In principio era la foto della cena di classe su Facebook. Poi sono arrivati i video tutorial e le scenette comiche su YouTube, e ora non si possono aprire i social – che siano Instagram, TikTok o YouTube – senza trovarsi sommersi da video di divulgazione scientifica, in particolare sul tema dell’ alimentazione.
Ma la divulgazione scientifica a portata di social non è tutta uguale. Da un lato, figure come Dario Bressanini – chimico, docente universitario, autore e divulgatore – portano avanti un modello di comunicazione fondato su rigore scientifico, approfondimento e una certa lentezza necessaria alla complessità. Dall’altro, assistiamo all’emergere di una nuova categoria di divulgatori: quelli che potremmo definire divulgatori pop.
Il caso di Bressanini è emblematico per comprendere un approccio “classico” alla divulgazione sui social. Il suo lavoro è strutturato, basato su evidenze scientifiche, e si sviluppa spesso in formato lungo (anche su tik tok!): articoli, video di approfondimento, libri e conferenze. Il suo pubblico, verosimilmente, è già in parte alfabetizzato scientificamente, o quantomeno motivato a comprendere la complessità. Non c’è sensazionalismo, non c’è storytelling emotivo: la scienza, dati alla mano, è autosufficiente.

A fronte di questo modello, negli ultimi anni è esploso un nuovo ecosistema di divulgazione, spesso affidato a figure giovani, non necessariamente con una formazione accademica solida, ma con un’elevatissima competenza comunicativa. Un divulgatore che potremmo immaginare come un utente esperto di Instagram o TikTok, propone contenuti rapidi, immediati, confezionati con i codici visivi e retorici tipici dei social: musica di tendenza, montaggi veloci, linguaggio colloquiale, massima attenzione all’engagement.
Qui la scienza diventa contenuto. E come ogni contenuto, viene ottimizzata per la piattaforma. Spesso l’obiettivo è catturare attenzione più che approfondire, generare riconoscimento emotivo più che sviluppare ragionamento critico. Si parla di alimentazione, sostenibilità, psicologia, fitness, salute mentale. Secondo il Rapporto Censis 2025, l’uso dei social network è in continua crescita, passando dall’82% all’85,3% della popolazione italiana. TikTok, in particolare, si conferma tra le piattaforme più utilizzate dai giovani sotto i 30 anni, e viene indicato come fonte frequente di “informazione utile e leggera”.
Ma il punto non è demonizzare questo tipo di divulgazione. Anzi, i dati raccontano che funziona. Uno studio pubblicato su PNAS Nexus nel 2024 ha mostrato che i post sui social media contenenti numeri o visualizzazioni quantitative (come grafici o percentuali) vengono condivisi significativamente più spesso rispetto a quelli solo testuali, a dimostrazione di come la forma possa incidere sulla diffusione, anche quando si parla di scienza.

Quello che emerge, quindi, è una tensione strutturale tra due modelli: da un lato il divulgatore esperto (alla Bressanini), che tutela la complessità e si affida alla competenza scientifica; dall’altro il divulgatore influencer, che privilegia l’accessibilità e la connessione immediata con il pubblico. Uno punta alla formazione, l’altro all’attrazione. E sebbene il primo rischi di parlare ai “già convinti”, il secondo corre il pericolo di banalizzare – o peggio, distorcere – il messaggio scientifico pur di rimanere nel feed.
Il rischio è che la scientificità venga percepita non come un metodo, ma come un insieme di nozioni da mandare a memoria – e magari dimenticare nel tempo di uno scroll. Ma forse proprio in questa contraddizione può nascere una nuova forma di divulgazione: ibrida, consapevole, capace di bilanciare linguaggi e formati. Forse servono entrambi i modelli, ma serve soprattutto un pubblico educato a riconoscerli. Perché se oggi basta un cellulare per parlare di scienza, serve ancora molta scienza per imparare a parlarne davvero.
