Si chiama “plasticosi” ed è una nuova patologia che, nomen omen, sarebbe direttamente collegata all’inquinamento da plastica nel nostro pianeta. A farne direttamente le spese, stando ad uno studio condotto da un team di ricercatori del Museo di Storia Naturale di Londra e pubblicato sul Journal of Hazardous Materials, è stata, prima ad essere identificata, la berta piedicarcini (Ardenna carneipes), un grande uccello marino che vive nell’Oceano Pacifico sud occidentale, eletto come il più inquinato del mondo.
I ricercatori inglesi hanno infatti sottoposto a necroscopia un campione di 21 esemplari deceduti di berta piedicarnicini e in tutti è stata rinvenuta una fibrosi intestinale, ovvero un rimodellamento dell’anatomia dell’intestino dovuto all’infiammazione causata proprio dall’ingestione di plastica. Le berte infatti scambiano spesso per cibo i pezzi di plastica che galleggiano in mare nutrendosene e, purtroppo, nutrendone anche i loro piccoli, tanto che al 90% dei pulcini di berta è stata diagnosticata la stessa patologia e la crescita di quelli che sopravvivono è risultata comunque rallentata – peso minore e ali più piccole – rispetto a quella degli esemplari sani.
Gli indigeribili frammenti di plastica, a lungo andare, provocano infatti nello stomaco di questi uccelli ferite e ulcerazioni non guaribili. Una degenerazione particolarmente evidente nel proventricolo, il primo tratto dell’apparato digerente delle berte che, a forza di mangiar plastica, si indurisce perdendo la sua necessaria flessibilità. Non solo, facendo riferimento ai soli frammenti visibili ad occhio nudo, i ricercatori inglesi hanno evidenziato come ciascuno degli esemplari esaminati avesse ingerito una media compresa fra i 32 e i 53 pezzi di oggetti di plastica, con una massa media di 3-5 grammi circa.

Una quantità ingente che, considerata la spaventosa presenza di rifiuti plastici presenti in terra e in mare, lascia ragionevolmente supporre che la “plasticosi” stia, neanche troppo lentamente, mietendo vittime anche tra altre specie animali.
L’apparato digerente, inoltre, potrebbe essere solo il primo degli organi sotto attacco: gli stessi studiosi hanno infatti ipotizzato che la reiterata ingestione di plastica possa, col tempo, produrre effetti nocivi anche sull’apparato respiratorio e su altri organi vitali come i reni. Insomma, un vero e proprio allarme per la salute di tutti gli esseri viventi, umani compresi, se si considera che tracce di plastica sono state rilevate anche nei nostri polmoni, nelle nostre urine, nel nostro sangue e persino nella nostra placenta.
L’invasione “modello blob” della plastica e dei suoi frammenti – la micro e la nanoplastica – nel nostro pianeta avanza in maniera irrefrenabile, tanto che solo negli oceani si stima ve ne siano attualmente circa 150 milioni di tonnellate, cui ogni anno se ne aggiungono altri 5-13 milioni.
E se lo studio inglese sulle berte è il primo ad aver riconosciuto nell’apparato digerente di questi animali la patologia direttamente riferibile all’inquinamento da plastica, che esso stia producendo effetti deleteri sulla salute, l’economia e il clima è però noto ormai da tempo senza che, almeno ad oggi, si sia riusciti ad intervenire in maniera decisiva né per tentare una bonifica quanto meno dalle aree più preziose e vitali per il nostro ecosistema, né, tantomeno, per impedirne nuova produzione e consumo.
