Termovalorizzatori, soluzione energetica o rischio ambientale?

L’esperto Giancarlo Marchetti, già direttore tecnico di Arpa, esamina la situazione nell’area umbra. Cosa farne dei rifiuti.

AMBIENTE
Donatella Miliani
Termovalorizzatori, soluzione energetica o rischio ambientale?

L’esperto Giancarlo Marchetti, già direttore tecnico di Arpa, esamina la situazione nell’area umbra. Cosa farne dei rifiuti.

Lo smaltimento dei rifiuti rappresenta uno dei problemi più complessi e cruciali del nostro tempo. In ogni parte del mondo, anche la dove la raccolta differenziata funziona benissimo, resta comunque una quota residua da gestire. In che modo? Questa la vera sfida per le amministrazioni che, nel nostro Paese, oltre a fare i conti con le normative (l'Ue ha fissato paletti che impongono entro il 2035 il conferimento in discarica solo del 10% dei rifiuti urbani), saranno costrette a trovare soluzioni alternative per la quota eccedente. Scelte non facili per le ricadute su territori e cittadini. Tra le possibili vie da percorrere, il termovalorizzatore emerge come una delle tecnologie più discusse. Ma quali sono i pro e i contro di questo metodo?

“Intanto – spiega Giancarlo Marchetti già direttore tecnico di Arpa Umbria prima e direttore generale di Arpa Marche poi e anche primo presidente dell’Osservatorio Regionale sui Rifiuti della Regione Umbria -, va sottolineato che il termovalorizzatore non è un sistema di smaltimento-rifiuti ma, secondo la gerarchia dei rifiuti, viene considerato come un sistema di recupero energetico dei rifiuti. Si tratta di impianti che ricavano, con la combustione dei rifiuti, energia e, in alcuni casi, acqua calda che va ad alimentare il teleriscaldamento delle abitazioni”.

E l'Umbria ne ha uno in funzione nel Ternano che utilizza solo rifiuti speciali provenienti da cartiere toscane e non rifiuti urbani. E inoltre, sempre in tema di recupero energetico in questa regione è in atto anche l’utilizzo di CSS (combustibile solido secondario da rifiuti) nei forni delle cementerie.

“Sì, gli impianti di Gubbio li usano come combustibile per la produzione di cemento. La normativa di riferimento consente che il processo di produzione del cemento possa utilizzare il CSS come combustibile. Le ceneri in questo caso vengono inglobate all’interno del clinker. Peraltro il CSS utilizzato proviene da fuori regione e si somma al pet coke, derivato petrolifero, utilizzato come principale combustibile.”

In pratica quindi si elimina tutto. Il termovalorizzatore invece produce ceneri?

“Sì, la termovalorizzazione dei rifiuti produce energia elettrica e termica ma alla fine del processo lascia delle ceneri residue che devono essere poi gestite come rifiuti”.

Che potrebbero però, oltre che essere bruciate nei forni delle cementerie anche essere magari recuperate nella realizzazione di asfalto per le strade. Ambito in cui recentemente l'Umbria ha effettuato significative sperimentazioni. Ma torniamo ai rifiuti. Qualche dato?

“In Umbria produciamo oltre 400mila tonnellate di rifiuti con una raccolta differenziata in crescita e di circa il 70%. Secondo il vecchio piano rifiuti una quota di circa 50 mila tonnellate dell’indifferenziato potrebbe essere trattata come combustibile (CSS) mentre il rimanente rifiuto secco residuo invece andrebbe gestito nel segno della termovalorizzazione con vari possibili soluzioni tra cui ad esempio la pirolisi o la gassificazione, la quale ottiene come prodotto finale un gas combustibile (syngas)” .

Ma si potrebbe aumentare la raccolta differenziata e se sì con quali costi?

“Allora, aumentare la differenziata comporta di sicuro un aumento dei costi della raccolta ma diciamo che può produrre, d’altro canto, una diminuzione dei costi di smaltimento. Bisognerebbe valutare quale sia la via migliore da percorrere con i dati reali alla mano che variano in funzione di più fattori soprattutto legati sia alle modalità di raccolta (porta a porta, cassonetti condominiali, cassonetti di prossimità etc) che alla conformazione territoriale e urbanistica delle varie aree di produzione rifiuti urbani. In generale comunque in Italia dove c’è più raccolta differenziata è più basso il costo della tariffa che dipende però necessariamente anche dalla tipologia degli impianti disponibili e della loro collocazione territoriale. Non dimentichiamo che il trasporto tra luogo di produzione e luogo di trattamento incide notevolmente nella tariffa al cittadino”.

E' vero che il Termovalorizzatore aiuta anche a evitare l'emissione di metano, gas serra temutissimo, nell'ambiente?

“Diciamo che, se si lasciano i rifiuti organici in discarica senza alcun trattamento questi producono metano (CH4) un gas serra 28 volte più potente della CO2, in termini di effetto serra. Bruciare i rifiuti invece di lasciarli decomporre riduce questa emissione”.

Ma in generale il termovalorizzatore è davvero la soluzione migliore?

“Se confrontato con le discariche è una soluzione migliore dal punto di vista dell’impatto sui cambiamenti climatici. Se confrontato con il riciclo e il compostaggio è meno sostenibile perché non recupera materiali preziosi e produce emissioni. L’ideale – sottolinea – sarebbe una combinazione di strategie: riduzione dei rifiuti, riciclo, compostaggio e infine termovalorizzatori per ciò che non può essere recuperato. La gerarchia europea dei rifiuti fa riferimento alle 5 fasi incluse nell’articolo 4 della Direttiva Quadro Rifiuti ovvero Prevenzione (prevenire e ridurre la produzione di rifiuti), Riutilizzo (preparazione per il riutilizzo dando ai prodotti una seconda vita prima che diventino rifiuti) Riciclo (operazioni di recupero di materia), Recupero di energia con tecniche di termovalorizzazione che comprende anche pirolisi, gassificazione, Smaltimento ovvero processi per lo smaltimento dei rifiuti cioè discariche”.

Facciamo qualche esempio di buon uso di termovalorizzatore in altre regioni italiane...
“Beh, direi Brescia, uno dei migliori termovalorizzatori in Europa premiato per efficienza e sostenibilità. Brucia circa 800mila tonnellate di rifiuti all’anno. Produce elettricità per 200mila abitazioni e fornisce teleriscaldamento al 60% della città, servendo oltre 170mila appartamenti equivalenti.  Recupera energia riducendo l’uso di combustibili fossili evitando così l’emissione di svariate tonnellate all’anno di polveri, di ossidi di azoto e CO2. Ma potremmo citare anche Torino, Bolzano e Acerra che ha contribuito a ridurre l’emergenza rifiuti in Campania. Tutti impianti che funzionano al meglio se integrati come dicevamo prima con una strategia di riduzione dei rifiuti, riciclo e compostaggio”.
Ma perché ogni volta che si parla di termovalorizzatori esplodono comunque critiche e preoccupazioni ambientali e sanitarie?

“Intanto perché il processo di combustione emette comunque una parte sia pure minimale di CO2, diossine e polveri fini (PM10 e PM 2,5). Ma ci corre l’obbligo di rappresentare che la maggior quantità polveri fini in posti come l’Umbria ad esempio è prodotto, pensate, dall’uso su larga scala dei camini a legna. Siamo la seconda regione Italia come consumo di legna per riscaldamento dopo il Trentino e le polveri così prodotte sono circa il 50% di quelle complessive. Si pensi che un caminetto acceso per un pomeriggio produce una quantità di polveri equivalente a quella prodotta da10mila Km con un’autovettura a benzina e da 4500 km con un motore diesel. Altro dato tecnico rilevato è che le polveri prodotte da un termovalorizzatore sono circa l’un % di quelle prodotte dal traffico veicolare. Inoltre, un termovalorizzatore di nuova generazione con una capacità di trattamento di 100mila tonnellate produce un grammo di diossina ogni 20 anni mentre gli incendi boschivi, ad esempio, della nostra regione ne producono qualche grammo l’anno e sono i maggiori produttori di diossine in Umbria. Questi esempi sono doverosi in quanto documentano quello che la realtà dei numeri ci dice. C’è comunque da sottolineare che in passato purtroppo impianti poco controllati hanno causato preoccupazioni per la salute. In ogni caso il rischio maggiore riguarda impianti vecchi o mal gestiti. Quelli moderni sono soggetti a controlli severi essendo anche aumentata l’attenzione delle comunità su tali temi. Va poi valutato però il conflitto con l’economia circolare perché non incentivano il riciclo necessitando di una quantità costante di rifiuti per funzionare. Inoltre costruire e gestire un termovalorizzatore richiede investimenti molto elevati. Insomma, l’ideale sta nel mix di soluzioni. I termovalorizzatori con le varie tecnologie richiamate, possono essere utili se usati in modo limitato e controllato all’interno di un sistema che dia priorità a riduzione, riciclo e compostaggio come si diceva prima, puntando soprattutto su riduzione e raccolta differenziata. Per ridurre le critiche è essenziale garantire: sistemi di abbattimento e controlli ambientali rigorosi, trasparenza sui dati delle emissioni, integrazione con strategie di economia circolare; partecipazione della comunità locale nelle decisioni. Il dibattito resta aperto perché ogni Paese e regione ha una situazione diversa e soluzioni differenti.”

Si potrebbe ipotizzare la realizzazione di un termovalorizzatore in zone di confine tra regioni?
“Sì, si potrebbe. Ma questo implica accordi di cui mi pare che nessuno abbia mai ancora parlato”.
Giancarlo Marchetti