturali e musicali.

Stazione Zoologica Anton Dohrn

E adesso?

La Stazione Zoologica cerca di mantenere lo spirito originario. Quindi siamo un centro di ricerca che interagisce con altri centri stranieri. Abbiamo la possibilità di ospitare, per qualche tempo, colleghi che vengono a lavorare nell’istituto. Ma oltre ad approfondire le teorie di Darwin. Studiamo tutta la biologia marina. Partendo dagli organismi, studiamo le relazioni degli organismi con il proprio ecosistema marino, sia con l’ambiente, sia con le altre specie. E studiamo come gli organismi sono fatti dentro. A livello cellulare. E a livello molecolare. Ogni collega ha la sua attività di ricerca.

Vuole accennare a qualcuna delle ricerche…

Noi ne abbiamo tante. Per esempio, ci sono colleghi che lavorano sulle tartarughe. Vanno a mappare tutti i nidi delle tartarughe. Poi ci sono altri colleghi, in parte quello che faccio anch’io, che studiano le reazioni di alcune specie marine, rispetto ai cambiamenti ambientali che osserviamo nel mare. Quindi cerchiamo di valutare come farebbe un medico, con i test del sangue o di altre caratteristiche, quelli che sono gli stati di salute di questi organismi. Perché sono importanti? Non solo perché ci interessa sapere come stanno. Ma perché sono legati alla nostra stessa possibilità di utilizzare le risorse del mare. Ci sono colleghi che studiano i mitili. Colleghi che studiano i pesci.

Nella sua formazione c’è anche la comunicazione. Cosa c’entra?

C’entra. C’entra. Assolutamente c’entra. Dopa la laurea, dopo il dottorato. E dopo gli anni in cui ho lavorato nella ricerca, ho pensato che sarebbe stato necessario fare un corso sulla comunicazione. Innanzi tutto perché come scienziati e ricercatori facciamo parte della comunità. Come un ingegnere, un medico, un commesso, un cameriere. E quindi è giusto essere in grado di parlare con tutti, per spiegare l’impatto del nostro lavoro. La scienza ha un grandissimo impatto sulle società umane. Non solo a livello tecnologico per avere degli strumenti come i cellulari. Che possono essere più o meno utili. Spesso non ci rendiamo conto che la scienza, anche la scienza dell’ambiente, l’ecologia, è molto importante per decisioni di tipo politico o economico.

Come nasce il podcast Figlie di Nettuno?

Figlie di Nettuno è un’iniziativa di comunicazione scientifica che nasce nell’ambito dei progetti finanziati dal Pnrr. E in particolare dal Nation of Biodiversity Future Center che è una sorta rete di centri di ricerca e Università che si impegnano a produrre contenuti dedicati alla biodiversità. Noi abbiamo deciso di fare questo podcast. Io e alcuni miei colleghi della Stazione Zoologica, Domenico D’Alelio e Marco Signore. Che potesse aiutare a raccontare il rapporto complesso tra umanità e oceano.

Interessante…

Raccontiamo il mare in questa maniera. Perché spesso è vissuto come un valore culturale, bello, andiamo al mare, un posto rilassante. Ma anche un ecosistema capace di assorbire gli impatti umani, i rifiuti, eccetera. E invece non è così. Il mare è fragile. Abbiamo bisogno di proteggerlo. Non solo una questione etica, morale, legata all’amore per la natura. Ma proprio una necessità vitale per le nostre società.

Una puntata riguarda il Riscaldamento Globale. Quella del Gemello Acido…

Nel podcast troverete interviste, storie di creature marine, racconti, è un po’ misto. Però abbiamo deciso di affrontare anche alcune problematiche. Delle quali, spesso, non sentiamo parlare al telegiornale. Infatti, mentre sentiamo parlare del riscaldamento globale, non è chiaro come l’oceano sia capace di assorbire Co2 dall’atmosfera. In questo senso è una grande spugna. Però ogni volta che l’acqua assorbe un po’ di Co2, a causa di semplici ragioni chimiche, questa molecola si scinde, liberando ioni di idrogeno. Che rendono più acido il Ph. L’aumento dell’acidità delle acque crea un ambiente meno favorevole alla crescita di organismi che hanno i gusci calcificanti. Per esempio i molluschi ma anche i coralli.

Poi?

Poi, con l’aumento dell’acidificazione, l’oceano perde anche un’altra delle sue proprietà. La pompa della Co2 oceanica funziona meno. In superficie, le microalghe e altri organismi crescono con l’utilizzo della Co2, come le piante sulla terra. Quando poi muoiono, cadono in profondità e il carbonio che hanno organicato nei loro corpi viene reso indisponibile. Il mare trattiene nelle sue profondità tanto carbonio che non viene più liberato in atmosfera. Con l’aumento dell’acidificazione questo processo rallenta. L’oceano ci aiuta meno.

Lei studia e racconta anche la posidonia…

Posidonia oceanica è una pianta del Mediterraneo. In linea teorica, se nell’acqua c’è più Co2, le piante hanno un vantaggio. Perché hanno a disposizione più materiale per costruire le proprie cellule. Però gli studi dimostrano come non sia sempre vero. Ad esempio, le foglie di posidonia sono coperte da tanti organismi incrostanti epifiti. Nelle zone in cui la Co2 è normalmente più alta, vicino alle bocche vulcaniche sottomarine, come ne abbiamo nel golfo di Napoli e nell’isola di Ischia, questi organismi calcarei sono meno abbondanti. Proprio per il discorso che facevamo prima. Così, le foglie perdono la protezione dal sole troppo forte e vengono mangiate in maniera maggiore dagli erbivori. Quando c’è un’alterazione dell’ambiente, gli effetti non cadono mai sull’organismo singolo.

esempio di spiaggia con residui di foglie di posidonia

Possiamo aiutare la Posidonia?

Il danno maggiore è l’ancoraggio delle barche sulla prateria. È come se nel vostro giardino piantaste una zappa e poi tiraste su. Risanare è complicato. La specie per quanto magnifica e grande, con delle foglie che possono raggiungere il metro di lunghezza, è molto lenta a crescere. Poi, tutte le opere costiere, i nuovi porti, eccetera, creano problemi. Nel Mediterraneo questa specie corre dalla Spagna alla Turchia. E oltre a creare un bosco sottomarino, una zona verde che ossigena la costa, crea la zona in cui molti pesci vanno a deporre le uova. Così i piccoli trovano un ambiente favorevole. E quando vediamo, sulla riva, le foglie spiaggiate, dobbiamo pensare che il mare sta bene. Significa che a largo ci sono questi boschi. Dobbiamo considerarle come foglie cadute in autunno. Non come residui poco salubri.

Una bella spiaggia è idea culturale. Avvolte, si potrebbe lasciarle stare…

Si dovrebbe. Però dipende dalla percezione delle persone. Se pensiamo che questi siano solo rifiuti, significa che non abbiamo la cultura che sceglierà di proteggere il mare. Noi abbiamo questa idea che le spiagge tropicali “artificiali” siano i luoghi più belli dove fare il bagno. Ma spesso, da noi, questi luoghi sono senza vita. Invece, se fai il bagno in una zona dove c’è posidonia, è fantastico. Ci sono pesci che ti passano sotto i piedi, tanti animali, tanti molluschi. Una gioia. Basta una maschera.

esempio di spiaggia con residui di foglie di posidonia

E a riva?

Le foglie di posidonia spiaggiate proteggono dall’erosione. Questo mare di foglie è una specie di cuscinetto che attutisce l’effetto dell’onda sulla sabbia. Quindi, nel momento in cui arrivano le mareggiate, le onde rimuovono le foglie. Mantengono lo strato di sabbia. Poi, a mare, la posidonia cresce formando una struttura legnosa molto resistente. Si chiamano matte. Perché le piante nuove crescono sulle vecchie, e formano strati sempre più alti. Rappresentano proprio dei gradoni naturali che permettono già di attutire l’effetto dell’onda. Inoltre la posidonia spiaggiata è materiale organico che viene mangiato e degradato da tanti organismi che vivono sul litorale. Esso stesso è un ecosistema.

Figlie di Nettuno è andato bene?

Faremo un monitoraggio l’anno prossimo. Però è andata bene. Abbiamo avuto feedback positivi. E infine, dal podcast, è nato uno spettacolo teatrale dal vivo. A Napoli, abbiamo già recitato. In questo caso, abbiamo fatto i rilevamenti con dei questionari somministrati al pubblico. E siamo soddisfatti.

Futuro. Progetti di ricerca…

Io lavoro perlopiù su piante marine, Posidonia oceanica, Cymodocea nodosa. Mi occupo di capire come reagiscono agli stimoli ambientali, sia quelli naturali, sia quelli causati dall’uomo. E cerco anche di scoprire cosa le abbia portate in acqua. Sono parenti strette di piante che vediamo nei nostri giardini. O che mangiamo, come il riso. Un’evoluzione un po’ simile a quella delle balene. Ma al momento, studio come funzionano i ritmi biologici di queste specie, l’orologio circadiano. Un processo di base, comune a moltissimi organismi. Piante, animali come noi, batteri. Sistemi che abbiamo all’interno delle cellule, e che ci permettono di sincronizzarci con i ritmi naturali. Soprattutto della luce e del buio. Sono importanti per la nostra salute. Vale anche per le piante.

pianta di posidonia adulta in acquario per la ricerca

E di comunicazione o divulgazione?

L’idea è portare in giro questo spettacolo teatrale. Replicare l’esperienza di Napoli.

Ultima. Creatura marina preferita…

Tutte! Tutte le creature hanno un… basta cominciare a leggere sui modi di vita di questi organismi per rimanere affascinati e dire huau! Come è possibile? Però forse, alla fine, sono le balene, i capodogli. Perché forse, un po’, forse, ci possiamo immedesimare in loro. Possiamo immaginare come vivono. In una piccola parte