Sanità: fake news spaventano più della carenza di medici

Le fragilità del nostro sistema sanitario fino al 2035: l’Italia teme soprattutto l’impreparazione alle emergenze globali e la disinformazione

APPROFONDIMENTO
Federico Di Bello
Sanità: fake news spaventano più della carenza di medici

Le fragilità del nostro sistema sanitario fino al 2035: l’Italia teme soprattutto l’impreparazione alle emergenze globali e la disinformazione

C’è un’Italia che guarda al futuro della propria sanità con un mix di relativa tranquillità sul breve periodo e crescente allarme sul lungo termine. E che, rispetto ai suoi vicini europei, teme minacce diverse, spesso meno tangibili ma non per questo meno pericolose. A raccontarla è un ampio rapporto prospettico realizzato da Relyens — gruppo mutualistico europeo specializzato in assicurazione e gestione dei rischi in sanità — presentato in occasione del suo decennale italiano. La ricerca, affidata a Ipsos, ha coinvolto 924 dirigenti e professionisti della salute di quattro Paesi: Italia, Francia, Germania e Spagna.

Il dato più sorprendente riguarda le priorità percepite. In Italia, i due rischi in cima alla lista delle preoccupazioni sono la preparazione alle pandemie e alle minacce sanitarie emergenti (67% degli intervistati) e la disinformazione, insieme alla sfiducia dell’opinione pubblica (ancora 67%). Percentuali ben più alte rispetto alla media europea, ferma rispettivamente al 55% e al 49%. Nel resto d’Europa, invece, il problema numero uno è la carenza di personale sanitario, segnalata dal 72% del campione continentale, mentre in Italia questo rischio scende addirittura al quinto posto, con il 56%.

Non si tratta di una sottovalutazione: il nostro Paese si considera semplicemente meno vulnerabile su questo fronte rispetto alla media Ue, con uno scarto di ben nove punti percentuali (42% contro 51%). Una percezione probabilmente influenzata dal diverso assetto del sistema sanitario nazionale, ma che non deve far abbassare la guardia, avvertono gli esperti. È invece nella gestione delle pandemie che l’Italia si sente più esposta e impreparata: lo dichiara il 42% degli intervistati italiani, mentre nel resto d’Europa il tema non entra nemmeno nella top ten dei rischi prioritari. Una sensibilità acuita, quasi certamente, dall’esperienza vissuta con il Covid-19 e dalla consapevolezza che il nostro Paese, per posizione geografica e densità demografica, è storicamente più esposto ai fenomeni di diffusione epidemica.

Parallelamente, l’invecchiamento della popolazione preoccupa il 68% del campione italiano — il rischio più avvertito in assoluto — seguito dalla carenza di personale (63%) e dalle diseguaglianze nell’accesso all’assistenza sanitaria (61%), che in Italia rientrano tra le prime tre emergenze percepite. Un dato che riflette le persistenti differenze tra Nord e Sud del Paese, tra aree urbane e zone interne, tra chi può permettersi cure private e chi dipende interamente dal pubblico. Gli errori medici e i rischi legati alla sicurezza del paziente preoccupano il 59% degli italiani, contro il 56% europeo, piazzandosi al terzo posto nella classifica nazionale.

Quanto all’aumento dei costi sanitari — tema caldissimo in Francia, Germania e Spagna — in Italia non rientra tra le prime tre emergenze, pur essendo percepito come il principale fattore di impreparazione: il 43% degli intervistati ammette di non sentirsi attrezzato per affrontarlo. Una contraddizione apparente che rivela come il problema venga riconosciuto, ma ancora non tradotto in priorità strategica. Sul fronte migrazioni, infine, l’Italia mostra una serenità maggiore rispetto ai partner europei: solo il 35% del campione italiano teme l’impatto dei flussi migratori sui sistemi sanitari, contro il 44% della media Ue — segno di una maggiore abitudine a gestire questa variabile.

Il quadro complessivo che emerge è quello di un Paese che guarda ai prossimi cinque anni con relativa fiducia (solo l’11% si dice allarmato sul breve termine, contro il 25% europeo), ma che nutre preoccupazioni crescenti sull’orizzonte decennale, con il 31% che teme per la salute del Servizio sanitario nazionale a dieci anni (contro il 37% europeo). Una distanza ancora contenuta, ma che rischia di assottigliarsi se non si interviene strutturalmente.

A fare sintesi è stato Dominique Godet, direttore generale di Relyens, che ha sottolineato come la gestione del rischio debba diventare una vera leva di resilienza operativa, non una semplice copertura assicurativa. Sulla stessa linea Guido Bertolaso, assessore al Welfare della Regione Lombardia, che ha invocato una riorganizzazione profonda del SSN, puntando sull’integrazione tra territorio e strutture ospedaliere e sull’adozione più rapida delle nuove tecnologie. Fabrizio d’Alba, presidente di Federsanità, ha invece messo in guardia sul ruolo della disinformazione: un nemico invisibile che erode la fiducia dei cittadini, compromette l’adesione ai programmi di prevenzione e altera la percezione collettiva dei rischi reali. Combatterlo, ha sottolineato, è prima di tutto una sfida culturale.