GESTIONE DEL RISCHIO E IMPATTO DEGLI EFFETTI CLIMATICI ESTREMI

Le politiche di gestione del rischio sono ancora insufficienti e per evitare le crisi sono essenziali campagne educative permanenti.

AMBIENTE
Redazione
GESTIONE DEL RISCHIO E IMPATTO DEGLI EFFETTI CLIMATICI ESTREMI

Le politiche di gestione del rischio sono ancora insufficienti e per evitare le crisi sono essenziali campagne educative permanenti.

L‘impatto degli eventi meteorologici estremi, soprattutto a causa del riscaldamento globale, è aumentato in tutto il mondo. Basti vedere le recenti inondazioni in Pakistan, che hanno lasciato più di mille morti, quasi 500 mila sfollati, e un terzo del paese sott’acqua. O gli incendi che hanno devastato il Regno Unito la scorsa estate. Gli studi stimano che i danni economici delle inondazioni possono raddoppiare in tutto il mondo e quelli della siccità possono triplicare in alcune parti del mondo, tra cui l’Europa, nel caso di un aumento di 2° C delle temperature. Pertanto, le politiche di gestione del rischio per i disastri ambientali hanno acquisito un’importanza crescente.

Ma quanto riusciamo a imparare da ogni evento estremo? Siamo in grado di gestire i rischi e l’adattamento in previsione di ulteriori calamità?  Una ricerca a cui hanno partecipato 91 scienziati di diversi paesi pubblicata sulla rivista Nature, ha fatto luce su questa discussione. Sotto la guida della ricercatrice Heidi Kreibich, del Centro tedesco per la ricerca sulle geoscienze (GFZ) di Potsdam, il gruppo di studiosi ha analizzato una serie di eventi climatici registrati negli ultimi decenni in tutto il mondo.

Sono stati studiati i dati di 45 coppie di eventi estremi di inondazione o di siccità, registrati nella stessa area con un intervallo medio di 16 anni tra l’uno e l’altro, per un totale di 26 coppie di eventi di inondazione e 19 di siccità, in diversi contesti socioeconomici e idroclimatici in tutti i continenti, avvenuti tra il 1947 e il 2019. Uno degli obiettivi è stato quello di verificare come sono cambiati i fattori di rischio tra il primo e il secondo episodio estremo e i loro successivi impatti.

La ricerca ha dimostrato che, sebbene la gestione del rischio riduca gli effetti di inondazioni e siccità, ha un margine di manovra limitato per minimizzare gli impatti di eventi consecutivi di entità ancora maggiore se il secondo evento è più intenso del primo. L’impatto tende quindi ad essere maggiore per la popolazione quando la gestione del rischio smette di prevedere casi estremi, come lo straripamento dei fiumi o lo scoppio di dighe e bacini, e/o si basa solo su episodi precedenti.

Quando l’educazione vale di più dell’infrastruttura

Un esempio viene dalla città di San Paolo, dove gli scienziati hanno sottolineato come la costruzione di bacini per contenere gli effetti della siccità sia stata fondamentale per la sicurezza idrica, ma come il suo successo sia condizionato da campagne permanenti di divulgazione scientifica e da politiche educative che incoraggino l’uso razionale e il riutilizzo dell’acqua. Per Eduardo Mario Mendiondo, professore della Scuola di Ingegneria dell’Università di San Paolo e componente del gruppo di ricerca, le prove scientifiche dimostrano che “se il riutilizzo dell’acqua piovana fosse stato pianificato in modo sicuro e decentralizzato nella Regione Metropolitana di San Paolo negli ultimi 40 anni, sarebbe stato possibile convivere con le tre grandi siccità del XXI secolo senza la necessità di costruire o espandere grandi sistemi di riserva idrica e senza razionamenti nei quartieri”.

Per Mediondo, si tratta della prova che l’influenza sull’impatto non è solo il fattore climatico, ma anche il tipo di pianificazione a cui si dà priorità. “Senza una consapevolezza culturale e l’investimento su buone pratiche, la costruzione di più serbatoi può addirittura portare a un maggiore consumo di acqua, aumentando i rischi di deficit idrico in futuro e incrementando un pericoloso circolo di insicurezza idrica; questo è ciò che accade in California e a Shanghai”, ha concluso il professore.