I MIGRANTI DEL CLIMA SENZA CASA NÉ LEGGE

Le stime prevedono fino a 25 milioni di persone costrette a spostarsi entro il 2050 a causa del riscaldamento globale, ma per loro non c’è alcuna tutela giuridica.

AMBIENTE
Redazione
I MIGRANTI DEL CLIMA SENZA CASA NÉ LEGGE

Le stime prevedono fino a 25 milioni di persone costrette a spostarsi entro il 2050 a causa del riscaldamento globale, ma per loro non c’è alcuna tutela giuridica.

Che i fenomeni migratori rappresentino una costante nella storia dell’umanità è noto ed è sotto ai nostri occhi ciò che quotidianamente accade a coloro i quali sono costretti ad abbandonare il proprio paese a causa di guerre, persecuzioni e condizioni di vita economicamente non sostenibili.

A determinare questi grandi esodi sono state però nei millenni anche questioni legate al clima e oggi, con il riscaldamento globale che corre veloce sul filo delle nostre esistenze, le migrazioni climatiche rischiano di aumentare in maniera esponenziale e non solo in Paesi dai nomi difficili da pronunciare e lontani dal nostro portone di casa.

Migranti climatici

Se guardiamo solo all’Europa, si contano infatti già centinaia di migliaia di migranti climatici che, soprattutto dalle zone rurali verso quelle urbane, hanno abbandonato le proprie case a causa di disastri ambientali.

Si tratta di flussi difficili da riconoscere poiché avvengono senza sconfinare, ma i dati prodotti dall’Internal Displacement Monitoring Center (IDMC), mostrano come nel 2020, dei 40 milioni e mezzo di nuovi sfollati interni, 30 milioni e 700 mila persone sono fuggite a causa dei disastri ambientali e, nel 2022 il numero degli sfollati interni che si è mosso a causa di disastri ambientali è cresciuto del 45% rispetto ai dati del 2021, mentre quello di coloro che si sono mossi a causa dei conflitti è cresciuto del 17%.

Sebbene le tante variabili in campo rendano ad oggi molto complicato prevedere ciò accadrà in futuro, le stime ci parlano di 25 milioni di persone che potrebbero trovarsi costrette a spostarsi a causa dei cambiamenti climatici entro il 2050.

migranti

Secondo il Climate Risk Index 2021, i paesi più esposti al cambiamento climatico sono Myanmar, Mozambico, Bangladesh, Pakistan e le isole Haiti e Dominica. Tuttavia, anche i paesi industrializzati come il Giappone, la Germania e gli Stati Uniti potrebbero ritrovarsi a fare i conti con gli impatti del cambiamento climatico, come i disastri naturali o l’aumento del livello del mare.

Non esiste alcuna forma di tutela

Il punto è però che per questi milioni di persone che si troveranno a dover cercare altrove la possibilità di una sopravvivenza non esiste alcuna forma di tutela giuridica nel diritto internazionale.

Essi infatti non ricadono né nella definizione di migrante – ovvero di colui che si sposta volontariamente – né tantomeno in quella di rifugiato o profugo, cioè colui che fugge da conflitti e/o persecuzioni.

Ne consegue, allo stato attuale, una totale assenza di accordi internazionali sulle misure di protezione specifiche da accordare ai migranti climatici che rischiano pertanto di trovarsi esposti a situazioni di vulnerabilità e discriminazione.

In Europa, per esempio, nessun paese, ad eccezione di Finlandia e Svezia, riconosce l’elemento climatico nel suo sistema di protezione. Tutto ciò rende assai complicata la creazione di un quadro giuridico comune a protezione delle “vittime del clima”.

Un problema tutt’altro che secondario, soprattutto se si considera che. stando alle stime, ogni minuto, ci sono 41 persone, prevalentemente donne, anziani, e bambini, costrette ad abbandonare la propria casa a causa del cambiamento climatico. Questi gruppi sono anche i maggiormente esposti a rischi durante i loro spostamenti e dunque esposti a violenze, sfruttamento e tratta di esseri umani.

Inoltre, a dover migrare, sono spesso le fasce socialmente e economicamente più deboli della popolazione e, dunque, già in partenza in una posizione di fragilità.

E mentre l’Unione Africana ha adottato la Convenzione di Kampala – in vigore dal 2012 – la quale garantisce protezione e assistenza agli sfollati interni e riconosce il cambiamento climatico come disastro “provocato dall’uomo” in grado di creare sfollamenti, nei Paesi Onu, la Convenzione di Ginevra del 1951 non ha in tal senso contemplato alcuna variazione nel suo ambito di applicazione.