Nel mese di gennaio di quest’anno, il Ministro della Salute ha risposto così ad un’interrogazione parlamentare in tema di salute mentale e sull’introduzione della figura dello psicologo di base: “È mia intenzione avviare ogni necessario approfondimento, anche tecnico, per poter valutare la necessità di intervenire con specifiche iniziative in considerazione del fatto che il livello regionale, quando ha apprezzato la necessità di farlo, ha adottato le relative disposizioni e in merito la Corte Costituzionale si è pronunciata con sentenza n. 241 del 2021, nella quale ha affermato che l’istituzione del servizio di psicologia di base presso le articolazioni territoriali del servizio sanitario regionale non si pone in antitesti con la disciplina statale”.
Orazio Schillaci ha aggiunto che “la tutela della salute mentale riveste un ruolo centrale nella programmazione degli interventi sanitari e sociali in tutti i Paesi più industrializzati, anche in considerazione delle indicazioni dell’OMS che ne sottolinea da anni il peso in termini di burden of disease per i sistemi sanitari e sociosanitari. Costituisce, quindi, uno degli obiettivi primari del Servizio sanitario nazionale italiano. In tale ambito, lo scopo principale di un moderno ed efficace sistema sanitario è quello di individuare metodologie e strumenti il più possibile efficienti. La corretta gestione dei disturbi mentali gravi si traduce, infatti, in una sostanziale riduzione dell’impatto sociale ed economico che tali disturbi apportano anche a livello di sistema. Come ricorda l’OMS, è di cruciale importanza intraprendere azioni per migliorare le condizioni di vita quotidiane, iniziando dal momento della nascita, proseguendo durante la prima infanzia e l’adolescenza, la costruzione della famiglia, l’età lavorativa e, infine, la vecchiaia. Un’azione lungo tutte queste fasi della vita costituisce un’opportunità sia per migliorare la salute mentale nella popolazione sia per ridurre il rischio per quei disturbi mentali correlati alle diseguaglianze sociali”.
Sono dichiarazioni che impattano sulla realtà allarmante della salute mentale in Italia, tanto che per molti il disturbo depressivo e i disturbi d’ansia devono essere considerati come malattia sociale. A contribuire all’espansione di queste malattie è la mancata consapevolezza della loro gravità e la frequenza con cui vengono trattate tardivamente e in maniera non adeguata. I soggetti a rischio, dagli studi statistici condotti, sono i disoccupati, la fascia della popolazione a basso livello d’istruzione, i giovani e le donne.
Secondo il rapporto 2017 dell’Istat sono due milioni e mezzo gli italiani che soffrono di disturbi d’ansia. In base a quanto emerge da un altro report ISTAT relativo agli anni 2015-2017, si stima che nel 2015 abbiano sofferto di depressione 2,8 milioni di italiani (5,4% degli over 15 anni), con 1,3 milioni (2,5%) che hanno presentato i sintomi della depressione maggiore nelle due settimane precedenti la rilevazione. Rispetto alla media dei Paesi europei, in Italia la depressione è meno diffusa tra gli adulti e tra i 15-44 enni (1,7% contro 5,2% media Ue), mentre per gli anziani la situazione si inverte, con uno svantaggio di tre punti percentuali. La depressione è spesso associata con l’ansia cronica grave. Si stima che il 7% della popolazione oltre i 14 anni, ovvero 3,7 milioni di persone, abbia sofferto nell’anno di disturbi ansiosodepressivi. Circa il 15% della popolazione adulta con un disturbo depressivo o di ansia cronica grave si è rivolto in un anno ad uno psichiatra o ad un psicologo, con una prevalenza maggiore se si tratta di adulti tra i 18 e i 64 anni (20,5%).
L’ISTAT riconosce come maggiormente frequenti i disturbi ansioso-depressivi agli individui con svantaggio sociale ed economico. Gli adulti con basso livello di istruzione tendono a soffrire maggiormente di ansia e depressione rispetto ai coetanei più istruiti. I soggetti non lavoratori (inattivi e disoccupati) sono maggiormente esposti ai disturbi di depressione e ansia rispetto a chi possiede un’occupazione, soprattutto nella fascia d’età 35-64: il 10,8% sperimenta ansia cronica e il 8,9% ansia grave. Tra gli occupati, sono la principale causa delle assenze da lavoro.
La situazione derivante dalla pandemia e dai lockdown ha aggravato ulteriormente questi dati. Uno studio condotto all’inizio del 2021 da un consorzio di psichiatri, esperti di sanità pubblica e biostatistici dell’Istituto Superiore di Sanità, delle Università di Genova e di Pavia, dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri IRCCS, offre una panoramica della situazione dei disturbi di ansia e depressione dopo il primo anno di pandemia. Su un campione rappresentativo di oltre 6.000 soggetti, oltre il 40% ha riportato un peggioramento dei sintomi ansiosi e depressivi durante il lockdown, con un significativo peggioramento della qualità di vita, comprese alterazioni del sonno, in più del 30% dei soggetti. In aumento il consumo di ansiolitici (il 20%) rispetto al periodo precedente al lockdown. Metà degli italiani contagiati dal virus – ha sottolineato la Società Italiana di NeuroPsicoFarmacologia – ha manifestato disturbi psichiatrici e, tra questi, il 42% riguarda ansia o insonnia e il 32% è risultata vittima di disturbi depressivi, un’incidenza fino a cinque volte più alta rispetto alla popolazione generale. La conseguente crisi economica e lavorativa della pandemia è stata una delle cause più conclamate per l’insorgenza dei disturbi di ansia e depressione: il rischio di depressione raddoppia in chi ha un reddito inferiore ai 15.000 euro all’anno e tende a triplicarsi in chi è disoccupato. Circa la metà delle donne italiane ha riportato un peggioramento del benessere mentale con peggioramento dei sintomi depressivi e della qualità del sonno, rispettivamente del 32% e 63% maggiore rispetto agli uomini.
A luglio 2022 è stato pubblicato il Rapporto OsMed 2021 dall’ Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA), relativo dati di prescrizione farmaceutica in Italia nel 2021. Il rapporto consente di definire l’assistenza farmaceutica in ambito territoriale e ospedaliero, sia a carico del Servizio Sanitario Nazionale (SSN) che tramite l’acquisto privato da parte del cittadino, attraverso i diversi flussi informativi disponibili. Nel rapporto si sottolinea che la depressione è di fatto una delle condizioni che impatta maggiormente sulla salute e sulla qualità della vita, aumentando i costi socio-sanitari, il rischio di comorbidità e mortalità associate. In Italia si stima che circa 3 milioni di persone siano affette da depressione (considerando le varie forme) e che circa il 6% degli adulti tra 18 e 69 anni riferisca sintomi depressivi, più frequenti con l’avanzare dell’età, nel sesso femminile, nelle situazioni socio-economiche più svantaggiate e nelle persone affette da patologie croniche. Numerosi studi hanno però evidenziato che una percentuale ridotta di soggetti riceve un trattamento con antidepressivi appropriato (ad es. solo il 40% dei nuovi trattati, effettua il trattamento per più di 3 mesi). Nel 2021 il consumo di antidepressivi ha rappresentato il 3,4% del consumo totale di farmaci in Italia (tra gli antidepressivi gli SSRI, gli inibitori selettivi del reuptake di serotonina, costituiscono il 70 % del consumo). Le regioni del Centro hanno registrato un livello di utilizzo superiore di circa il 10% rispetto al Nord e di circa il 30% rispetto al Sud, con un’ampia variabilità regionale e per macro-aree. Circa il 7% della popolazione italiana, nel 2021, ha utilizzato antidepressivi, con un aumento di uso nel sesso femminile e all’aumentare dell’età. La durata media di trattamento è 8 mesi, anche se un’elevata percentuale di soggetti rimane in trattamento per meno di 6 mesi ed il 12,2% riceve una sola prescrizione (in ipotesi per disturbi diversi dove forse potrebbe essere indicato un trattamento non farmacologico). La percentuale di soggetti con bassa aderenza al trattamento è in media del 27%.
Considerando i dati epidemiologici derivanti da una rete di MMG distribuiti omogeneamente sul territorio nazionale, si rileva, nel 2021, un aumento dei nuovi casi di depressione e un aumento della prevalenza di depressione, specie nel sesso femminile e negli anziani. Considerando però la variazione percentuale tra 2021 e 2020, si osserva una maggiore variazione percentuale nelle fasce di età più giovani. Nel 2021 solo il 30,9% dei pazienti è trattato farmacologicamente, con una riduzione dello 0,3% rispetto al 2020. Nel rapporto OsMed si sostiene infine che dato l’elevato livello di inappropriatezza prescrittiva, è necessario definire un nuovo rapporto tra medicina specialistica e medicina generale e favorire studi su “real world” per meglio definire il profilo rischio-beneficio degli antidepressivi. Relativamente ai disturbi psicotici, il rapporto OsMed evidenzia che essi costituiscono un problema significativo da un punto di vista di costi sociali e sanità pubblica, sottolineando come la schizofrenia sia inoltre associata a morte prematura 2-3 volte superiore rispetto alla popolazione generale.
Dal 2014 al 2021 il consumo di antipsicotici è aumentato di oltre il 20%. Si rileva inoltre una notevole variabilità regionale non attribuibile ad una diversa prevalenza delle patologie mentali. La prevalenza d’uso di antipsicotici aumenta con l’età; in media ogni utilizzatore è trattato per oltre quattro mesi, anche se metà degli utilizzatori rimangono in trattamento per meno di due mesi e il 12.3% riceve una sola prescrizione nel corso dell’anno.
Riferimenti:
www.aifa.gov.it/documents/Rapporto-OsMed-2021.pdf
www.istat.it/Salute-mentale_Giorgio-Alleva_2017
www.iss.it/ansia-e-depressione-peggiorate-in-oltre-il-40%-degli-italiani-durante-il-lockdown
