Violenza di gruppo, sfide estreme, bullismo esibito online. Gli episodi che coinvolgono adolescenti sembrano moltiplicarsi, alimentando l’idea di una generazione senza valori. Ma la domanda da porsi è un’altra: quali valori abbiamo davvero offerto ai ragazzi?
La rete ha sostituito gran parte dei luoghi di aggregazione tradizionali. Oratori, circoli, piazze: spazi dove la socialità si costruiva faccia a faccia, tra regole e responsabilità condivise. Oggi il palcoscenico principale è quello dei social network, dove conta apparire, non essere. E dove la validazione istantanea pesa più del confronto reale.
In questo ambiente, i modelli da seguire non sono necessariamente i migliori. Anzi, emergono sempre più spesso esempi devianti presentati come vincenti, figure che ostentano forza e successo fondati sulla prevaricazione. È una narrazione semplice, seducente, immediata. E per chi si sente fragile o invisibile, diventa un porto sicuro — almeno in apparenza.
C’è poi la frustrazione, un sentimento trasversale che attraversa molti adolescenti. Pressione scolastica, confronto costante con standard irrealistici, paura di non essere “abbastanza”. Quando manca un adulto che sappia intercettare questo sovraccarico, il rischio è che la tensione si trasformi in rabbia: una rabbia che troppo spesso viene scaricata con modalità violente e impulsive.

La famiglia, dal canto suo, non è assente: è stremata. Lavoro instabile, ritmi frenetici, poco tempo per un dialogo profondo. Non si tratta di attribuire colpe, ma di riconoscere che l’educazione richiede presenza, attenzione e una comunità attorno, non solo singoli genitori in affanno.
Dire che i giovani non hanno valori è facile. Ma è una scorciatoia. I valori non si ereditano per osmosi: si trasmettono attraverso esempi coerenti, relazioni solide, contesti che favoriscono responsabilità e appartenenza. Quando tutto questo manca, a riempire il vuoto arrivano modelli rumorosi, estremi, immediatamente fruibili.
Il vero tema non è “come sono i ragazzi”, ma cosa stiamo offrendo loro per diventare adulti. Serve ricostruire spazi di incontro, creare alleanze educative, rimettere al centro il dialogo. Prima di giudicare, dovremmo chiederci se noi, come società, stiamo ancora indicando una direzione.
I giovani non sono senza bussola: siamo noi che abbiamo smesso di disegnare mappe.
