Introduzione al paesaggio, il ruolo della filosofia nella società

Come si comportano le istituzioni di fronte a queste tematiche? “Introduzione al paesaggio” di Alberto Leopoldo Siani.

AMBIENTE
Andrea Maddalosso
Introduzione al paesaggio, il ruolo della filosofia nella società

Come si comportano le istituzioni di fronte a queste tematiche? “Introduzione al paesaggio” di Alberto Leopoldo Siani.

Che ruolo può avere ancora la filosofia nella società?

Può essa intervenire, contribuire positivamente a fronteggiare le crisi che attanagliano la nostra epoca come quella ambientale?

Come si comportano le istituzioni di fronte a queste tematiche?

Questi alcuni dei quesiti che saltano alla mente del lettore nel recente libro “Introduzione al paesaggio” edito da “Il Mulino” di Alberto Leopoldo Siani, Professore Associato di Estetica al Dipartimento di Civiltà e Forme del Sapere dell’Università di Pisa.

La filosofia può svolgere un ruolo sociale e la materia che lei insegna, l'estetica, è una disciplina moderna, spesso però considerata come “disinteressata” o perfino “apolitica”. Secondo lei, in che modo può servire alla società in cui viviamo?

Il termine “estetica” significa molte cose e ha un uso ampio nel linguaggio ordinario, infatti se ne parla in molti contesti che eccedono la filosofia. Nei miei corsi di laurea triennale ne parlo parto dalla sua accezione nota per poi esplorare gli aspetti filosofici.

Il termine “estetica” viene dal greco “aisthesis”, che significa percezione.
Nel suo significato non filosofico, ad esempio chirurgia estetica, estetica di un regista, ”una questione di estetica”, è sempre implicito il riferimento a una percezione, ma l’estetica filosofica cerca dei princìpi di ordine e senso nel materiale vastissimo della percezione umana.

L’estetica filosofica in un certo senso “mette ordine”, incide sull’esperienza umana quando si struttura intorno alla percezione come forma di conoscenza, concentrandosi però non solo sugli aspetti conoscitivi, come la conoscenza scientifica, bensì con questioni qualitative e
valutative (bellezza, gusto, sentimento etc.).

Cosa c’è in gioco quando parliamo di bellezza? Non solo l’oggettività ma anche la soggettività. Per Kant, ad esempio, una cosa è bella quando la sua rappresentazione ci provoca uno stato d’animo o sentimento di piacere disinteressato. Da questa prospettiva, la bellezza non ha tanto a che fare con proprietà oggettive (cioè dell’ “oggetto”), ma con un sentimento del
soggetto che però aspira a poter essere comunicato e valere universalmente.

Lei ha recentemente scritto un libro sul paesaggio. Cosa l'ha spinta verso questo tema? Che ambizioni ha questo libro?

Il mio libro Introduzione al paesaggio, pubblicato nel 2024 dal Mulino, è un libro introduttivo, che cerca di mettere a disposizione gli elementi di partenza e non presuppone particolari conoscenze pregresse su cosa sia il paesaggio. Di paesaggio si occupano diverse discipline: architettura, geografia, ecologia, biologia etc. ma la filosofia può svolgere una funzione di connessione e riflessione critica su di esse, nonostante “paesaggio” non sia un termine filosofico.

È evidente che un libro sul paesaggio scritto da un filosofo vada in una certa direzione, tuttavia credo sia possibile fruirne anche in maniera trasversale.

In effetti, l’ho scritto con una funzione principalmente didattica, come testo di riferimento per corsi universitari sul paesaggio in diversi ambiti.

Etimologicamente che cosa sta ad indicare il termine paesaggio?

Il termine “paesaggio” richiama sempre una attività e, appunto, una “percezione” umana.

Questo tanto nella radice neolatina quanto in quella germanica. In tedesco, ad esempio, abbiamo la parola Landschaft: “Land” (territorio) e“-schaft”,che rimanda a una attività umana, e alla sua origine il termine indicava l’amministrazione autonoma (gestione del territorio, se vogliamo) di comunità in cui anche l’aspetto materiale di creazione del territorio era fondamentale (in particolare, nelle terre del nord della Germania e Olanda, sottratte al mare attraverso dighe e opere di bonifica).

Nelle lingue neolatine il termine “paesaggio” nasce per indicare genere pittorico precisamente dal francese “Paysage”.

Entrambe le etimologie, tanto quella che rimanda all’origine pittorica, quanto quella istituzionale-amministrativa, hanno a che fare con una terra che passa attraverso la mediazione della percezione e dell’attività umana. Ancora oggi, il paesaggio è inteso tanto come “deposito culturale” quanto come “paesaggio immagine”.

Secondo lei le istituzioni tengono conto delle istanze culturali nella trattazione del paesaggio a livello politico?

Se prendiamo un testo istituzionale di rilevanza globale nonostante l’applicazione materialmente delimitata, e cioè la Convenzione Europea del Paesaggio (CEP), sottoscritta a Firenze nel 2000, l’articolo 1 recita: “Paesaggio designa una determinata parte di territorio, così come è percepita dalle popolazioni, il cui carattere deriva dall’azione di fattori naturali e/o umani e dalle loro interrelazioni”.

È evidente quindi che, anche in un testo di natura in senso ampio politica, affinché ci sia paesaggio non basta un territorio delimitato, con dei confini oggettivi, ma è necessario un riferimento a una percezione e azione umana collettiva.

Il termine paesaggio è dunque un termine filosoficamente fecondo, perché significa al tempo stesso uno spazio e la sua rappresentazione. Ad esempio un geografo francese, Berque, dice che “paesaggio” è uno di quei termini che tengono insieme la cosa e la rappresentazione della cosa.

Nonostante questa apparente ambiguità strutturale, di norma siamo in grado di usare il termine senza confusione.

In effetti, la nostra percezione contribuisce a costruire il mondo, come nella CEP la percezione delle popolazioni costruisce il paesaggio, non si limita a rispecchiarne la natura fisica.

Quindi il paesaggio è natura trasformata in cultura?

Si. L’implicazione importante è che il paesaggio è sempre paesaggio per una determinata cultura e dunque i saperi umanistici sono fondamentali per la definizione del paesaggio. Il paesaggio mette in crisi una distinzione facile che siamo abituati a fare tra natura e cultura. Il paesaggio ci chiede di unire i saperi, di problematizzare distinzioni scolastiche e richiama il ruolo dei saperi umanistici, soprattutto filosofici.

Secondo il filosofo americano John Dewey, gli esseri umani sono legati all’ambiente come qualsiasi altro essere vivente, eppure sono in grado di trasformare le loro interazioni ambientali in scambi consapevoli e dotati di senso, e quindi esteticamente soddisfacenti. Dewey chiama questo processo “perfezionamento” cioè il compiersi o consumarsi positivo e significativo di un’esperienza di scambio, di un equilibrio “transeunte” nella relazione con l’”ambiente”, che costituisce a sua volta il punto di partenza per una nuova, migliorata ridefinizione di tale relazione.

Ma nel linguaggio comune e, in buona misura, anche in quello scientifico ed ecologico, quando parliamo di ambiente e sua salvaguardia, lo facciamo molto spesso come se si trattasse di un oggetto distante, separato, come se l’umano non ci fosse. Anche nelle scelte politiche, il termine “ambiente”, differentemente da “paesaggio”, finisce per designare una realtà separata e diversa dall’umano, che circonda e contiene l’umano quasi come se questi non ne facesse parte, suggerendo così anche l’irrilevanza dei saperi umanistici.

Invece, come abbiamo visto, “paesaggio” coinvolge sempre l’azione e percezione umana. Io suggerisco di mettere al centro il termine “paesaggio” perché presuppone un esperire umano, e consente anche di affrontare la questione ambientale e la crisi ecologica su una base più integrale e completa, che rifiuta steccati rigidi tra i saperi. Così, appunto, da non limitarci a rispecchiare il mondo ma a costruirlo.

Nel paragrafo "carattere e valutazione" del libro lei evidenzia come vi sia un paradigma di valutazione del paesaggio (che trova le sue radici anche nella Convenzione UNESCO del 1972), tendente a separare in compartimenti e “musealizzare” il paesaggio invece di combinare organicamente le varie possibilità esperienziali di esso. In che senso?

Il paradigma corrente di valutazione del carattere del paesaggio tende ad isolare e oggettificare diversi aspetti del paesaggio e relative esperienze, interpretando anche l’estetico come una specifica dimensione del paesaggio separata dalle altre. Gli aspetti che non sono del tutto riconducibili a procedure oggettive, come quelli estetici, vengono forzati in una visione
oggettivista che fa venir meno l’elemento della valutazione percettiva, soggettiva.

È qui il punto.

Si valuta il paesaggio sulla base di una collezione di dati oggettivi. Di fatto si dice che gli elementi estetici finiscono per essere importanti solo nella misura in cui non sono più estetici. Bisogna andare oltre questo approccio. L’estetico affonda le sue radici nel mezzo della nostra esperienza, non in un luogo rimosso ed elevato rispetto ad essa.

Inoltre, è sempre necessario sottolineare che diversi paesaggi hanno differenti caratteri che li distinguono, e con essi muta anche la relazione conoscitiva, pratica, estetica che l’essere umano ha con essi, e dunque anche le possibili destinazioni d’uso.

Se sviluppiamo un paradigma più attento alle differenze anche di approccio, saremo anche più in grado di compiere scelte e decisioni politiche informate e trasparenti e dimettere d’ accordo i vari attori o stakeholders coinvolti nel paesaggio e nella sua gestione.

Invece,

Cosa pensa del deturpamento paesaggistico causato dalla sempre più crescente presenza di energie rinnovabili come pale eoliche e pannelli solari? Ad esempio in Sardegna lo stato ha espropriato terreni coltivabili in funzione di installazioni di pannelli solari. Qui vediamo come l'ambientalismo fa da padrone rispetto alla pretesa di salvaguardia identitaria dietro all'idea di paesaggio. (La grande contraddizione dell'ambientalismo). Non sembra in questo caso che siano inconciliabili ambiente e paesaggio?

Non ritengo siano inconciliabili.

Penso che il termine “paesaggio” ci costringa a parlarne in maniera pluralistica, perché non esiste il paesaggio come astrazione (mentre invece possiamo parlare di ambiente in senso astratto).

Bisogna però evitare posizioni essenzialiste contrapposte.

Nel caso delle pale eoliche l’impressione immediata è che nel cercare soluzioni rinnovabili stiamo consumando una risorsa che non lo è, creando un paradosso! In questo senso, anche la salvaguardia dell’ambiente assume le forme di uno sfruttamento. E tuttavia è possibile anche pensarla in modo opposto: pensiamo, ancora, a quanto accade per esempio nel nord della Germania e in Danimarca. Le pale eoliche posizionate in mare assumono una funzione paesaggistica ed estetica, svelando una parte essenziale di quel paesaggio, che perfino lo
tiene insieme in quanto paesaggio, anche dal punto di vista storico e culturale, e cioè il vento. In questo caso, è evidente, le azioni necessarie alla salvaguardia dell’ambiente riescono a entrare in armonia col paesaggio, diventando una cosa sola.

È dunque fondamentale ripensare il ruolo e la natura dell’estetica, e, con essa, di una educazione estetica adeguata al nostro tempo. Ne parlo nell’ultima parte del mio libro.

L’educazione al paesaggio è anche educazione alla diversità: deve fornire gli strumenti per restituire a ciascun paesaggio la sua singolare identità al di là delle omologazioni e astrazioni con cui e a cui di solito educhiamo. L’obiettivo è percepire, formare, e quindi anche poi vivere e abitare ogni paesaggio nella sua identità irripetibile.

Per tornare all’esempio precedente, l’installazione di pale eoliche nei mari della Danimarca può perfino valorizzare la specificità di quel luogo, mentre la stessa cosa al largo, per esempio, delle Cinque Terre, ne metterebbe a repentaglio l’identità.