Nelle scorse settimane, il Consiglio Regionale della Puglia ha approvato una mozione per abbattere le liste di attesa per le prestazioni sanitarie e per consentire agli assistiti di poter usufruire di un ampliamento dell’offerta delle prestazioni sanitarie, comprese quelle strumentali e di diagnostica per immagini, incrementando l’orario delle prestazioni ambulatoriali nei giorni festivi, nella fascia oraria pomeridiana dei giorni prefestivi e nella fascia oraria serale dei giorni feriali dalle 20.00 alle 24.00. La ASL 5 di Roma, invece, ha deliberato un “numero di prestazioni per ora”, da un minimo di una a un massimo di 4, per ogni settore specialistico, andando a fissare nuovi intervalli di prenotazione tra un appuntamento e l’altro, da un minimo di 15 a un massimo di 60 minuti.
Solo due esempi di iniziative che testimoniano l’affanno in cui versa la sanità pubblica, documentato dai dati diffusi da AGENAS, l’Agenzia per i Servizi Sanitari Regionali, sui tempi di attesa degli interventi chirurgici e le attività di specialistica ambulatoriale e la mobilità sanitaria interregionale.
Sui tempi d’attesa, l’analisi dell’area dedicata ai tumori maligni, per il periodo 2019-2021, indica come la pandemia da COVID-19 abbia ancora degli effetti sui volumi, sebbene si riscontrino dei miglioramenti nella garanzia di ricevere gli interventi nella classe di maggiore urgenza – Classe A – da effettuarsi entro 30 giorni. Il primo dato che emerge è che tra il 2019 e il 2021 ben 10 regioni su 21 abbiano peggiorato le loro performance sui tempi di attesa per quanto riguarda i tumori maligni. La peggiore performance è stata la Pa di Trento, che ha registrato un calo del 25,4%. A seguire l’Emilia Romagna con -14,1% e il Piemonte con il -10,7%. Migliorato invece del 19,3% il rispetto dei tempi di attesa in Valle d’Aosta. Bene anche l’Abruzzo (+14,5%) e la Toscana (+13,4%).
Sempre sui tempi di attesa il portale di AGENAS contiene anche i dati delle singole regioni sul rispetto dei tempi di attesa per gli interventi di classe di priorità A (30 giorni) per l’area cardiologica e per i tumori maligni mettendo anche a confronto il pubblico con il privato accreditato. In nessuna regione italiana si registra il rispetto al 100% dei tempi di attesa. Nel corso del 2021 il valore dell’attività osservata sulla mobilità sanitaria è di quasi 2,5 miliardi di euro – in aumento rispetto al 2020 – e al di sotto dei valori degli anni 2017, 2018 e 2019.
Sono 14 le Regioni che hanno saldi negativi. Fanalini di coda sono la Campania, che nel 2021 registra un saldo negativo di 185,7 mln. A seguire la Calabria (-159,5 mln), la Sicilia (-109,6 mln), la Puglia (-87,6 mln), la Liguria (-60,7 mln), l’Abruzzo (-49,5 mln), la Basilicata (-40,3 mln), la Sardegna (-34,4 mln), le Marche (-21,1 mln), l’Umbria (-9,8 mln), la Valle d’Aosta (-7,1 mln), il Friuli Venezia Giulia (-6,8 mln), la Pa di Bolzano (-4,3 mln) e la Pa di Trento (-0,03 mln). In attivo a guadagnarci di più dalla mobilità è nel 2021 l’Emilia Romagna, che supera la Lombardia con un saldo attivo di 293,9 mln. La Lombardia segue con un +274,9 mln. In attivo anche il Veneto (+102 mln), la Toscana (+38,1 mln), il Lazio (+34,2 mln), il Piemonte (24,8 mln) e il Molise (+8,7 mln).
Un numero rilevante è quello d’appropriatezza delle cure fuori regione, rispetto alla quale AGENAS stima che 800 mln sui 2,5 mld di giro d’affari riguardano prestazioni per cui non sarebbe occorso recarsi fuori dalla propria regione.
Dal 5° Rapporto sul Servizio Sanitario Regionale redatto dalla Fondazione GIMBE, si evince che patologie e fattori ambientali che condizionavano lo stato di salute del SSN nell’era pre-COVID sono rimasti sostanzialmente irrisolti, fatta eccezione per il netto rilancio del finanziamento pubblico. Nel 2021 – rileva GIMBE – la spesa sanitaria totale in Italia è sostanzialmente pari alla media OCSE in termini di percentuale di PIL (9,5% vs 9,6%), ma inferiore come spesa pro-capite ($4.038 vs $ 4.435). Soprattutto, la spesa pubblica pro-capite è al di sotto della media OCSE ($ 3.052 vs $ 3.488) e in Europa l’Italia si colloca al 16° posto. Sui Livelli Essenziali di Assistenza (LEA), il Rapporto sottolinea che: non si è mai concretizzato il loro aggiornamento continuo per mantenere allineate le prestazioni all’evoluzione delle conoscenze scientifiche; le nuove prestazioni di specialistica ambulatoriale e protesica non sono esigibili su tutto il territorio nazionale perché il cd.
“Decreto Tariffe” non è mai stato approvato per carenza di risorse economiche; il Nuovo Sistema di Garanzia, la nuova “pagella” con cui lo Stato darà i “voti” alle Regioni, non è uno specchio fedele per valutare la qualità dell’assistenza. È necessario, secondo GIMBE, tra l’altro: garantire l’uniforme esigibilità dei LEA in tutto il territorio nazionale, il loro aggiornamento continuo e rigoroso monitoraggio, al fine di ridurre le diseguaglianze e rendere rapidamente accessibili le innovazioni; rafforzare le capacità di indirizzo e verifica dello Stato sulle Regioni, nel rispetto delle loro autonomie, per ridurre diseguaglianze, iniquità e sprechi; rilanciare il finanziamento pubblico per la sanità in maniera consistente e stabile, al fine di allinearlo alla media dei paesi europei. programmare l’offerta di servizi sanitari in relazione ai bisogni di salute della popolazione e renderla disponibile tramite reti integrate che condividono percorsi assistenziali, tecnologie e risorse umane, al fine di superare la dicotomia ospedale-territorio e quella tra assistenza sanitaria e sociale; rilanciare le politiche sul capitale umano in sanità: investire sul personale sanitario, programmare adeguatamente il fabbisogno di medici, specialisti e altri professionisti sanitari, riformare i processi di formazione e valutazione delle competenze; ridurre gli sprechi e le inefficienze che si annidano a livello politico, organizzativo e professionale, al fine di reinvestire le risorse recuperate in servizi essenziali e vere innovazioni, aumentando il value della spesa sanitaria; disciplinare l’integrazione pubblico-privato secondo i reali bisogni di salute della popolazione e regolamentare la libera professione per evitare diseguaglianze e iniquità di accesso; avviare un riordino legislativo della sanità integrativa al fine di arginare fenomeni di privatizzazione, aumento delle diseguaglianze, derive consumistiche ed erosione di risorse pubbliche; rimodulare ticket e detrazioni fiscali per le spese sanitarie; diffondere la cultura digitale e promuovere le competenze tecniche tra professionisti sanitari e cittadini; potenziare l’informazione istituzionale basata sulle migliori evidenze scientifiche, al fine di promuovere sani stili di vita, ridurre il consumismo sanitario, aumentare l’alfabetizzazione sanitaria della popolazione, contrastare le fake news e favorire decisioni informate sulla salute; destinare alla ricerca clinica indipendente e alla ricerca sui servizi sanitari un importo pari ad almeno il 2% del fabbisogno sanitario nazionale standard, al fine di produrre evidenze scientifiche per informare scelte e investimenti del SSN.
A questo quadro si aggiunge la situazione drammatica di carenza del personale sanitario, medici e infermieri. Il Report recente di Cittadinanzattiva – che parla di “desertificazione sanitaria” – dimostra che il sovraffollamento negli studi dei medici di medicina generale e dei pediatri riguarda soprattutto il Nord, mentre la carenza di ginecologici ospedalieri colpisce, oltre Caltanissetta (dove c’è un ginecologo ospedaliero ogni 40.565 donne), anche Macerata, Viterbo, La Spezia e tre province della Calabria (Reggio Calabria, Vibo Valentia e Cosenza). Nel dettaglio: Asti e provincia contano meno pediatri per numero di bambini (ogni professionista segue 1.813 bambini fra gli 0 e i 15 anni, la media nazionale è di 1/1.061 e la normativa prevede un pediatra per 800 bambini); nella provincia di Bolzano ogni medico di medicina generale segue in media 1.539 cittadini dai 15 anni in su (la media nazionale è di un medico ogni 1.245 pazienti, sebbene la normativa fissi tale rapporto a 1/1.500); a Caltanissetta e provincia c’è un ginecologo ospedaliero ogni 40.565 donne (la media italiana è di 1/4.132); il miglior dato si registra a Roma, con un rapporto di 1/2.292. Considerando invece i cardiologi ospedalieri, la situazione nella Provincia autonoma di Bolzano è 71 volte peggiore rispetto a chi vive in provincia di Pisa. In merito ai farmacisti ospedalieri, invece, il rapporto peggiore si segnala nella provincia di Reggio Emilia, dove c’è un professionista ogni 264.805 abitanti (la media è di 1/26.182), il dato migliore arriva dalla provincia di Forlì-Cesena con 1/9.982.
Tenendo presente le 39 province dove gli squilibri tra il numero di professionisti e cittadini sono più marcati, primeggiano Lombardia (Bergamo, Brescia, Como, Lecco, Lodi, Milano) e Piemonte (Alessandria, Asti, Cuneo, Novara, Torino, Vercelli) con sei province, seguite dal Friuli Venezia Giulia (Gorizia, Pordenone, Udine, Trieste) e dalla Calabria (Cosenza, Crotone, Reggio Calabria, Vibo Valentia) con quattro province. Poi Veneto (Treviso, Venezia, Verona), Liguria (Imperia, La Spezia, Savona) ed Emilia Romagna (Parma, Piacenza, Reggio Emilia), con tre province a testa, Trentino Alto Adige (entrambe le province autonome di Bolzano e Trento) e Lazio (Latina e Viterbo) con due.
