Pensavamo che la fonte di cibo nel mare fosse inesauribile; invece, oggi sappiamo che più dei tre quarti degli stock ittici sono pescati al limite dell’esaurimento o sono sovra pescati, riducendo le popolazioni ai minimi storici e portando molte specie a rischio estinzione.
Sistemi di acquacoltura, possono essere, in parte, una soluzione, se applicati con moderazione e con le dovute regole, contribuendo a ridurre la pressione sugli stock ittici.
Il Rapporto FAO sullo stato di pesca e acquacoltura nel mondo – The State of World Fisheries and Aquaculture 2024 (SOFIA), presentato con cadenza biennale, contiene informazioni e dati aggiornati che permettono di approfondire quelle che sono sfide, opportunità e innovazioni destinate a influire sul presente e sul futuro del settore, oltre a elencare i punti di vista politici, scientifici e tecnici che dirigeranno le scelte in ambito commerciale, sociale, agricolo e ittico.

Pesca e acquacoltura nel mondo
Secondo il nuovo rapporto The State of World Fisheries and Aquaculture 2024 (SOFIA): “La produzione mondiale della pesca e dell’acquacoltura ha fatto registrare un nuovo primato assoluto, con la produzione di animali acquatici dal settore dell’acquacoltura che, per la prima volta, ha superato la pesca di cattura”.
Dai dati emerge come, nel 2022, la produzione mondiale della pesca e dell’acquacoltura ha raggiunto il picco di 223,2 milioni di tonnellate, pari a un incremento del 4,4% rispetto al 2020. Sono stati prodotti 185,4 milioni di tonnellate di animali acquatici e 37,8 milioni di tonnellate di alghe. L’acquacoltura ha dunque, sorpassato la pesca di cattura come principale settore di produzione di animali acquatici.
Il tutto guardando sempre verso l’Obiettivo 14 dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite: “Conservare e utilizzare in modo durevole gli oceani, i mari e le risorse marine per uno sviluppo sostenibile”.
Secondo i dati di SOFIA, il 62,3% degli stock ittici è sfruttato in maniera sostenibile, dunque, quasi il 40% non lo è; quindi, in questo caso il pescato da cattura è superiore alla capacità di ricostituzione delle specie.
Una trasformazione blu
Il direttore generale della FAO, Qu Dongyu, ha sostenuto: “La FAO plaude agli importanti traguardi raggiunti finora, sottolineando, tuttavia, che sono necessari ulteriori interventi in senso trasformativo e di adattamento per rafforzare l’efficienza, l’inclusività, la resilienza e la sostenibilità dei sistemi alimentari acquatici e consolidarne il ruolo nella lotta all’insicurezza alimentare, nella riduzione della povertà e in una governance sostenibile. Ecco perché la FAO si fa promotrice della cosiddetta Trasformazione blu, che consentirà di rispondere a tutti i requisiti di una migliore produzione, una migliore nutrizione, un ambiente migliore e una vita migliore per tutti, senza lasciare indietro nessuno”.
Al momento, la Trasformazione blu sorregge più di 40 paesi nello sviluppo dell’acquacoltura sostenibile, confermando il suo ruolo fondamentale nel raggiungimento della sicurezza alimentare.
I Paesi che predominano in questo ambito sono un numero circoscritto, fra questi ci sono la Cina, l’Indonesia, l’India, il Vietnam, il Bangladesh, le Filippine, la Repubblica di Corea, la Norvegia, l’Egitto e il Cile che hanno prodotto più dell’89,8% del totale.
L’alta produzione di alimenti acquatici risalta le potenzialità del settore nella lotta all’insicurezza alimentare e alla malnutrizione. Sostenere un consumo da fonti sostenibili è basilare per incoraggiare diete sane e ottimizzare la nutrizione in tutto il mondo. Gli alimenti acquatici forniscono proteine di elevata qualità, il 15% delle proteine animali e il 6% delle proteine totali in tutto il mondo, e nutrienti basilari, tra cui acidi grassi omega-3, minerali e vitamine.

Mezzi di sussistenza per le persone
Oltre a garantire sicurezza alimentare e nutrimento, la pesca e l’acquacoltura sono anche una considerevole fonte di lavoro e reddito: secondo i dati più recenti, nel 2022 erano impiegati nel settore primario della pesca e dell’acquacoltura 61,8 milioni di persone, in calo rispetto ai 62,8 milioni registrati nel 2020. Dal report si evince come ci siano ancora problemi di disuguaglianza di genere fra i due sessi, comprese le differenze salariali, la violenza di genere e lo sproporzionato riconoscimento del contributo delle donne al settore. Le figure femminili appunto, sono solo il 24% della forza lavoro complessiva, ma il 62% nel sottosettore della lavorazione.
