La relazione tra allevamenti intensivi e spreco alimentare

I mangimi animali oltre ad avere conseguenze negative sull’ambiente e sugli ecosistemi, sono responsabili di un consumo eccessivo di prodotti alimentari

AMBIENTE
Pamela Preschern
La relazione tra allevamenti intensivi e spreco alimentare

I mangimi animali oltre ad avere conseguenze negative sull’ambiente e sugli ecosistemi, sono responsabili di un consumo eccessivo di prodotti alimentari

In ambiti come la COP30 attualmente in corso a Belém, in Brasile, si discutono in modo prioritario le conseguenze ambientali e climatiche che rappresentano le sfide principali al futuro del nostro pianeta. Tra le cause degli impatti negativi su ecosistemi e clima ci sono i mangimi destinati agli allevamenti intensivi di animali.

Nel marzo 2024 in uno studio dell’Harvard Law School oltre 200 esperti hanno concordato che per rimanere in linea con gli obiettivi climatici fissati alla COP di Parigi, occorre ridurre il consumo di carne di almeno il 50% nei paesi ricchi e a medio reddito entro il 2030 oltre che di mangimi animali.

La produzione attuale di cibo per animali basata su un’agricoltura intensiva e monocolture e all’uso massiccio di pesticidi è destinata ad aumentare la quantità di CO2 rilasciata nell’aria oltre al degrado del suolo e l’inquinamento idrico accelerando la deforestazione e danneggiando gli ecosistemi. Soprattutto in Sud America, dove vaste aree forestali sono state distrutte per trasformare interi territori in piantagioni intensive, in particolare di soia. Il Brasile, ad esempio, è diventato un granaio di soia mondiale, tanto che l’Unione europea importa il 96% della farina di soia da usare come mangime per animali.

I danni dei mangimi animali alle riserve alimentari

Ma non è solo l’ambiente a risentire dell’utilizzo dei mangimi animali ma anche la società, a causa dello spreco alimentare che causano.

Se è vero che i mangimi servono a far crescere gli animali, le cui carni e prodotti diventano cibo, è altrettanto vero che gli animali non sono dei trasformatori efficienti: questi, infatti, consumano più calorie di quante poi ne restituiscano una volta macellati e mangiati sotto forma di carne. Considerato che le unità allevate ogni anno sono in quantità maggiore delle persone che vivono sul pianeta, l’impiego massiccio di mangimi comporta l’utilizzo di un numero notevole di campi agricoli. Oggi la produzione di alimenti per gli allevamenti occupa un terzo di tutta la superficie coltivabile nel mondo e nell’UE oltre i due terzi dei cereali prodotti nei terreni agricoli sono destinati al cibo per gli allevamenti.

Come indica il rapporto di Compassion in World Farming (CIWF) la no profit che opera a difesa del benessere degli animali allevati, per ogni 100 grammi di proteine vegetali solamente tra i 5 e i 40 grammi entrano effettivamente nella catena alimentare umana tramite prodotti di origine animale; il resto viene usato dagli animali per mantenersi in vita, muoversi e formare tessuti non edibili, oppure eliminato.

Quanto ai cereali tra cui grano, mais, orzo e avena, oltre il 75% di quelli usati per gli animali non si traduce in cibo utile per le persone. Come ricorda CIWF milioni di tonnellate di cereali vengono sprecati negli allevamenti intensivi che dovrebbero essere nutriti con erba, residui agricoli, sottoprodotti e scarti dell’industria alimentare, propriamente trattati. E così quasi la metà dei cereali coltivati al mondo non arriva agli esseri umani ma viene impiegata per produrre mangime per gli allevamenti intensivi, per la maggior parte, di suini e polli.

A livello globale, rivela il suddetto rapporto, ben 766 milioni di tonnellate di cereali vengono sprecati per nutrire gli animali, una quantità superiore a quella buttata via da famiglie, ristoranti o supermercati. Rispetto al sistema attualmente in uso sarebbe più efficiente riconvertire i terreni agricoli oggi destinati alla produzione di mangimi per coltivare verdure, legumi, frutta fresca e secca, fondamentali per una dieta sana e varia. Ciò contribuirebbe a garantire un maggior accesso a un’alimentazione sana e adeguata, consentendo di sfamare 2 miliardi di persone in più nel mondo ogni anno.

Le richieste di CIWF agli stakeholder

La non profit CIWF chiede alle parti interessate, in particolare ai governi, alle istituzioni pubbliche e ai leader finanziari mondiali, di impegnarsi ad abbandonare l’uso di cereali e soia come mangime per animali e combattere lo spreco alimentare, attraverso varie azioni tra cui:

  • la definizione di n piano chiaro per ridurre la dipendenza da cereali e soia come mangimi per animali e promuovere l’utilizzo dei terreni agricoli produttivi per produrre cibo per gli esseri umani;
  • l’eliminazione graduale di sussidi pubblici a sostegno di cereali e soia destinati ai mangimi;
  • la sensibilizzazione dell’opinione pubblica sul tema dello spreco alimentare causato dagli allevamenti intensivi;
  • la promozione di diete sostenibili e di un approvvigionamento responsabile, basato sulla riduzione del consumo dei prodotti animali anche tra scuole ospedali;
  • incoraggiare banche pubbliche e commerciali, fondi di investimento e istituzioni multilaterali di cessare i finanziamenti ad allevamenti intensivi e alla produzione zootecnica industriale.

Se le richieste avanzate da no profit e le buone intenzioni annunciate alla COP 30 con la “Dichiarazione di Belém su fame e povertà” per l’integrazione tra sicurezza alimentare e protezione sociale nelle azioni climatiche danno un barlume di speranza, dall’altra parte la costante destinazione di fondi pubblici europei e nazionali negli allevamenti intensivi e le politiche di alcuni Stati europei riportano alla realtà degli interessi di alcuni e non del pianeta. Nel nostro paese lo scorso luglio il Ministro Lollobrigida, grazie al decreto Coltivitalia ha stanziato 300 milioni di euro per far crescere e prosperare il settore dei mangimi e in generale l’industria della carne.

Un’inversione di marcia rispetto all’auspicato cambio di paradigma di chi ha cuore il futuro del pianeta e che vorrebbe che le risorse naturali fossero utilizzare al meglio per contenere i danni ambientali ma anche lo spreco alimentare.