I sogni non si realizzano da soli. Un prestito per il viaggio in Africa e una caviglia fratturata: bluastra, nera, conati di vomito per il dolore, tra gli scavi del dottor Luois Leakey. Ma Dian Fossey non è persona da arrendersi e due settimane dopo, l’ascesa sui monti Virunga continua con un bastone. Tremila metri verso la fortuna o il destino: un maschio davanti si batteva i pugni sul petto, le femmine dietro con i piccoli. Volti di cuoio scrutarono poi, piano, piano, vinsero la diffidenza e si mostrarono fuori dalle frasche.
Dian lasciò Kabara con l’assoluta certezza che un giorno sarebbe tornata. Nonostante tre anni di lavoro, necessari a pagare la banca. Così, il dottor Leakey dovette ricercare quella strana “turista” a Louisville nel Kentucky, impegnata come terapeuta. Poco importò se non possedeva un titolo accademico coerente. Il dottore cercava «la ragazza dei gorilla», per condurre gli studi.
Alcune settimane dopo, Leakey rivelò che l’invito ad asportare l’appendice serviva a valutare la motivazione più che a sopravvivere nella foresta: troppo tardi, l’operazione era stata eseguita con successo. Ma Dian scelse di andare avanti comunque.
All’aeroporto, Joan e Alan Root – kenioti di origine anglosassone, impegnati tra documentari e difesa della natura – dissero che una novellina americana sola non poteva farcela. Due esperti di Africa selvaggia, ma Dian scelse di andare avanti comunque. Allora i Root aiutarono: permessi, equipaggiamento, ascesa, Alan scavò una latrina nella terra, sistemò le botti per l’acqua piovana, fermò la prima corsa, diametralmente opposta alla direzione delle impronte e scatenò una crisi di pianto, quando la novellina rimase sola. In lacrime, aggrappata alla tenda, ma Dian scelse di andare avanti.
E anche quando occorsero la recita da bumbavu (idiota) e un inganno spaventoso per fuggire oltre frontiera dai militari in tumulto, con il Dipartimento di Stato che dava la ragazza dispersa nello Zaire, presumibilmente morta: Dian scelse ancora di andare avanti comunque. Nonostante, toccasse riprendere il lavoro quasi da capo.

Gorilla nella nebbia (Einaudi, 1994) è il nostro consiglio per una lettura d’inverno, tra biografia ed etologia. Racconta quindici anni di ricerca (1967-1983), i gorilla di montagna (Gorilla beringei beringei), la natura dolcissima o ferocemente cruda. L’Africa fredda e umida, a miglia di metri in quota. I primi passi di quello che sarebbe diventato il Karisoke Research Center, nel Parco dei Vulcani in Ruanda. Dove Fossey ottenne i suoi risultati scientifici, monitorando quattro gruppi principali di gorilla, le cui tracce bastarono presto a distinguere i branchi e raccontare di numero, età, presenza di cuccioli o perfino lo stato d’animo degli animali.
Avanti carponi, annunciandosi con “eruttazioni” bisillabiche tranquillizzanti. Perché la carica dei gorilla spaventati è dimostrativa ma terrificante. E allora, occorre resistere alla tentazione di fuggire, buttarsi a terra e fingere di mangiare qualche foglia per uscirne illesi. Del resto, secondo i gorilla, la posizione eretta tradisce aggressività e cattive intenzioni. Meglio osservarli da seduta, sopportando la vivacità dei giovani, affascinati dagli esseri umani e dai loro manufatti. Perfino quando Pablo si impossessò di un quaderno, per divertirsi a strappare i preziosi appunti beffardamente a fianco del grosso padre.
Infatti, una volta abituati alla presenza degli esseri umani o della singola persona, le scimmie si lasciano osservare da molto vicino. La loro vita si svolge in gruppi familiari ampi. Composti da un capobranco maschio adulto, il silverback o schiena argento, da un certo numero di nere femmine sue compagne, ognuna con il clan matrilineare dei propri discendenti ed eventualmente da altri maschi. Ogni tanto, qualche giovane abbandona i compagni in cerca di un nuovo branco o di un altro individuo isolato.
I contatti tra gruppi diversi provocano spettacolari manifestazioni aggressive dei capibranco con l’incedere impettito, le urla, gli iconici pugni sul petto e avvolte lo scontro fisico. Dopo il contatto, alcuni individui – quasi sempre femmine – possono trasferirsi sotto la guida del vincitore o scegliere il gruppo che garantisca una posizione gerarchica più elevata. Il che ha l’effetto di favorire la ricchezza genetica della specie. Tuttavia per la maggior parte del loro tempo, i gorilla si spostano nella foresta, mangiano, costruiscono giacigli, riposano e dormono.
Altre scoperte furono inquietanti. Una mattina, Fossey raggiunse il gruppo 5. Lo schiena argento Beethoven era ferito gravemente, ossa esposte. Ripercorrere le piste raccontò dello scontro con un altro branco. Beethoven cominciò a restare indietro. Suo figlio Icarus, avrebbe potuto cogliere l’occasione di prendere il comando ma ciò non avvenne, preferendo tormentare la femmina Pantsy, sua sorellastra e figlia di Marchessa. Uno dei compiti del capobranco è quello di calmare le liti. Così, la tensione tra i clan matrilineari della femmina dominante Effie e Marchessa perse il freno. Un giorno, Fossey si accorse che Pantsy non portava più con sé l’infante Banjo, tornando ad assumere esagitati atteggiamenti adolescenziali. Una dinamica comportamentale che la ricercatrice era già riuscita ad associare con la perdita del primo figlio.

La foresta intricata non restituì il corpo per l’autopsia. Il cannibalismo era già attestato tra gli scimpanzé. Allora, Fossey indagò gli escrementi dei giacigli notturni. Denti, frammenti ossei, peli infantili emersero, esclusivamente dai giacigli di Effie e della sua primogenita Puck. Prove non definitive ma inquietanti. Per fortuna, dopo alcuni mesi, Beethoven si riprese. I gorilla hanno capacità di guarigione sorprendenti.
Ma lo schiena argento sorprese ancor più quanto a intelligenza e facoltà di apprendimento, complice forse qualche brutta esperienza giovanile. Il parco era piagato da bracconieri e allevatori abusivi. Così Beethoven pareva in grado di cambiare direzione improvvisamente, deviando dalle zone pericolose per le trappole. Un brutto giorno tuttavia, in mezzo all’urlare isterico del branco, lo schiena argento riuscì ad infilare i lunghi canini tra il cerchio di ferro e la carne di Ziz per trascinare il cappio verso il basso. Ziz rimediò due solchi profondi e un’escoriazione circolare ma da ultimo sfilò la mano.
In altre occasioni, i problemi non vennero dal rapporto tra il parco e le popolazioni locali con le loro necessità. Un funzionario ruandese accettò un’auto tedesca e la richiesta del direttore dello zoo di Colonia. Allora il commercio di specie in via di estinzione non era normato. Fossey negò categoricamente ogni aiuto e invitò a ravvedersi. La cattura di un cucciolo comporta la morte di numerosi gorilla che lo difendono strenuamente. Ciò nonostante, al danno seguì la beffa crudele.
Dopo pochi giorni, il funzionario preferì sbarazzarsi di Coco e Pucker, ferite e stremate oltre la possibilità di raggiungere l’Europa, affidandole al Karisoke Research Centre. Coco giunse per prima. Disperata, Fossey finì per portarsi nel letto una piccola scimmia morente, come avrebbe fatto la madre gorilla, riuscendo a spezzare una determinazione forte, a rifiutare i farmaci e il cibo. Quindi, Pucker stimolò la competitività. Fingere di offrire doppia razione all’altra, aiutò a mandar giù intrugli aborriti.
Infine, quando Coco e Pucker si ripresero, il funzionario ricomparve e vinse il rifiuto categorico, con la minaccia di catturare altri gorilla. Mentre, il direttore dello zoo di Colonia inviò a Fossey le fotografie delle gorilla in gabbia.
L’epilogo di Gorilla nella Nebbia è dedicato alle strategie di conservazione naturale, nel contesto difficile dei paesi poveri. Ai gorilla stretti tra estinzione ed esigenze irrinunciabili della popolazione locale. Un contesto difficile in cui Fossey, con numerosi amici ruandesi, zairesi e di altri paesi, agì per rendere nota a tutti l’esistenza dei gorilla di montagna e per dare forza alle attività necessarie a difenderli. Tra la fame di terre, il bracconaggio e le pressioni di un turismo insofferente alle regole.

La studiosa fece parte della generazione eroica che cercò di mantenere l’equilibrio con la natura: per tempo ma quando forse non era ancora il tempo, in un mondo troppo innamorato del suo miracolo economico. Mostrò la bellezza che svaniva nella nebbia, con la speranza di guarire la voglia di distruggerla. Si fece dei nemici.
Dian Fossey è morta il 26 dicembre 1985, nella sua capanna. Assassinata a colpi di panga, un’arma simile al machete machete. La domanda sul movente e sul colpevole non ha mai trovato risposta. Forse, Dian Fossey donò la propria vita per proteggere i gorilla di montagna.
“Una calda mattina luminosa incontrai il gruppo intento a crogiolarsi al sole in una piccola radura circondata da colline nell’area insellata. Al rumore dei miei passi Uncle Bert si tirò su bruscamente, ma, non appena mi riconobbe, sbottò in una tenera eruttazione di saluto e si ridistese in pieno sole, assumendo quella che io amavo definire «faccia smagliante», un’espressione di radiosa contentezza e benessere. Macho fece un giretto, mi fissò con i suoi grandi occhi dolci e fiduciosi e si sdraiò accanto al compagno. Troppo esuberante per restare quieto con i genitori, Kweli, adottando un crawl stile bruco, strisciò alla mia volta sui gomiti piegati, la bianca estremità della coda puntata verso il cielo. Pochi secondi dopo i suoi occhi risplendenti come gemme affondavano nei miei …”
