LA MONOCOLTURA DEI NOCCIOLI IN CENTRO ITALIA

Negli ultimi anni, in centro Italia si è assistito all’avanzare di distese di noccioleti; le aree maggiormente interessante sono state quella dell’alto Lazio e delle Marche.

AMBIENTE
Redazione
LA MONOCOLTURA DEI NOCCIOLI IN CENTRO ITALIA

Negli ultimi anni, in centro Italia si è assistito all’avanzare di distese di noccioleti; le aree maggiormente interessante sono state quella dell’alto Lazio e delle Marche.

Nel caso della Tuscia si tratta di piantagioni destinate a rifornire multinazionali ed è da sempre un’area interessata dalla coltivazione di noccioli, ma in un’ottica di piccola imprenditoria, biologica e locale. Ciò a cui si assiste oggi in queste terre, invece, è una vera e propria invasione; tanto che si può parlare di monocoltura.

Si tratta infatti, di terreni che se in passato venivano destinati a colture varie e molto spesso cicliche, ora vengono rimpiazzate da una coltura unica, con conseguenze inevitabili sulla biodiversità.

Perché molti coltivatori accettano la monocoltura? I motivi sono due: in primis, i noccioli sono piante che iniziano a produrre già dopo 5/6 anni e continuano a farlo almeno per 40 anni se in condizioni favorevoli; inoltre, le grandi multinazionali offrono ai coltivatori contratti di fornitura molto alti ed allettanti.

Accade così che i piccoli coltivatori/imprenditori scompaiono, lasciando spazio ai grandi investitori che si aggiudicano terreni uno dopo l’altro. In questi ultimi anni nel territorio della Tuscia, dove secondo Coldiretti la coltivazione intensiva di noccioli ha coinvolto all’incirca 30 comuni e 8 mila famiglie, c’è anche chi si è battuto contro questa monocoltura, come il Biodistretto della Via Amerina e più recente il Biodistretto del Lago di Bolsena.

Le contestazioni che vengono mosse nei confronti di queste coltivazioni intensive sono, come accennato prima, di uccidere la biodiversità di coltivazioni e di conseguenza anche gli insetti che popolano questi territori, ma soprattutto di non essere ne bio-sostenibili, né tantomeno un esempio di agricoltura consapevole.

Per produrre una nocciola con standard alti come quelli richiesti, vengono utilizzati dosi massicce di prodotti fitosanitari e pesticidi, per eliminare o abbassare a livelli minimi il cimiciato sulla pianta ad esempio, ma anche di fertilizzanti e erbicidi. Questi prodotti chimici vanno ad impattare sul paesaggio: sulla fertilità del suolo, sulle falde acquifere, sulle acque potabili e quindi indirettamente anche sulla salute della popolazione che in quelle zone vive. Ne risentono di conseguenza anche le colture biologiche.

Lo standard richiesto dalle multinazionali è quello di una nocciola perfetta.

Lo scorso ottobre, l’associazione ambientalista Client Earth, insieme  Lipu-Birdlife Italia, ha intentato causa alle Regione Lazio, alle autorità di bacino delle acque e ai comuni di Caprarola e Ronciglione per violazione delle leggi sulle aree protette. Il riferimento era alla zona del Lago di Vico, dove appunto la coltivazione di noccioli è cresciuta a dismisura, impattando sulle falde.

Mentre lo stesso Biodistretto della Via Amerina, a Gennaio durante una conferenza pubblica, ha lanciato il Manifesto per un’economia sostenibile della nocciola, che si compone di 10 punti salienti, tra cui: introdurre l’obbligo di sistemi irrigui a controllo, diversificazione ecologica pari al 5% dell’area dei noccioleti, vietare l’uso del glifosate, zonizzazione del territorio per individuare le aree vulnerabili e quelle invece idonee alla coricoltura.