Il risanamento dell’ecosistema marino, la promozione dell’economia circolare, la sensibilizzazione della collettività per incentivare comportamenti virtuosi volti a prevenire l’abbandono dei rifiuti e la loro corretta gestione sono gli obiettivi contenuti nel decreto cosiddetto SalvaMare.
Il provvedimento approvato definitivamente a maggio scorso, dopo un lungo iter parlamentare, ci sono voluti quattro anni di lavoro in parlamento, elimina definitivamente una delle norme più dannose per l’Italia. Finalmente si pone fine a un groviglio legislativo che aveva dell’assurdo.
Perché è bene sapere che, prima dell’approvazione di questo decreto, chi recuperava plastica in mare, o in acque dolci, era costretto a ributtarla in acqua, per non incorrere in sanzioni e “punizioni”. Basti pensare che se i pescatori recuperavano grandi quantità di plastica con le reti, non avevano la possibilità di portarli a terra per buttarli negli appositi cassonetti, perché rischiavano una denuncia penale per traffico illecito di rifiuti. Il solo e semplice trasporto di questa spazzatura, quindi, era addirittura considerato reato penale. Per evitare questo rischio, ovviamente i pescatori erano costretti a ributtare questi rifiuti in acqua, con buona pace della salvaguardia dell’ambiente. “Il SalvaMare” finalmente sana questa situazione e fa un passo avanti anche riconoscendo il ruolo delle associazioni ambientaliste nello svolgimento di campagne di pulizia del mare e delle acque interne.

Ora chi recupera plastica in mare o in acque dolci può portarla in porto, dove le autorità portuali sono tenute a predisporre isole ecologiche per ricevere i rifiuti e avviarli al riciclo. Addirittura, si prevedono, con un apposito decreto attuativo del ministero delle Politiche Agricole di concerto con il ministero della Transizione Ecologica, misure premiali, nei confronti dei comandanti dei pescherecci che conferiranno tali rifiuti. L’operazione è gratuita per i pescatori che la effettuano, mentre i costi di gestione sono coperti con una sovrattassa aggiuntiva a quella dei rifiuti, distribuendo così a tutta la collettività nazionale gli oneri della raccolta, fondamentale per la salute delle nostre acque.
Il decreto prevede ancora misure per la raccolta dei rifiuti nei fiumi, per intercettarli prima che arrivino al mare, con un finanziamento di 2 milioni di euro annui, per un triennio, per un programma sperimentale di recupero delle plastiche, con la messa in opera di strumenti galleggianti. Programmata anche campagne di sensibilizzazione e adeguate forme di pubblicità a cura delle Autorità portuali o dei Comuni competenti territorialmente, per consentire un’adeguata informazione ai pescatori.
Il decreto prevede infine anche il coinvolgimento delle scuole, di ogni ordine e grado, per attività dedite alla conservazione dell’ambiente particolarmente del mare e delle acque interne, e sul corretto conferimento dei rifiuti, sul recupero e riuso dei beni e dei prodotti a fine ciclo, con riferimento alla riduzione della plastica e sui sistemi di riutilizzo disponibili. Sembra quindi che la tutela del mare sia avviata a buon fine, in fondo se la flotta da pesca italiana portasse a terra tutto quello che rimane impigliato nelle reti, oltre il pesce, in un decennio si potrebbero liberare le nostre acque marina di decine di migliaia di tonnellate di rifiuti.
