Ai confini tra fantascienza e realtà assistiamo ormai a un fiorire di meraviglie che stupiscono sempre meno nel senso che ci inducono ad abbassare la quota di scetticismo che è in noi perché abituati al fatto che prima o poi succederà. Come nel campo della robotica in viaggio non solo nel pianeta dell’intelligenza artificiale ma in quello umanoide. Una delle ultime frontiere da varcare viene da quanto sta accadendo a Pietra Ligure, nell’’Unità Spinale dell’ospedale Santa Corana, fondata nel 1999, struttura di alta specialità, espressamente destinata all’assistenza delle persone con lesione midollare di origine traumatica e non, nonché Centro Regionale di Riferimento della Mielolesione e anche elemento costituente del Trauma Center.
Partiamo dal fatto che è una consapevolezza acquisita e in parte anche già realtà che i robot possono aiutare in molti modi le persone ricoverate: possono incoraggiare i pazienti a fare gli esercizi, possono aiutarli a muovere e posizionare correttamente oggetti di uso quotidiano nella stanza di degenza, possono rendere facile l’accesso a televisione, a internet e alla comunicazione remota con i familiari e con amici.
Oltre questo aspetto limitato all’assistenza in questo caso soprattutto di coloro che sono costretti a trascorrere, immobilizzati a letto, lunghi periodi, settimane e mesi, ora si vuole fare un altro passo avanti: sviluppare e testare robot anche in grado di tenere compagnia con conversazioni ma non generiche bensì che rispondano agli interessi personali di ciascun paziente.
“Un’idea e una esigenza queste che sono diventati progetto che – annuncia e spiega Antonino Massone, direttore dell’Unità Spinale dell’ospedale Santa Corona di Pietra Ligure – vuole imprimere, in collaborazione con l’Università di Genova, una svolta epocale all’impiego dei robot in corsia per l’assistenza alle persone con lesioni midollari”.

L’Unità Spinale diventerà il laboratorio dove i ricercatori multidisciplinari dell’Università di Genova imposteranno, elaboreranno e sperimenteranno, insieme al personale medico e sanitario altamente specializzato e insieme ai pazienti una nuova generazione di robot.
Robot che dovranno avere sì la capacità di assistenza, ma anche – ed è questa la caratteristica di maggior pregio – di essere in grado di intrattenere con il paziente, al quale saranno dedicati, non solo un dialogo ma – si precisa – un dialogo approfondito che tenga conto cioè sia delle specificità di quel singolo paziente sia del contesto socio-culturale e dell’ambiente dal quale proviene e nel quale è vissuto e vive.
Ogni azione dovrà essere eseguita dai robot con attenzione ai costumi, alle pratiche culturali e alle preferenze individuali. E, lo si capisce, che è proprio questa capacità di interagire con il paziente – persona in un momento delicato e di difficoltà da superare – che qualifica i robot sempre più “umanoidi”, chiamati ad andare ben oltre l’assistenza programmata, automatica, di comportamenti standard nei confronti di coloro che, come nell’Unità spinale, sono costretti a trascorrere a letto lunghi periodi di degenza.
Non solo. Si pensa che dopo la corsia, trattandosi di un dialogo sempre più approfondito e di una conoscenza fortemente personalizzata, il rapporto possa poi proseguire anche a domicilio.
A questi risultati mira il progetto “robot umanoidi” al quale collaborano, come detto, l’Unità Spinale dell’ospedale Santa Corona e il Dipartimento di Informatica, Bioingegneria, Robotica e Ingegneria dei Sistemi (Dibris) dell’Università di Genova. Si tratta di un progetto basato su robot umanoidi come Nao e Pepper, di cui il Dibris dell’Università di Genova svilupperà l’intelligenza artificiale, coordinato dalla professoressa Maura Casadio.
“Certo, sappiamo che, allo stato, gli assistenti vocali in commercio – spiega Antonio Sgorbissa, professore di robotica all’Università di Genova – hanno ancora una capacità di conversazione molto limitata e non sono in grado di interagire fisicamente con le persone: noi stiamo cercando di superare questi limiti”. E non si parte ovviamente da zero. La ricerca si basa sui risultati del progetto europeo Caresses, guidato dallo stesso Antonio Sgorbissa e dal suo team, un intervento multidisciplinare il cui obiettivo è stato quello di sviluppare il primo robot di assistenza agli anziani in grado di adattarsi all’ambito culturale e sociale della persona.
Incoraggiante risulta in particolare il caso di Caresses per i robot sono stati perfezionati per la conversazione con anziani del Regno Unito, di Francia e di Giappone in maniera che, nelle risposte, tenessero conto appunto dei diversi vincoli culturali e sociali.
Partendo da queste basi nel laboratorio tra Dibris e Unità Spinale, saranno medici, terapisti, infermieri, psicologi bioingegneri e ingegneri robotici a collaborare con le persone vittime di lesioni al midollo spinale per costruire, insieme, una nuova generazione di robot in grado di fornire un’assistenza personalizzata, che tenga conto sia delle diverse abilità fisiche e cognitive degli individui con cui interagiscono sia delle loro specifiche preferenze legate, ad esempio, a età, sesso e cultura.
