Giornalista, scrittore e autore televisivo, Mastronardi ha saputo unire le sue diverse vocazioni in un percorso professionale unico, diventando un punto di riferimento per chi cerca di riscoprire le radici più profonde dell’Italia. Ci ha dedicato un po’ del suo prezioso tempo per permetterci di conoscerlo meglio.
La mia passione per la scrittura nasce davvero fin da bambino, alle scuole elementari. Ho avuto la fortuna di incontrare un maestro eccezionale, di stampo montessoriano, che ci faceva creare dei giornalini di classe. Ognuno aveva il suo, e il mio era un giornalino di racconti. Credo che il desiderio di raccontare sia nato con me, è una cosa che ho sempre avuto dentro. Avere poi un papà giornalista e maestro mi ha certamente aiutato nell’allenamento.
Sì, ero indeciso tra la carriera diplomatica e il giornalismo, ma alla fine la passione per la scrittura ha avuto la meglio. A Firenze, ho iniziato a lavorare quasi subito: ho collaborato con un settimanale diocesano e poi, negli anni ’80, ho avuto l’opportunità di aprire la redazione di Repubblica. In realtà, ho sempre scritto, fin da giovanissimo. A 17 anni, ho anche scritto un musical a Firenze; quindi, mi sono cimentato in diverse forme di racconto.
A 32 anni, ho sentito un richiamo fortissimo verso la mia terra d’origine, il Molise e l’Abruzzo. Ho deciso di tornare a casa e ho capito il perché: c’era una storia da raccontare, una storia quasi completamente dimenticata. Mi sono sentito in dovere di scrivere delle mie radici, dei popoli italici che Roma non ha mai raccontato. Mi riferisco, in particolare, al genocidio dei Sanniti e al ruolo fondamentale che questi popoli hanno avuto nella grande storia di Roma e dell’Italia.
Esatto! Studiamo la storia di Roma, scritta dalla prospettiva romana, da autori come Tito Livio che esaltavano l’Impero. Ma non studiamo ciò che accadeva in Italia contemporaneamente. Non studiamo il periodo preromano, non studiamo i Sanniti, i Marsi o i Bruzi. In questo modo si crea un vero e proprio “buco nero” nella nostra cultura. Io ho scoperto che la parola “Italia” non è nata con Dante, come si diceva una volta, ma molto prima, da una rivoluzione: gli italici si unirono in una federazione contro Roma per ottenere i diritti di cittadinanza. Questo concetto è stato immortalato su monete nel 91 a.C., la prima volta nella storia in cui un’intera nazione si è autodefinita. Il mio romanzo, Vitellio, è il nome antico di Italia, che significa “terra dei vitelli”.

Sì, il progetto sta prendendo forma. L’obiettivo è colmare questa lacuna e far scoprire ai giovani le proprie radici. Nelle scuole abruzzesi e molisane, il mio romanzo è diventato un testo di riferimento per molti istituti, e si sta sviluppando anche un turismo scolastico che porta i ragazzi a visitare i luoghi narrati nel libro. È un progetto che porto avanti con passione, con la speranza che possa un giorno essere sostenuto dal Ministero della Cultura.
Il mio amore per il cavallo è nato tardi, a 26 anni, ma mi ha aperto un mondo. Attraverso i viaggi a cavallo ho scoperto e studiato i percorsi della transumanza, i grandi tratturi appenninici che vanno dall’Abruzzo alla Puglia. Tra i tanti viaggi, ho visitato ben 16 paesi, dalla Patagonia al Sudafrica, due luoghi mi sono rimasti nel cuore: la Cappadocia, con i suoi paesaggi straordinari, e il Lesotho, un vero e proprio pianeta verde, dove ho vissuto un’esperienza completamente diversa.

In questo momento sono capo autore e coordinatore per una programmazione di un anno interamente dedicata alla cultura Arbëreshë, in Calabria. È un progetto nato da un accordo tra la Presidenza del Consiglio dei ministri e la Rai per la tutela delle minoranze linguistiche. Stiamo lavorando alla realizzazione di 44 puntate televisive che andranno in onda su Rai 3 Calabria e 240 puntate radiofoniche per Rai 1 Calabria. È un impegno molto intenso, che mi sta dando la possibilità di scavare in una cultura locale ricchissima, supportato da autori e collaboratori di madrelingua. Sono davvero grato per la fiducia che mi è stata data in questa nuova avventura.
Il consiglio che darei a un giovane è lo stesso che ho dato ai miei figli: segui le tue passioni e i tuoi talenti. Io ho trasformato la mia vita in un’avventura proprio perché ho seguito le mie inclinazioni. È fondamentale avere una solida cultura letteraria, perché ti forma come persona e ti dà gli strumenti per esprimerti. Studiare i nostri classici è un privilegio che noi italiani non dovremmo sprecare, perché siamo sulle spalle di giganti e abbiamo un patrimonio straordinario alle spalle. Se hai la passione per scrivere, fallo, non rinunciarci.
