LA SFUMATURA VERDE DEL FENOMENO “CHILDFREE”

Nella categoria non rientrano tutte le persone che non hanno figli, ma solo quelle che non li desiderano affatto.

AMBIENTE
Redazione
LA SFUMATURA VERDE DEL FENOMENO “CHILDFREE”

Nella categoria non rientrano tutte le persone che non hanno figli, ma solo quelle che non li desiderano affatto.

“Tra quanto un figlio?”

Nella struttura sociale italiana, la famiglia riveste un ruolo quasi centrale e sarà per questo che una parte di popolazione non comprende come i giovani e le giovani possano non desiderare dei figli. Affermazioni del genere sono imputati all’immaturità, ad una fuga dalle responsabilità, al non voler crescere, ma una cosa è certa: ”con il tempo cambierai idea”. Ai giovani uomini non ne facciamo una colpa, mentre le parole riservate alle giovani donne hanno una nota di risentimento, dovuta al pensiero comune per cui la realizzazione femminile passa necessariamente per il matrimonio ed il parto, eventi facoltativi ma estremamente romanticizzati. Nella società attuale, sono molte le motivazioni dietro alla scelta di formare una famiglia Childfree, dalla questione economica a, ormai, quella ambientale.

Una riflessione sulla famiglia

Nel 1963 viene pubblicato “The Feminine Mystique”, il libro di Betty Friedan a proposito del “problema senza nome” che affliggeva le casalinghe americane nel secondo dopoguerra: incentivate dalle politiche sociali ad abbandonare il lavoro, dedicarsi alla cura della casa e della famiglia, le donne si scoprono vittime di un inganno quando vedono arrivare malesseri e senso di vuoto, al posto della soddisfazione che il sogno borghese decantava.

In accordo alle teorie sul matriarcato e sulla parentela espresse dagli antropologi Bachofen e Morgan, Friedrich Engels – il sociologo, economo e giornalista al fianco di Karl Marx – nel suo libro “L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato” del 1884 afferma che il matrimonio fu la prima forma di oppressione della figura femminile, che segnò il passaggio delle civiltà più antiche al patriarcato, con una maggiore considerazione della discendenza maschile piuttosto che quella femminile, e rese moglie e figli alla stregua di una proprietà privata del marito. Interpretare “l’angelo del focolare” è stata, per molto tempo, l’unica strada priva di ostacoli, l’unica per rispettare le regole che ci venivano sussurrate dalle bambole e dalle cucine scartate a Natale, l’unica che pensavamo di poter intraprendere. Oggi, sulla carta, come genere femminile abbiamo accesso ad una gamma più estesa di professioni, a cariche di prestigio, ma il sistema che regolarizza i nostri impieghi è ancora di stampo sessista: dal divario salariale che conferisce importanza al lavoro maschile, riconosciuto come necessario, e che declassa quello femminile ad un accessorio di cui la società non ha bisogno; dal mancato riconoscimento del lavoro di cura della casa e della famiglia che occupa ben cinque ore, ogni giorno, alle lavoratrici italiane mentre gli uomini arrivano a malapena a due; alle domande inopportune propinate nei colloqui di assunzione sulla sfera familiare alle donne ma non agli uomini, sminuendo la paternità e iper-responsabilizzando la maternità, un modello sempre più tossico e difficile da raggiungere che lascia non poche cicatrici.

Il fenomeno Childfree

Al contrario di quanto si possa immaginare, il movimento Childfree origina per mettere in luce le discriminazioni che le coppie e le donne senza figli, per scelta o condizione, subivano da parte delle altre famiglie e della società. Se, ai nostri giorni, gli stereotipi sulla figura della madre non sono ancora stati eliminati, negli anni ’90 la situazione era ancora più complicata: la consapevolezza portata dal femminismo degli anni ’60 e ’70 sulla posizione sociale della donna indusse molte femministe a prendere questa decisione, per ribellarsi alle tradizioni oppressive che vedono la nascita di un figlio come uno step obbligatorio verso la felicità. Pertanto, se ai suoi esordi il movimento Childfree era di carattere femminista, i colori che sta assumendo oggi hanno una tonalità più verde.

La crisi ambientale nell’elenco delle motivazioni per cui non avere figli

Eco-ansia: è questo il nome con cui indichiamo il recentissimo stato di malessere dovuto al cambiamento climatico: ansia, paura e depressione sono solo sintomatologie generiche che colpiscono le nuove generazioni che vivono in luoghi ancora lontani dagli effetti concreti della crisi ecologica, che hanno preoccupazioni riguardo alle condizioni in cui verte il pianeta, alle conseguenze dello scioglimento dei ghiacciai e all’imminente mancanza di acqua potabile; il prossimo futuro si può riassumere con siccità, inquinamento dell’aria, disastri naturali, connotazioni che non lo rendono affatto roseo. Timori di questo calibro influenzano inevitabilmente le nostre scelte quotidiane: come ci spostiamo, il cibo che mangiamo, il tipo di prodotti che usiamo per le pulizie e anche avere dei figli o meno, per l’incertezza che caratterizza il nostro presente, nonché il loro futuro. Non solo, si stima che un bambino emetta, nel giro di un anno, più di 58 tonnellate di anidride carbonica – la cui concentrazione a giugno 2022 ha raggiunto le 421 ppm –, dato reso preoccupante dall’incombente aumento della popolazione.