58 porti principali controllati da 16 Autorità di Sistema Portuale e un contributo all’economia nazionale pari al 3 per cento del Pil caratterizzano il sistema marittimo italiano.
Punto di accesso privilegiato per l’approvvigionamento di materiali e la vendita di prodotti finiti l’infrastruttura portuale rappresenta un supporto strategico fondamentale. Per peso delle esportazioni sul Pil il nostro paese è tra i primi posti in Europa e leader sia nel trasporto merci a breve raggio sia nel traffico passeggeri, in particolare nel comparto crocieristico.
Criticità
Eppure le difficoltà sono molteplici. Tra queste un numero di aziende attive limitato a poco più di un centinaio con una grande varietà in termini di dimensione e fatturato. Paragonati a quelli europei, in particolare del Nord del continente, i porti italiani sono poco affidabili e non competitivi a causa dello scarso sfruttamento di econome di scala che consentirebbe di concentrare elevati volumi di carico riducendo il costo medio per unità trasportata. A questo si aggiunge l’inefficienza logistica, in particolare gli oneri burocratici che comportano costi rilevanti per il nostro paese.
Altro limite è la scarsa sostenibilità ambientale del settore: la gran parte delle merci vengono ancora spostate su strada, mentre si potrebbe e dovrebbe incentivare il ricorso al trasporto RoRo, ossia a navi -traghetto che portano carichi su ruote, come automobili o vagoni ferroviari.

Tra gli altri problemi di cui soffre il settore portuale vanno ricordati: l’inadeguatezza infrastrutturale che condiziona la capacità di offrire servizi; il deficit di interconnessione; la scarsa digitalizzazione e la carenza di servizi tecnologici in tutte le fasi della catena logistica, dalla pianificazione del trasporto alle procedure doganali passando per la gestione dei magazzini fino alla consegna. Altro nodo è la complessità delle procedure amministrative, ma anche la varietà degli enti di controllo e la duplicazione delle loro attività. Basti pensare che, a causa di queste inefficienze logistiche, il nostro paese paga un costo superiore di oltre il dieci per cento rispetto alla media europea.
Alle specifiche debolezze nazionali nel confronto coi partner europei va aggiunta la sempre maggiore concorrenza dei porti del Nord Africa e Medio Oriente.
Possibili soluzioni
La complessità dei deficit del sistema portuale italiano richiede la tempestiva applicazione di misure specifiche, tra cui:
- consolidamento, sicurezza e intermodalità delle infrastrutture che vanno concepite come un insieme di reti interconnesse per consentire un trasporto fluido;
- razionalizzazione e semplificazione dei controlli amministrativi;
- sufficienti risorse umane negli enti di controllo e il riordino delle competenze;
- accelerazione dei tempi di gestione delle merci;
- ripensamento e riprogettazione della portualità alla luce della regionalizzazione degli scambi, al rientro di alcune produzioni e allo sviluppo del commercio digitale;
- promozione di un trasporto sostenibile e realizzazione dei cosiddetti “porti verdi”, attraverso l’elettrificazione delle banchine, lo sviluppo dell’idrogeno pulito come combustibile, la produzione di energia rinnovabile tramite la realizzazione di comunità energetiche e di cui beneficerebbero i territori circostanti.

L’integrazione con le collettività locali, così come la competitività degli scali portuali potrebbero essere incoraggiate anche dalle Zone economiche Speciali (ZES), al centro di recenti proposte governative e che, grazie a incentivi e norme semplificate, potrebbero dare un importante contributo allo sviluppo dell’economia del territorio attraendo investimenti produttivi.
La realizzazione delle misure raccomandate richiede una partnership pubblico-privata fattiva ed efficace presupposto di una crescita sostenibile. Ciò tuttavia richiede l’iniziativa del governo, perché una chiara e semplificata regolamentazione del settore è la premessa necessaria di ogni futura collaborazione volta allo sviluppo di un sistema portuale efficiente, affidabile e competitivo.
