Ogni cellula, sia essa vegetale, animale o batterica, possiede al suo interno un patrimonio genetico, il quale subisce delle modifiche ad ogni ciclo di duplicazione della cellula stessa. Le mutazioni sono eventi naturali e previsti – basti pensare all’enzima che, nella replicazione della molecola di DNA, ha il ruolo di individuare gli errori per impedirne la formazione – e, da quando ne siamo a conoscenza, abbiamo cercato di sfruttare la cosa a nostro vantaggio: non abbiamo selezionato artificialmente solo organismi vegetali, in modo che avessero le caratteristiche da noi desiderate, ma anche gli animali non umani.
Grazie alla comprensione dei meccanismi biologici naturali, oggi con le biotecnologie siamo in grado di guidare, secondo le nostre necessità, l’insorgere di caratteri specifici senza lasciare niente al caso. Si tratta, nel pratico, di trasferire dei geni all’interno di un organismo.
Il processo di trasferimento genico
Nelle piante, così come negli animali, troviamo anche un corredo genetico di origine batterica – risalente al momento in cui è stata inglobata una cellula procariote all’interno di una eucariote –, organizzato in strutture circolari e contenuto negli organelli deputati alla produzione di energia della cellula, la cui composizione è facilmente influenzabile. Modificare questo corredo genetico, detto plasmide, tramite l’inserimento di ulteriori strutture circolari è una delle tecniche usate dall’ingegneria genetica, ispirata dal meccanismo naturale di infezione dell’Agrobacterium tumefaciens, un batterio che induce l’insorgenza di tumori nelle piante tramite l’inserimento di un segmento di DNA derivante da un suo particolare plasmide nel DNA della pianta stessa.
Pensiamo ora di prendere il plasmide, svuotarlo dei geni che causano la malattia, riempirlo con altri ritenuti utili – resistenza alle intemperie, ai parassiti, che diano una resa maggiore – e lasciare che il nostro bersaglio vegetale venga infettato. È più o meno così che Norfolk Plant Sciences e Light Bio hanno sviluppato e messo in commercio, rispettivamente, i semi di pomodori viola e la petunia bioluminescente, anche se è da sottolineare che la loro coltivazione in Europa e nel Regno Unito non è consentita.
Per quanto riguarda il primo prodotto della bioingegneria, il pomodoro viola è stato ottenuto grazie all’inserimento di due geni che provengono da un altro organismo vegetale, i fiori di bocca di leone, che conferiscono il colore violaceo. Tale pigmentazione è dovuta alla presenza di antociani, delle sostanze antiossidanti con comprovate proprietà benefiche per l’organismo – gli antiossidanti hanno la capacità di distruggere i famosi “radicali liberi” che essendo carichi di energia sono in grado di distruggere le cellule – che possiamo trovare anche nei mirtilli o nelle melanzane ed importantissimi nella dieta.

La petunia bioluminescente, invece, è considerabile una vera pianta transgenica dato che il gruppo di geni che ne conferisce la luminescenza non sono di origine vegetale, bensì presi in prestito dal fungo Neonothopanus nambi: l’acido caffeico, presente anche nel caffè, viene metabolizzato nella sostanza che emette la luce, detta “luciferina”, che illuminerà ancora di più una pianta in salute. È chiaramente un miglioramento estetico, un tentativo di unire la biologia e la scienza con l’arte, forse per smettere di demonizzare una tecnologia potenzialmente molto utile quando si tratta di specie non invasive e addirittura domestiche, che non andrebbero ad intaccare l’equilibrio degli ecosistemi. Non sarà una soluzione definitiva allo spreco di energia elettrica, sicuramente, ma sarebbe un fattore da riconsiderare: avendo a disposizione dei vegetali luminosi nelle nostre ore di buio accenderemo ugualmente l’abat-jour?

