Il fico. Antico come un mito, dolce come un trucco (5)

Frutto sacro, simbolo d’ingegno e carezza zuccherina del Mediterraneo, “non urla, ma sussurra”.

AMBIENTE
Prof. Marianna Olivadese
Il fico. Antico come un mito, dolce come un trucco (5)

Frutto sacro, simbolo d’ingegno e carezza zuccherina del Mediterraneo, “non urla, ma sussurra”.

Non lampeggia come il pomodoro, non si difende come il carciofo, non si traveste come la melanzana. Il fico si apre, si offre, si spacca al sole. E nel suo cuore dolce e granuloso c’è qualcosa di intimo, quasi imbarazzante: come se rivelasse un segreto.

Forse è per questo che i Greci lo tenevano in grande considerazione. Era il frutto degli dèi e dei filosofi, simbolo di abbondanza ma anche di intelligenza. Il termine sichofante – delatore – viene da sykon, fico: chi denunciava il traffico illecito di fichi in Atene era malvisto. E, curiosamente, chi portava fichi era benvenuto.

Nel mito, il fico è spesso legato a Eros e alla trasformazione. Alcuni lo collegano a Syke, fanciulla amata da Dioniso e poi trasformata nell’albero stesso. Il fico diventa così albero dell’amore e del rinnovamento, con un succo lattiginoso che ha alimentato immaginari sensuali. È un frutto che “si apre”, che si offre con pudore e intensità.

Non a caso, anche nella Bibbia Adamo ed Eva si coprono con foglie di fico, non per vergogna, ma per coscienza: il fico è il primo gesto umano dopo la conoscenza. Nel Corano, la sura At-Tin (“Il Fico”) lo cita insieme all’ulivo come segno sacro. E nel Talmud, Dio insegna a vivere “osservando come maturano i fichi”.

Il fico è forse il più mediterraneo dei frutti: ama i muri caldi, le rocce, la penombra dei cortili assolati.

Non chiede nulla, ma dà molto. Più che coltivato, è tollerato: cresce dove vuole, tra le crepe, sui muri, nei cigli dei sentieri. È un frutto anarchico, generoso, spontaneo. E quando matura, non si raccoglie: cade, con un suono morbido e definitivo.

Plinio il Vecchio ne distingue decine di varietà. Catone lo raccomanda ai contadini per la sua resa abbondante. Virgilio lo pianta nei suoi versi con dolcezza bucolica. Nel mondo arabo, il fico secco era moneta e dono. In tutti i casi, è frutto del sole, del tempo e della cura senza pretesa.

E poi c’è il trucco. Il fico non è un vero frutto, ma un’infruttescenza invertita, un mondo chiuso che matura dall’interno. La sua impollinazione è un piccolo mistero: avviene grazie a una vespa simbionte, che entra nel fico attraverso un canale stretto, vi depone le uova e così ne permette la fertilità. Un gesto invisibile e perfetto, un patto antico tra insetto e pianta, tra vita e dolcezza.

Il fico è un universo chiuso e fragile, come scriveva Kavafis: “Nel silenzio della corte, il fico maturava. Era la misura dell’estate, e nessuno lo guardava.”

E tra i suoi parenti più appariscenti, non possiamo dimenticare il fico d’India: una parente spinosa e fiera, che cresce tra le pietre del Sud con la stessa tenacia, ma con colori più teatrali. Anche lui frutto errante, anch’esso simbolo: di resistenza, di bruciature e di dolcezze inattese.

Il fico è anche un frutto figurato: presente nei mosaici delle ville romane, nei bassorilievi paleocristiani, nei dipinti sacri e nelle decorazioni delle stoviglie popolari.

Lo si vede nelle mani rugose dei contadini, nelle cassette di legno dei mercati, nei canestri di settembre. È poco instagrammabile, ma profondamente umano.

Oggi il fico è un frutto discreto, quasi demodé. Ma chi lo conosce sa che ha il sapore dell’infanzia, del Sud, della lentezza. Sa che è memoria carnale, zucchero che sa di pietra e di silenzio.

Il fico non ha bisogno di dire da dove viene: è già parte del paesaggio, della lingua, della pelle del Mediterraneo.

Non si impone, ma si fa trovare. Non chiede di essere celebrato, ma di essere compreso. E chi lo comprende, non lo dimentica più.

Trovi “La melanzana. Dalla Persia col furore della frittura” (4) CLICCANDO QUI