Se il pomodoro è il migrante diventato star, la melanzana è la diva diffamata: incompresa, sospettata, eppure irresistibilmente magnetica. Non è rossa ma viola, non è dolce ma intensa, non si mangia cruda e soprattutto, come diceva mia nonna, “o la friggi o non la tocchi”.
E pensare che la sua storia comincia lontano, nelle terre dell’India e della Persia, dove le prime forme di Solanum melongena venivano già coltivate in epoca antichissima. Dall’Asia, passando per il mondo arabo, la melanzana arriva in Sicilia intorno al IX secolo, grazie agli scambi culturali e gastronomici che il Mediterraneo ha sempre saputo offrire. Ed è proprio lì, in Sicilia, che mette radici. Letteralmente.
Ma la strada verso l’accettazione è tutt’altro che semplice. Per secoli, la melanzana è stata guardata con sospetto in Europa. Oscura, un po’ amara, dalla consistenza difficile e – per i medici antichi – addirittura “causatrice di malinconia”. Non a caso, il suo nome latino mala insana suggeriva “mela non sana”. E si credeva potesse indurre pazzia.

La melanzana, in effetti, è una delle protagoniste del lungo equivoco botanico-culturale che accompagna molte piante esotiche.
Per i dotti medievali, le piante sconosciute erano un campo minato: tra astrologia, umori corporei e superstizioni, ogni ortaggio “nuovo” diventava sospetto. La melanzana era associata ai pianeti “freddi e umidi”, dunque ritenuta dannosa per la mente e per il fegato.
Addirittura, alcuni erboristi consigliavano di “salare e lasciare lacrimare” la melanzana per espellere i suoi presunti veleni: da qui l’abitudine – ancora oggi viva – di cospargerla di sale prima della cottura. È il classico caso in cui la pratica sopravvive alla leggenda.

Eppure, già gli Arabi ne avevano intuito il potenziale culinario. In manoscritti andalusi del XII secolo compaiono ricette raffinatissime a base di melanzane, spesso farcite o stufate con spezie, aceto e frutta secca. Dunque: non era la pianta a dover cambiare, ma la cultura che la circondava.
La riabilitazione passa, come spesso accade, attraverso la frittura. È nel calore dell’olio che la melanzana si trasforma: si ammorbidisce, si indora, si rende irresistibile. Nascono così i grandi classici: la parmigiana, le melanzane ripiene, la caponata, la moussaka. Piatti che sono viaggi, sintesi di culture e stratificazioni di gusto.

Oggi la melanzana è uno degli ortaggi simbolo del Sud. La sua buccia lucida e il suo gusto denso ci parlano di estati roventi, di olio d’oliva, di mani sapienti. Ma anche della capacità del gusto di cambiare il destino di un alimento.
Come accade per tanti altri ortaggi “erranti”, la melanzana è la prova che l’identità è un processo, non un’origine. Che anche i cibi portano con sé delle biografie. E che a tavola, come nella vita, la trasformazione è spesso la chiave del successo.
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