L’Iran e il Kurdistan stanno vivendo una delle fasi più delicate degli ultimi anni. Tra proteste diffuse, repressione delle manifestazioni e una crisi economica che erode il potere d’acquisto della popolazione, questi Paesi sono vessati da metodi estremamente violenti che cercano di sedare le crescenti manifestazioni. Manifestazioni che, ad oggi, hanno portato all’uso di armi da fuoco e ad una repressione che si è tradotta in migliaia di morti e arresti. Nel frattempo la comunità globale osserva con crescente preoccupazione l’evolversi della situazione interna e le possibili ripercussioni geopolitiche. Ne parliamo con Gulala Salih, nata nel Kurdistan iracheno, perseguita insieme alla sua famiglia dal regime e arrivata, nel 1999, in Italia. Oggi vive a Salzano, in provincia di Venezia, ed è scrittrice, attivista, madre e presidente e socia fondatrice dell’associazione UDIK, associazione delle Donne Italiane e Kurde. Nata a Kirkuk, fin dall’arrivo in Italia, oltre venticinque anni fa, si è impegnata nel campo sociale e del volontariato, per sensibilizzare sulla situazione del Kurdistan e in particolare dei bambini e delle donne, per la cittadinanza e il rapporto con le istituzioni.
Salih, ci racconta la sua storia?
La mia esperienza come donna kurda, nata e cresciuta in guerra e sotto un regime dittatoriale, mi consente di comprendere profondamente quanto sta accadendo oggi in Iran. Le manifestazioni degli ultimi giorni sono nate come proteste economiche, legate alla fame e al carovita, perché la fame è reale e il cibo è diventato sempre più caro. In seguito, queste proteste si sono trasformate in una rivendicazione politica e di diritti.

E’ una protesta di popolo?
Tutte e tutti coloro che sono scesi in strada sono usciti in piazza a mani nude, consapevoli che avrebbero incontrato i seguaci del regime e che sarebbero stati colpiti. Eppure la gente lo ha fatto e continua a farlo, nonostante il numero delle uccisioni abbia superato le 12.000 persone. Lo hanno fatto per disperazione: hanno sacrificato la propria vita per salvare gli altri e per portare un cambiamento, perché per molti vivere sotto quel regime e in quelle condizioni equivale a essere già morti. Questa è una vera e propria protesta dei popoli, ed è importante sottolinearlo. L’Iran è composto da molti popoli ed etnie, non solo da persiani. In questa protesta, i popoli che vivono in Iran condividono un nemico unico e un obiettivo comune: far cadere il regime e conquistare la libertà. La protesta e la gente scesa in strada non sono organizzate, sono spontanee, e non c’è una guida centrale. L’obiettivo, per il momento, è il cambiamento del regime e la fine della dittatura.
Secondo lei tutto questo viene percepito bene all’estero o ci sono distorsioni anche nella narrazione e comprensione dei fatti?
All’estero esiste una forte spaccatura: c’è chi sostiene il figlio dello Scià, chi è contrario e chi addirittura, già da ora, si schiera contro il popolo kurdo. Una parte di queste persone rivendica i propri diritti e invoca l’unità dell’Iran, ma allo stesso tempo nega diritti e libertà agli altri popoli. Questo accade perché molti non conoscono la storia del proprio Paese: l’Iran è stato creato anche attraverso la divisione del Kurdistan e l’occupazione del Kurdistan orientale, il Rojhilat.
Qual è la sua opinione?
Personalmente, non credo a queste persone che scendono in piazza per rivendicare i propri diritti mentre li negano agli altri. Alcuni non vogliono nemmeno sentire la parola “Kurdistan” né vedere la bandiera curda durante le manifestazioni. Noi curdi, da più di un secolo, lottiamo sulla nostra terra contro la discriminazione e continuiamo a farlo anche nella diaspora.
Mi dica di più…
Se rivendichiamo i diritti umani, la democrazia e la giustizia, è fondamentale affermare con chiarezza che questi valori devono essere universali, validi per tutte e per tutti, senza eccezioni. Come presidente di UDIK e come donna curda, siamo scese in piazza contro la guerra e a sostegno delle donne, a prescindere dalla loro provenienza, così come abbiamo sempre sostenuto le proteste delle donne e degli uomini in Iran. Purtroppo, però, assisto al contrario: c’è chi cerca di negare i miei diritti ed escludere il mio popolo.
E la comunità internazionale?
Ha una grave responsabilità. Sia la comunità internazionale che l’Unione Europea. Entrambe hanno assunto una posizione chiara e determinata fin dall’inizio della rivoluzione di Jina Mahsa Amini. La prevalenza di interessi politici ed economici ha prodotto un silenzio che oggi si traduce in repressione, violenza e morte per migliaia di persone. È doveroso ricordare che quanto avviene in Iran non rappresenta un caso isolato. Dal 7 gennaio, in Siria, il governo transitorio, con il sostegno di forze mercenarie appoggiate dalla Turchia, ha dato avvio a una nuova e drammatica ondata di violenze contro il popolo curdo. Migliaia di civili sono stati costretti allo sfollamento; donne,
bambini e persone malate sono stati uccisi, anche a seguito di bombardamenti su strutture sanitarie. Le stesse violenze colpiscono anche altre minoranze, come drusi e alawiti. Tutto ciò sta avvenendo in un preoccupante silenzio mediatico e istituzionale. L’attenzione dell’opinione pubblica si è spostata altrove, mentre prosegue un progetto mirato di modifica demografica dei territori e di annientamento delle minoranze, in particolare del popolo curdo.
Dica pure..
Il regime di transizione siriano guidato da Jolani, insieme alle milizie armate sostenute e coordinate dallo Stato turco, sta portando avanti ad Aleppo un’altra campagna di sterminio contro il popolo curdo. Sotto gli occhi della comunità internazionale vengono commessi crimini di guerra sistematici, mentre Stati Uniti e Unione Europea continuano a mantenere un silenzio assordante. Questo silenzio li rende complici, se non assumeranno la responsabilità di difendere la resistenza umanitaria dei curdi. La democrazia del nord-est siriano è sotto minaccia da parte del regime siriano e delle milizie turche, con un attacco diretto della Turchia contro i curdi di Aleppo. Civili, anziani, donne e bambini vengono massacrati. L’obiettivo è lo sfollamento forzato della popolazione curda e la modifica della demografia della regione. Ospedali, abitazioni civili e infrastrutture vitali vengono deliberatamente presi di mira, e sono stati avvistati droni turchi. L’uccisione di donne e bambini innocenti rappresenta evidenti crimini di guerra.

E come rispondono Siria e Turchia?
Per giustificare questa aggressione, il regime siriano e lo Stato turco ricorrono alla consueta menzogna: affermano che si tratti di un’operazione contro i terroristi, facendo riferimento alla presunta presenza del PKK ad Aleppo. È la stessa propaganda utilizzata da anni per legittimare i bombardamenti sul Kurdistan del Başûr. Le Forze Democratiche Siriane hanno più volte smentito queste accuse, affermando chiaramente che ad Aleppo non è presente alcuna forza del PKK. Eppure la propaganda continua…
In che modo e con quali azioni?
Erdoğan e Bahçeli dichiarano di voler la pace con i curdi, mettendo in scena un accordo di pace per far credere a una svolta positiva della Turchia. In Turchia affermano che i curdi sono loro fratelli, mentre li uccidono nel resto del Kurdistan e nella Federazione Democratica del Nord-Est della Siria, che rappresenta un modello unico di convivenza. Continuano a pianificare guerra e distruzione, come dimostrano i fatti in Siria. Il leader Jolani e la sua politica dipendono dalla Turchia, ed è per questo che il governo siriano non ha rispettato gli accordi dello scorso marzo con le Forze Democratiche Siriane. I curdi e le Forze Democratiche hanno cercato di evitare attacchi e provocazioni, ma sono stati costretti a reagire per difendere la popolazione. Lo hanno fatto come sempre, difendendosi da soli. Non solo gli uomini, ma anche le donne combattenti, che avevano già affrontato l’ISIS, hanno ripreso le armi per difendere i valori umani.
Che aria si respira nelle strade?
Nei quartieri curdi di Sheikh Maqsoud e Ashrafieh, la guerra psicologica e l’umiliazione si sono trasformate in un attacco militare su vasta scala. Nonostante il ritiro delle Forze Democratiche Siriane in base all’accordo del primo aprile, il Ministero della Difesa siriano ha annunciato nuove operazioni militari, condotte da milizie armate, mercenari stranieri, gruppi jihadisti e resti dell’ISIS, riciclati contro il popolo curdo.
Cosa ne pensa delle recenti dichiarazioni degli Stati Uniti?
È gravissimo che una delle condizioni poste dagli Stati Uniti per la revoca delle sanzioni fosse la protezione delle minoranze. Il regime siriano ha fatto l’esatto contrario: ha attaccato alawiti, drusi e cristiani e ora colpisce i curdi con la stessa ferocia. Gli Stati Uniti e l’Unione Europea devono riconoscere l’errore di aver accolto Jolani come presidente della Siria, seguendo ancora una volta interessi geopolitici.
Ma ci sono anche valorosi esempi di resistenza. Non è così?
Indubbiamente. In questo scenario emerge la figura di Deniz, una giovane combattente curda di soli 25 anni. Rimasta senza munizioni, con un solo proiettile, ha scelto di non cadere viva nelle mani dei suoi carnefici. Dopo la sua morte, i miliziani hanno infierito sul suo corpo, gettandolo dal palazzo in cui aveva combattuto fino all’ultimo respiro, gridando “Allahu Akbar”. I nostri padri e nonni ci hanno insegnato che l’Islam è una religione di tolleranza, compassione e misericordia. Nulla di tutto questo ha a che fare con le atrocità commesse dai gruppi jihadisti. Anche l’umiliazione dei corpi e il maltrattamento dei prigionieri sono crimini di guerra riconosciuti dal diritto internazionale. Ne anche nessun paese arabo musulmano ha condannato questo fatto. La storia ci ricorda che il Kurdistan è stato diviso oltre un secolo fa da accordi internazionali come Sykes-Picot, che hanno creato confini artificiali e Stati instabili. Nonostante questo, il popolo curdo continua da più di cent’anni a lottare per dignità, libertà e autodeterminazione. La nostra lotta si fonda su una visione chiara: “Jin, Jiyan, Azadî” – Donna, Vita, Libertà, un progetto di società basato su uguaglianza, pace e giustizia.
