Gli italiani e la salute: il benessere tra percezione e realtà

Tre adulti su quattro si sentono bene, ma le disuguaglianze sociali pesano sulla qualità della vita

SALUTE
Federico Di Bello
Gli italiani e la salute: il benessere tra percezione e realtà

Tre adulti su quattro si sentono bene, ma le disuguaglianze sociali pesano sulla qualità della vita

Gli italiani stanno bene, almeno secondo la loro percezione. I dati della sorveglianza PASSI dell’Istituto Superiore di Sanità, relativi al biennio 2023-2024, fotografano un paese in cui il 74% degli adulti tra i 18 e i 69 anni giudica positivamente il proprio stato di salute, dichiarandosi “bene” o “molto bene”. Una percentuale rassicurante che, tuttavia, nasconde profonde disuguaglianze e fragilità che meritano attenzione.

Dietro il dato complessivamente positivo si celano realtà più complesse. Gli intervistati riferiscono di aver vissuto in media quasi cinque giorni in cattive condizioni di salute nel mese precedente l’indagine. Un dato che si compone di oltre due giorni di malessere fisico, legato a malattie o conseguenze di incidenti e quasi tre giorni di disagio psicologico, tra problemi emotivi, ansia, depressione e stress. Il peso della salute mentale emerge con particolare evidenza, superando quello dei disturbi fisici.

Poco più di un giorno al mese, questi problemi diventano così limitanti da impedire lo svolgimento delle normali attività quotidiane. Sono numeri che raccontano di un benessere intermittente, fatto di alti e bassi che attraversano la vita di milioni di persone.

Le disuguaglianze che fanno la differenza

La vera sfida emerge quando si analizzano i dati per categorie specifiche. La percezione della propria salute cambia drasticamente in base alle condizioni di vita. Chi convive con patologie croniche vede crollare la percentuale di percezione positiva al 46%, con una media di otto giorni al mese in cattive condizioni. Per chi soffre di sintomi depressivi, solo il 38% riesce a giudicare positivamente il proprio stato generale di salute.

Le condizioni socioeconomiche giocano un ruolo determinante. Chi ha al massimo la licenza elementare vive sette giorni di malessere al mese, contro i quattro dei laureati. Le difficoltà economiche amplificano ulteriormente il divario: nove giorni di malessere mensile per chi ha molte difficoltà finanziarie, contro quattro per chi non ne ha.

Anche età e genere incidono significativamente: con l’avanzare degli anni la percezione della salute peggiora, così come le donne tendono a riferire condizioni meno favorevoli rispetto agli uomini.

L’Istituto Superiore di Sanità sottolinea come la qualità della vita in relazione alla salute sia un indicatore complesso, influenzato non solo dalla salute fisica e mentale, ma anche dal benessere funzionale, emotivo e sociale. Conta la capacità di prendere decisioni in autonomia, la qualità delle relazioni interpersonali, l’accesso ai servizi sanitari, la sicurezza dell’ambiente di vita e lavoro.

Questi dati ci ricordano che il benessere non è solo assenza di malattia, ma una condizione multidimensionale in cui le opportunità sociali ed economiche fanno la differenza tanto quanto le cure mediche. Una sfida per le politiche sanitarie del futuro, chiamate non solo a curare, ma a ridurre le disuguaglianze che rendono la salute un privilegio anziché un diritto universale.