La plastica è un materiale utilizzato in ogni settore produttivo e in ogni attività umana, dalle automobili all’agricoltura, dal packaging ai tessuti. Le sostanze chimiche in essa contenute riescono ad attraversare qualsiasi barriera biologica e provocare dei danni per la nostra salute.
Molte di esse, come le EDC, sono interferenti endocrini, ovvero causano danni a carico del sistema endocrino, con conseguenti problemi alla sfera riproduttiva e al metabolismo sia nei figli di genitori che sono stati esposti a queste sostanze durante la gravidanza, sia in età adulta a seguito di esposizione nelle prime fasi di vita.
Ultimamente, la preoccupazione per questo problema sta aumentando a livello globale e svariati organismi regolatori stanno operando in maniera coordinata con l’obiettivo di sviluppare sistemi e politiche per limitare i probabili rischi per l’uomo e per l’ambiente. Più plastica si produrrà, più avremo la possibilità di vedere un incremento dei tassi di malattie acute e croniche e dei decessi provocati dall’esposizione a queste sostanze.
Anche la parte paterna ha un ruolo fondamentale
Finora, la maggior parte degli studi si era concentrata sull’impatto dell’esposizione materna all’EDC sulla salute della prole, ma una nuova ricerca, delle università della California – Riverside e del Nevada, ha posto l’attenzione anche sulla componente paterna.
Nello studio “Paternal phthalate exposure-elicited offspring metabolic disorders are associated with altered sperm small RNAs in mice”, pubblicato su Environment International, si evidenzia come: “I padri esposti a sostanze chimiche nella plastica possono influenzare la salute metabolica della loro prole per due generazioni”.

Il Professor Changcheng Zhou ha fatto da guida nella ricerca dell’impatto dell’esposizione paterna al dicicloesil ftalato (DCHP) sulla salute metabolica della prima generazione (F1) e della seconda generazione (F2) della prole nei topi.
Gli ftalati, sui quali si è indagato, sono sostanze chimiche che servono per conferire alla plastica maggior resistenza.
I ricercatori hanno scoperto che: “L’esposizione paterna al dicicloesil ftalato per quattro settimane ha portato a un’elevata resistenza all’insulina e a una ridotta segnalazione dell’insulina nella prima generazione di figli (F1). Lo stesso effetto, ma più debole, è stato osservato nella seconda generazione (F2)”.
“L’esposizione paterna agli ftalati che manipolano il sistema endocrino può avere effetti sfavorevoli intergenerazionali e transgenerazionali sulla salute metabolica della prole. Gli effetti intergenerazionali sono cambiamenti che si verificano a causa dell’esposizione diretta a un fattore di stress, come l’esposizione al DCHP dei padri (generazione F0) e dello sperma in via di sviluppo (generazione F1). Quelli invece, transgenerazionali sono cambiamenti trasmessi alla prole che non è direttamente esposta al fattore di stress (ad esempio, generazione F2)”, ha dichiarato Zhou.

Un metodo avanzato
I ricercatori hanno analizzato le molecole di RNA dello sperma responsabili del trasferimento delle informazioni di generazione in generazione. Per completare lo studio si sono avvalsi di un metodo innovativo, il “PANDORA-seq method”, grazie al quale è stato provato che: “L’esposizione al DCHP può portare a cambiamenti di piccoli RNA nello sperma. Questi cambiamenti non vengono rilevati dai tradizionali metodi di sequenziamento dell’RNA, che mancano della panoramica completa del profilo del piccolo RNA fornito da PANDORA-seq”.
Lo studio ha utilizzato solamente topi maschi F1 per farli accoppiare con femmine non esposte per concepire prole F2 notando che: “L’esposizione paterna al DCHP ha indotto disordini metabolici, come una ridotta tolleranza al glucosio, nella prole F1 sia maschile che femminile, ma questi disturbi sono stati osservati solo nella prole F2 femminile. Lo studio non ha esaminato la prole F3. Dunque, l’esposizione paterna al DCHP può condurre a effetti transgenerazionali specifici per sesso sulla salute metabolica delle loro progenie. Attualmente, non sappiamo perché i disturbi non si vedono nella prole maschile F2”.
Nonostante per ora, siano ancora poco chiari tutti gli effetti sulla salute umana derivati dell’esposizione a questo ftalato, sappiamo che però viene ampiamente utilizzato in molteplici prodotti in plastica e non solo, è stato rilevato nel cibo, nell’acqua e addirittura in campioni di sangue e di urina umani.
Bisogna perciò, limitare l’uso di prodotti in plastica, in questo modo, oltre a ridurre l’inquinamento ambientale che ci attanaglia, potremo dare una chance in più alla nostra salute e a quella delle future generazioni.
