La Danimarca è uno dei paesi più piccoli di tutta l’Europa continentale, con i suoi 5,9 milioni di abitanti è uno dei paesi dello “spazio Schengen” tra i più avanzati in termini di diffusione nonché di efficienza dei servizi pubblici.
A partire dal XIX secolo la Danimarca subì una forte crisi del settore agricolo generato dall’apertura al mercato dell’importazione soprattutto di cereali proveniente dagli altri continenti, situazione che portò la monarchia danese alla decisione di convertire la sua economia agricola all’allevamento di bestiame, di gran lunga più fiorente, ma che vide soltanto nel corso del ‘900 una forte espansione, portando così il regno ad essere tra i primi produttori europei di formaggio, latte, burro, polli e maiali. Al 2023 si conta infatti la gigantesca cifra di 1.487.377 mucche in tutto il paese.
Anche questi primi decenni del XXI secolo non si possono dire privi di nuove sfide da affrontare, viste le nuove esigenze di carattere climatico che fanno discutere tutto il mondo, sfide che la Danimarca in questo caso ha deciso di accogliere sul serio, forse anche eccessivamente secondo quanto espresso dalla comunità che da generazioni manda avanti il settore dell’allevamento di bestiame.
La politica danese si fregia infatti di essere la primissima a far passare una legge che imporrà agli allevatori entro il 2030 di pagare una tassa per emissioni di carbonio prodotte dalla loro attività. L’austero decreto posto in essere dal governo danese ha trovato una piacevole accoglienza dalla coalizione verde che si è vista molto soddisfatta da l’ “Accordo su una Danimarca verde“, proposta che dovrà essere però approvata dal parlamento della corona.

Trattandosi di un unicum in tutto il mondo, la Danimarca potrebbe diviene il primo paese al mondo a tassare le emissioni di carbonio in agricoltura, potendo altresì portare altri paesi più avanti a poter seguire questa stessa politica di contenimento di emissioni di gas metano.
La legge prevede che gli allevatori a partire dal 2030 dovranno pagare allo Stato 120 corone (l’equivalente di 16 euro), ammontare che salirà poi a ben 750 corone danesi (100 euro) entro il 2035. Per rendere più facile la transizione gli agricoltori avranno diritto ad una detrazione di imposta sul reddito pari al 60% dei soldi che dovranno versare all’erario. Il ministro delle imposte danese Jeppe Bruus, ha definito la misura un grande passo verso la neutralità climatica.
La comunità degli agricoltori che si trova in parte contrariata ritiene che questo provvedimento potrebbe rivelarsi fecondo per quelle che sono le esigenze di contrasto al riscaldamento globale, ma tuttavia lesive per l’economia danese che copre gran parte del fabbisogno di nazioni come Gran Bretagna e Germania di prodotti proveniente da bestiame.
A quanto pare questa nuova tassa che potrebbe essere applicata non rimane un semplice mettere le mani delle tasche dei contribuenti, l’obbiettivo di lungo periodo voluto dall’”Associazione danese per la conservazione della natura” è quello di creare dei nuovi spazi “per ripristinare zone umide e foreste” come afferma la presidente dell’associazione Maria Gjerding.
Infatti oltre alla tassa il governo stanzierà 40 miliardi di corone danesi (oltre 5 miliardi di euro) per creare una colossale conversione fondiaria al fine di ricostruire zone che facciano da serbatoio di ossigeno.
Il governo si trova fiducioso sul fatto che la legge venga approvata per puntare all’obbiettivo di ridurre entro il 2030 le emissioni di gas serra del 70%.
