L’intelligenza artificiale non sta solo cambiando il modo in cui cerchiamo informazioni: sta modificando il modo in cui il nostro cervello le elabora. La potenza dei nuovi sistemi generativi, capaci di produrre immagini, voci e contenuti indistinguibili dal reale, introduce una sfida che non è solo tecnologica ma profondamente cognitiva. Perché anche quando un deepfake viene smontato o una fake news viene smentita, nella mente di chi l’ha vista resta spesso un’ombra di dubbio. È un meccanismo noto alle neuroscienze: ciò che il cervello percepisce per primo tende a sedimentarsi più in profondità della correzione successiva.
L’AI amplifica questo fenomeno. La velocità con cui i contenuti circolano, la loro apparente autorevolezza e la capacità di imitare perfettamente il linguaggio umano creano un ambiente informativo in cui la distinzione tra vero e falso diventa più fragile. Ne abbiamo parlato con il professor Guglielmo Sorci, Ordinario di Anatomia Umana all’Universiatà degli Studi di Perugia dell’Unipg, che sarà uno dei protagonisti degli eventi della decima edizione della “Settimana del Cervello” (16/20mrzo) dell’Umbria.
“Il nostro cervello ha delle proprietà molto particolari che lo rendono unico sotto diversi punti di vista, e si è soliti paragonare il cervello a un computer particolarmente performante. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, però, la complessa rete neuronale che è alla base delle attività cerebrali non funziona come un hard disk, in grado di cancellare e sovrascrivere dati, ma piuttosto come un sistema che stratifica le informazioni. Ogni volta che un’informazione entra, anche se falsa, lascia una traccia, più o meno marcata a seconda del carico emotivo associato all’informazione stessa. Anche la permanenza a livello di memoria dipende dal carico emotivo dell’informazione, che può essere intrinsecamente associato a questa o attribuito dalla persona che la riceve sulla base del proprio vissuto. In queste connessioni sono coinvolti centri nervosi come l’amigdala e l’ippocampo, che hanno un grande ruolo nella modulazione delle emozioni e nella creazione della memoria. Una volta che un’informazione è stata incisa più o meno marcatamente nella nostra rete neuronale, è difficile da rimuovere completamente anche perché, nel frattempo, e sempre in dipendenza del contenuto emotivo, avrà dato luogo a una serie di considerazioni, speculazioni e deduzioni che avranno generato ulteriori tracce tra loro collegate. Il risultato è che continuiamo inconsciamente a usare quell’informazione per interpretare la realtà, anche se abbiamo ricevuto successive informazioni che hanno dimostrato che è falsa”.
“I deepfake sono contenuti audio, visivi o audiovisivi creati o manipolati artificialmente in modo da sembrare reali, pur rappresentando qualcosa che non è mai accaduto o che è stato alterato. Esistono diversi studi sperimentali che mostrano come i deepfake possano indurre false memorie e influenzare le proprie convinzioni, soprattutto quando sono vividi, emotivamente coinvolgenti o ripetuti. I falsi contenuti generati dall’intelligenza artificiale hanno appunto queste caratteristiche, e vengono ripetuti più e più volte perché diffusi in maniera virale attraverso i social media. È interessante il fatto che i deepfake aumentano anche la probabilità di falsi ricordi; esperimenti controllati hanno mostrato che video remake di film inesistenti possono far sorgere false memorie in una frazione significativa di soggetti, che arriva a dichiarare di ricordare il film originale (inesistente) dopo aver visto il deepfake. Riguardo all’effetto della smentita, in letteratura è descritto il fenomeno del “continued influence effect”, per cui una volta che un’informazione falsa è stata integrata, la smentita non sempre ne elimina l’effetto sulla memoria e sul ragionamento. L’informazione falsa può, quindi, persistere anche dopo la correzione. Tutto ciò impone una profonda riflessione su quale sia la “verità vera” e su come questa possa essere alterata, soprattutto in certi contesti, come nella propaganda politica o nelle testimonianze processuali, soprattutto quando le testimonianze sono raccolte dopo molto tempo dal fatto accaduto e il fatto accaduto è stato oggetto di ripetute attenzioni da parte dei media”.

