Performance della sazietà

Dal feticcio del piatto al Mukbang: l’abbondanza come unico spettacolo rimasto

SALUTE
Alice Zagari
Performance della sazietà

Dal feticcio del piatto al Mukbang: l’abbondanza come unico spettacolo rimasto

L’estetica del foodporn non è una celebrazione del gusto. È, nel senso più letterale, una performance di abbondanza. Il suo archetipo non è il piatto ben cucinato, ma il burger che sfida la gravità, la pizza straripante di condimenti, il vassoio che trabocca. L’atto di fotografare (e, sempre più spesso, di filmare il consumo) non serve a documentare un pasto, ma a esibire una capacità di spreco: la capacità di possedere, e quindi potenzialmente distruggere, più risorse di quante siano necessarie al sostentamento. È una forma moderna di potlatch, la distruzione rituale della ricchezza per affermare il proprio potere.

Il motore di questo fenomeno non è il desiderio gastronomico, ma la competizione sociale. In un’epoca definita dalla scarsità di attenzione e dalla precarietà economica, la vacua opulenza del cibo diventa un segnale di status crudo, quasi primordiale. L’atto di consumare in modo così esagerato non segnala necessariamente ricchezza economica, ma qualcosa di più viscerale: segnala un potere sul limite, sulla biologia, sulla restrizione che invece affligge gli altri.

Non è un caso che questa estetica sia esplosa parallelamente ai fenomeni delle food challenge e del Mukbang, l’atto di filmarsi mentre si ingeriscono quantità spropositate, spesso ingestibili, di cibo. Questi spettacoli non sono altro che la logica conclusione del foodporn: la ricerca della sazietà estrema come forma di intrattenimento e, simultaneamente, come atto di annullamento.

Il performer, il mukbanger, non sta godendo; sta compiendo un lavoro, un atto quasi masochistico di consumo totale per intrattenere un pubblico che, a sua volta, riceve un piacere vicario da questa esibizione di eccesso. Lo spettatore, spesso costretto alla restrizione (economica o dietetica), assiste a questa distruzione di risorse con un misto di fascino e repulsione. È la sublimazione della propria fame.

Ma il Mukbang ha un punto di non ritorno, un archetipo che ne svela l’orrore intrinseco: Nikocado Avocado. La sua parabola è la tesi perfetta del fenomeno. Nicholas Perry, questo il suo nome, inizia la sua carriera online come violinista vegano, magro, apparentemente “sano”. La sua transizione al Mukbang non è solo un cambio di dieta; è una metamorfosi del sé, una discesa volontaria nel grottesco performativo.

Per Perry, la performance consiste nel distruggersi per un pubblico pagante. Il suo “brand” è l’escalation della sua stessa rovina fisica e, si presume, emotiva. L’aumento di peso esponenziale, le sceneggiate melodrammatiche, i pianti, la rottura di suppellettili, l’uso di scooter motorizzati per muoversi: tutto è documentato. Il cibo non è più nemmeno il protagonista; il protagonista è il decadimento del performer. Il suo corpo è diventato il vero piatto, l’oggetto del consumo finale.

La parabola, tuttavia, non si è conclusa con il collasso, ma con un ennesimo, e forse più cinico, colpo di scena. Dopo anni di speculazioni sul suo stato di salute terminale, nel corso del 2024 Perry ha iniziato a disseminare indizi di un improvviso, drastico dimagrimento. L’atto finale di questa performance non è stato un video di scuse o un documentario sulla salute, ma un “disvelamento” controverso: immagini di un sé presumibilmente più magro, diffuse sui social.

Immediatamente, l’autenticità di questo dimagrimento è diventata essa stessa il contenuto. Il pubblico si è diviso: si tratta di intelligenza artificiale? Vecchie foto? Un’elaborata truffa per generare un nuovo ciclo di attenzioni? La genialità della sua performance risiede qui: dopo aver monetizzato la propria autodistruzione come “realtà”, Nikocado Avocado ha iniziato a monetizzare l’ambiguità della propria redenzione.

Questo sposta il baricentro del fenomeno. Non si tratta più di guardare un corpo che si distrugge, ma di partecipare a un gioco metanarrativo in cui la distinzione tra realtà e finzione è, volutamente, collassata. La performance non è più il “fatto” (il peso, la malattia), ma l’eterna speculazione su quel fatto. Il pubblico non consuma più solo il cibo (vicariamente), né solo il corpo (voyeuristicamente); ora consuma il mistero stesso, l’indecidibilità della sua storia.

E questa dinamica, dove l’autenticità collassa, è il punto di arrivo di una traiettoria iniziata con il foodporn più comune. Il foodporn è l’immagine pornografica per eccellenza: è il feticcio immobile, la promessa dell’atto di consumo totale. Già qui, il cibo ha smesso di essere cibo ed è diventato un’iperbole, un oggetto così esagerato da essere, in fondo, disgustoso nella sua non-commestibilità, nella sua funzione puramente visiva.

Il Mukbang è semplicemente la messa in scena esplicita di quell’atto. Se il foodporn statico è la fotografia, il Mukbang è il film. In questo sistema, i Mukbanger come Nikocado Avocado sono i divi indiscussi. Loro sono i performer che portano alle estreme conseguenze la promessa, e nel farlo, rendono esplicito il disgusto. Mostrano l’atto del consumo reale: si sbrodolano mangiando, parlano a bocca piena, rifiutano ogni etichetta sociale. Il cibo cessa di esistere come piacere e diventa materia di scena, carburante per l’autodistruzione, disgustoso nella sua finale, grottesca, onestà.