Aumenta lo spreco alimentare domestico in Italia, siamo al 45% in più pro-capite a settimana, da 469,4 a 683,3 grammi a testa in un solo anno. È davvero troppo. Inoltre, questo spreco diviene un tragico paradosso se pensiamo che ben 3,1 milioni di cittadini sono costretti a chiedere aiuto per mangiare, rivolgendosi alle mense dei poveri o usufruendo di pacchi alimentari, come ci racconta l’ultimo rapporto Fead.
Mele, insalate e pane finiscono tra i rifiuti dell’umido, a ben pensarci buona parte della Dieta mediterranea. È quanto rileva, per l’edizione 2024, il rapporto dell’Osservazione Internazionale Waste Watcher, nella parte dedicata al nostro Paese.
Le associazioni dei consumatori sono in allarme mentre la Coldiretti precisa: “non si tratta solo di un problema etico, ma determina anche effetti sul piano economico e ambientale per l’impatto negativo sul dispendio energetico e sullo smaltimento dei rifiuti”.
E se a livello globale buttiamo via un terzo del prodotto dei campi, con un enorme sperpero di risorse ambientali ed economiche, l’Italia, in questo caso, indossa la maglia nera, considerando che approssimativamente gli italiani buttano nella spazzatura ogni anno 35,5 chilogrammi a testa di alimenti ancora commestibili.
Lo scopo dell’Osservatorio non è fare una classifica tra chi spreca più o meno, anche se ovviamente poi questa viene fuori, ma piuttosto di comparare chi fa più o meno contro lo spreco, per arrivare ad attivare proposte e pratiche in tutti i Paesi che hanno questo problema.
Analizzando i rifiuti alimentari troviamo al top della classifica i primi cinque scarti che sono parte di una sana alimentazione. Infatti, buttiamo nella spazzatura la frutta fresca (27,1 grammi), le verdure (24,6 grammi), il pane fresco (24,1 grammi), le insalate (22,3 grammi), cipolle-aglio-tuberi (20 grammi).
Tutto cibo alla base di un nutrimento salubre e sostenibile, come appunto la Dieta mediterranea. Ma il rapporto cerca anche di analizzare perché diventa spazzatura cibo ancora buono da mangiare.

La risposta è nella crisi economica che ancora morde.
Dall’analisi emerge che l’inflazione ha portato un cambiamento nelle abitudini degli italiani. Se dapprima si è tentato di ridurre energicamente gli sprechi, col passare del tempo e soprattutto con il protarsi del carovita e il calo sempre più consistente del potere d’acquisto, determinato dai bassi redditi, i cittadini sono stati costretti ad adottare nuove abitudini per fronteggiare la crisi.
Lo studio Waste Watcher evidenzia che tra le cause dello spreco alimentare vi è principalmente la scelta di cibo di bassa qualità o in promozione e prossimo alla scadenza, quindi di più facile deterioramento o meno salutare.
Sempre dall’indagine, però, si rileva chiaramente che gli italiani hanno ancora poca consapevolezza di come usare al meglio gli alimenti disponibili, sia per la conservazione che per la pianificazione degli acquisti.
Da qui i consigli di Coldiretti: leggere attentamente la scadenza sulle etichette, verificare quotidianamente il cibo, correttamente posizionato, riposto in frigorifero. Inoltre, è utile anche effettuare acquisti ridotti e ripetuti nel tempo, privilegiare confezioni adeguate, scegliere frutta e verdura con il giusto grado di maturazione, privilegiare la spesa a chilometri zero che garantisce maggior freschezza e durata, riscoprire le ricette degli avanzi.
In sintesi, diciamo che i nostri comportamenti antispreco, possono essere di molto migliorati.
