Stampanti, scanner, computer e tv, macchinette di distribuzione di bevande e alimenti, climatizzatori, autobus, treni e autovetture: tutto ciò di cui necessitiamo per recarci in ufficio e da lì lavorare è stato preso in esame nella ricerca condotta dalla Cornell University, nello Stato di New York, le cui conclusioni parlano chiaro: se lavorassimo da casa le emissioni di gas serra si ridurrebbero di oltre il 54%.
La ricerca, intitolata “Climate mitigation potentials of teleworking are sensitive to changes in lifestyle and workplace rather than ICT usage” e pubblicata dallo Pnas (Proceedings of the National Academy of Sciences of the United States of America), organo dell’Accademia nazionale delle scienze degli Stati Uniti d’America, ha dimostrato che, in particolare, che la quota maggiore di emissioni non deriverebbe tanto dai mezzi di trasporto utilizzati per recarsi sul posto di lavoro, che certamente hanno la loro parte, quanto dai consumi energetici necessari al funzionamento degli uffici.
Basti, su tutti, pensare agli impianti di climatizzazione che funzionano indipendentemente dal personale presente e devono condizionare l’aria di ambienti di dimensioni spesso molto ampie.
Questi edifici, spiegano inoltre i ricercatori della Cornell University, hanno una cosiddetta “impronta di carbonio“, ossia l’impatto ambientale che le emissioni hanno sui cambiamenti ambientali di origine antropica, che è già a priori piuttosto alta.

SMARTWORKING
La soluzione suggerita dalla ricerca sarebbe dunque quella di puntare su uffici più piccoli e condivisi, senza postazioni fisse, convertendo i metri quadri in eccesso in abitazioni come sta accadendo, per esempio, a San Francisco. Al contempo, naturalmente, andrebbero drasticamente ridotti gli spostamenti.
Tra gli ostacoli maggiori all’attuazione di simili soluzioni ci sarebbe però ancora il retaggio di una mentalità poco disponibile al cambiamento, per quanto necessario, e molte sono ancora le aziende che ritengono valido il “vecchio” modello lavorativo in presenza.
Non la pensano così alla Microsoft i cui ricercatori hanno preso parte alla ricerca della Cornell University proprio allo scopo di individuare gli strumenti e le infrastrutture digitali necessarie a supportare il lavoro agile..
In Italia, un caso scuola è quella della Ferrero che, anch’essa in controtendenza, ha deciso gradualmente di ampliare il ricorso allo smartworking offrendo al proprio personale una serie di opzioni a scelta: dai due giorni a settimana di lavoro agile alla possibilità di averne uno più un pacchetto di oltre 20 giornate da poter sfruttare anche tutte assieme.
La questione è pertanto ambientale e culturale insieme. Fermo restando, infatti, che il riscaldamento globale avanza inesorabilmente e che le emissioni vanno urgentemente ridotte, non può neanche essere ignorato che, passata l’emergenza pandemia, sono in molti tra i dipendenti aziendali richiamati in presenza, che non potendo più fruire dell’agilità di vita e della conciliazione dei tempi concesse dallo smartworking hanno deciso di lasciare il proprio posto di lavoro.
